Don Puglisi ha realizzato una vera rivoluzione educativa ed è un maestro specialmente per gli insegnanti, non tanto perché insegnava religione, ma in quanto custode e cultore del futuro ogni volta che ha creduto nei ragazzi e per loro ha dato la vita.

Da adulti facciamo fatica a riconoscere dei maestri! Non i nostri maestri di scuola, quelli del tempo che fu, ma attuali modelli significativi da seguire per il nostro essere madri, padri, sposi, docenti ed educatori, lavoratori, persone impegnate nella società.

I giovani sono molto più bravi poiché, anche se li cambiano nel giro poco tempo, comunque ne tengono vivo il desiderio e si mettono sempre alla ricerca di un punto di riferimento. Se come adulti è difficile, perché si pensa che non sia una cosa da grandi, ancora più complesso lo è da insegnanti. Certamente si vuole essere un modello per i propri alunni, nel bene o nel male, ma l’autoreferenzialità a volte è troppa per essere liberi e “giovani dentro” al punto di vedere ancora in qualcuno un faro per continuare a crescere.
“Che bisogno c’è”, dirà qualcuno? “Ormai la mia strada l’ho fatta”, affermerà qualche altro. “Io sto bene così”, sarà il pensiero di un terzo.

Eppure “noi siamo quello che guardiamo”, ha detto Alessandro D’Avenia in una serie di incontri in Sicilia per parlare del suo romanzo “Ciò che inferno non è”, e, a proposito di quanto scritto prima, soprattutto dinanzi ad un pubblico giovanissimo con qualche genitore e docente accanto, in particolare laddove l’iniziativa è stata di pomeriggio e non in una scuola.
Agli studenti, diversi anche universitari, si leggeva negli occhi la voglia di esserci per guardare ad un modello di uomo, scrittore, professore, perché no, pure di siciliano. La stessa luce, ad onor del vero, c’era pure in alcune mamme e colleghi presenti.

Quelle ore di dialogo, però, hanno richiamato qualcosa di più ovvero la necessità di non fermarsi all’emozione del momento, al piacere dell’autografo sul libro, al selfie immancabile con l’autore da postare; ogni ricerca deve portare a qualcosa per avere un senso e non ruotare attorno a se stessa in modo vano, in questo caso D’Avenia ha indicato chiaramente Don Pino Puglisi come modello.

Sì, il prete, oggi beato, che è ha conosciuto da studente nel suo liceo, il sacerdote povero di beni ma ricco di passione per l’educazione e la salvezza dei giovani, l’uomo di Dio che nel complesso quartiere palermitano di Brancaccio ha fatto paura alla mafia solamente facendo del bene a tutti tanto da essere stato assassinato, il seme che è morto e che ha dato frutto persino cambiando con un sorriso il cuore di chi gli ha sparato!

Se è vero che “siamo ciò che guardiamo”, è fondamentale continuare a fissare lo sguardo, anche da adulti, verso qualcuno che ci dia nuova ispirazione, che ci desti dal torpore della stanca consuetudine, che ci indichi mete alte, che ci aiuti a vivere così bene da poter sorridere nell’ultimo momento della vita, che ci metta in cuore il desiderio di infinito dinanzi all’inferno.

Marco Pappalardo

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