Quando gli studenti non fanno bene il proprio dovere scolastico, diciamo che la scuola è il loro lavoro e come tale ha ritmi, tempi, impegni da rispettare. Quando, invece, fanno sciopero e non entrano in classe, diciamo loro che non sono dei lavoratori e dunque non hanno diritto di scioperare. Il messaggio “chiaro” da parte degli adulti è che non ci siamo davvero capiti su questo fronte!

E allora? Hanno senso le manifestazioni, i cortei, gli scioperi, le autogestioni e le occupazioni con protagonisti gli studenti?

Ascoltandoli, la risposta viene proprio da loro: per Carlo bisogna avere chiare le motivazioni, studiarle, proporle, condividerle, rifletterci; non si può scioperare perché tra ottobre e dicembre è consuetudine farlo; per Sabrina è necessario coinvolgere tanti, tutti, dai primi agli ultimi anni, ma senza costrizioni, intimidazioni, forzature, poiché dalla libertà di scelta non si può scioperare. Manifestare è un’opportunità ed un diritto da difendere, così come il non volerlo fare; chi manifesta, lo fa per sé ma anche per gli altri. Rosario dice che è meglio scegliere il momento giusto, il tempo opportuno, senza mai abusare di questa “arma”, perché non divenga il rituale di ogni fine settimana o l’occasione per anticipare le vacanze di Natale. Sara afferma che per un lavoratore significa perdere una giornata di paga, per uno studente un giorno di scuola; il primo lotta per avere i mezzi e la dignità del proprio lavoro, il secondo non può banalizzare la lotta optando per una passeggiata con i compagni o dormendo tutta la mattinata.
Per Chiara la violenza non è un dovere e neanche un diritto, anzi li nega entrambi; dopo qualunque corteo, la città dovrebbe essere più bella e i cittadini contenti; raccogliere i vetri infranti di vetrine e auto, contare i feriti, ripulire i palazzi dai graffiti, ritrovarsi i cassonetti dell’immondizia incendiati, non giova alla causa per cui si è scesi in strada. Fabrizio sottolinea che lottare per il diritto allo studio è necessario, auto-negarsi tale diritto perdendo inutilmente giorni di scuola è da incoscienti.

Gli stessi concordano che riscaldamenti accesi nei periodi freddi, attrezzature adeguate, scuole sicure, alternanza scuola-lavoro dignitosa, libri a costi accessibili non possono essere gli unici motivi di una protesta; perché non protestare per avere tutti più passione a scuola da parte dei docenti e degli studenti? Per il fatto che si è spesso considerati operai i docenti, e numeri gli studenti, anziché persone e persone in relazione? Per il fatto che non ci basta uno studio nozionistico e una valutazione numerica, ma uno “studio” che sia amore e un “sapere” che sia gusto per la cultura?

Da Prof. sento di aggiungere qualcosa alle loro equilibrate considerazioni. Dopo le autogestioni e le occupazioni di solito le strutture scolastiche non sono più le stesse: sporche, danneggiate, peggiori di prima per quanto possibile; non è forse darsi la zappa sui piedi e perdere credibilità? Ci sono diversi modi per far sentire la propria voce da studenti e vivere da protagonisti la scuola; forse andrebbero rivalutate le assemblee di classe, quelle di istituto, le giornate della creatività, la produzione di giornalini scolastici; quante volte le prime finiscono in litigi da talk show, le seconde vengono disertate, le terze sono un modo per sporcarsi di colore, la quarta non esiste o è banale!

Sembra paradossale, ma le vere “rivoluzioni” dovrebbero avvenire dentro le scuole, stando fra i banchi, dialogando nei corridoi, producendo pensiero critico, elaborando cultura con la complicità di tutti, studenti, docenti, dirigenti, famiglie.

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