Ungheria: tra indifferenza e questione antropologica

Fino a quanto l’uomo non diventerà consapevole del proprio agire e responsabile nei confronti dell’Altro, si proseguirà di cammino di autodistruzione della casa comune.

La proposta cristiana sulla tema della “contaminazione etnica”  ci invita a perseverare nella fedeltà all’uomo, che è responsabilità nei confronti dell’altro, il quale, prima ancora di essere prossimo, è immagine della nostra identità trasfigurata.

Dal “Muro” ai treni “speciali” per immigrati, l’Ungheria continua la sua politica nazionalista e, pur traendo i vantaggi dell’appartenenza all’Unione Europea, si mostra totalmente in contrasto con i suoi principi ispiratori.

Le recenti dichiarazioni del Premier Orban sul rischio della “contaminazione etnica” sollecitano ad una breve riflessione di carattere storico e socio-culturale: che significa vivere l’integrazione tra i popoli, se si infanga la dignità dei singoli?

L’UE, nata per affermare la pace e promuovere i diritti umani, all’indomani della Seconda Guerra Mondiale, dei totalitarismi, dei genocidi, non interviene per sanzionare questa politica, che ricorda la Realpolitik di Göring.

La notizia è stata riportata dalle agenzie di stampa, non vi sono dichiarazioni dei Grandi della Terra, né l’Alto Commissariato per i rifugiati, né l’Alto Rappresentante dell’UE per gli affari esteri hanno disposto inchieste o irrogato sanzioni.

Perché? Non siamo forse davanti a palesi violazioni della Carta dei Diritti Umani?

Spero di sbagliarmi, ma ciò è sintomo di un ricorso storico devastante: l’Europa torna ad essere focolaio di tensioni non con l’esterno, ma all’interno dei medesimi Stati; stiamo cercando disperatamente un casus belli per sfogare le pulsioni sociali e, creando un nemico straniero, la situazione pare comporsi.

A testimonianza di quanto affermo, mi limito a riportare le parole del Primo Ministro Orban: “I profughi contribuiscono a far prosperare terrorismo, disoccupazione e criminalità e […] a far perdere l’identità europea”; più che un discorso da Premier, sembra una delle tante invettive che formano il leitmotiv del pensiero comune.

È giusto, la sicurezza nazionale, l’economia interna, la razionalizzazione dell’accoglienza sono presupposti imprescindibili dell’azione statale, cionondimeno, è di primaria importanza la tutela delle minoranze, la cooperazione per un processo di interrelazione tra popoli, in un perenne dialogo di identità.

Risuonano le parole di Papa Francesco, contenute nell’omelia del viaggio apostolico a Lampedusa, “Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro! Ritorna la figura dell’Innominato di Manzoni. La globalizzazione dell’indifferenza ci rende tutti innominati, responsabili senza nome e senza volto”: mentre la finalità del “Muro”, dell’espulsione sistematica dei profughi, senza alcuna garanzia giuridica, sembra essere la tutela dell’identità nazionale, il risultato finale è la perdita del proprio essere per…

L’Ungheria, l’UE, il nostro tempo stanno divenendo innominati, dispersi nei meandri dell’autoreferenzialità del contingente, proiettati verso la ricerca del profitto fine a se stesso.

Quale risposta, dunque, al “muro” materiale e spirituale, che si sta ergendo tra i popoli, per “demarcare le differenze particolari, nell’indifferenza verso il prossimo”?

La soluzione non può essere solamente giuridica o politica: serve una nuova antropologia, un’antropo-sostenibilità, secondo il magistero delle encicliche Laudato si’ e Caritas in veritate.

Anzi, si vedono già le prime crepe del nostro oikos, a causa della perdita del senso del bene comune, frammentato secondo le mire geo-socio-politiche dei più forti.

Andrea Miccichè

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