“E se non piangi, di che pianger suoli?”

Credo nei giovani e continuo a crederci anche dopo aver scritto questa pagina!

Qualche giorno fa ho partecipato ad un interessante convegno su “Islam, Isis e Occidente: la religione è legge?”

Organizzato dalla Scuola Superiore della mia città, centro di alta formazione dell’Università degli Studi, che ha coinvolto giornalisti, docenti e studenti universitari.
Per il numero notevole di partecipanti, grazie alla presenza tra i relatori del giornalista Domenico Quirico de La Stampa, sono state necessarie due sale, una delle quali collegata in una sorta di videoconferenza. Io ho scelto quest’ultima e mi sono ritrovato con alcuni colleghi giornalisti e una ventina di universitari della Scuola d’eccellenza, mentre tutti gli altri erano nella sala con i relatori.

I contenuti, due ore di interventi più le risposte alle domande, hanno raggiunto l’obiettivo, cioè quello di fare “un’analisi per comprendere” ed immaginare “soluzioni per convivere”. Continuerei a raccontare di cosa si è parlato, tirando fuori la mia anima giornalistica, ma lo hanno già fatto gli altri colleghi presenti; tiro fuori, invece, la mia anima di docente per concentrarmi sugli studenti universitari che ho incontrato là. Perché?

Seduto nell’ultima fila, avevo venti studenti universitari nei posti davanti a me e mi ha colpito molto che solo un paio hanno seguito con attenzione il dibattito.

Al contrario – almeno mi è sembrato dalle domande ai relatori – hanno fatto quelli nella sala ufficiale maggiormente coinvolti. Forse perché i primi erano distanti dai relatori e più facilmente distraibili? Possibile, se non fosse che ciascuno di questi giovani era già arrivato in sala con il proprio materiale di lavoro, di studio e di svago: quaderni, computer, libri, cuffie, ecc.

Insomma, non erano lì per ascoltare, forse, obbligati alla presenza, erano presenti fisicamente ma con la testa altrove.

Che c’è di male? Niente, di fatto! Da educatore e docente, però, mi interrogo sul perché parte degli studenti di una scuola di eccellenza, futuri “cervelli” del nostro Paese e non solo, pensino ad altro dinanzi ad un tema così attuale, scottante, dinanzi ad un testimone sul campo come Quirico (sia da inviato in giro per il mondo sia da ostaggio alcuni anni fa).

Direte: “Stavano studiando, che c’è di male? Fanno il proprio dovere!”. A parte che alcuni ascoltavano musica, altri guardavano video, più di uno chattava, ed uno – simpaticissimo – cercava sul web le immagini di personaggi famosi che assomigliavano ai relatori per poi farsi quattro risate con i colleghi, non c’era molta aria di studio e non era neanche il luogo in cui concentrarsi meglio.

Tra le studentesse c’era maggiore attenzione? Sì, chi per la Fisica in inglese, chi per l’anatomia, chi per la bibliografia di una tesi. Con l’udito ero in ascolto della conferenza, con gli occhi incuriosito da come ci si possa astrarre dalla realtà, da come storie di vita dolorose, temi di attualità internazionale, vengano ignorati da studenti da 110 e Lode, ritenuti “superiori” ad altri per studiare in quel contesto, futuri manager, ambasciatori, scienziati, ricercatori, imprenditori, letterati, medici.

La responsabilità dell’atteggiamento mostrato non è certo della Scuola né dell’Università, poiché parliamo di giovani autonomi, cresciuti, abbastanza strutturati, ma le due istituzioni non possono, tuttavia, non interrogarsi in senso più ampio su “chi” e “come” stanno formando.

Alcuni saranno pure dei geni, ma un genio fuori dalla realtà e che non si “commuove” (nel senso originario del termine non solo come moto dell’animo) per un tema di tal genere, per cosa sarà utile alla società e al mondo?

Dante ci direbbe: “E se non piangi, di che pianger suoli?”.

Marco Pappalardo

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