Tra i sostenitori di #JeSuisCharlie e i partigiani del #JeNeSuisPasCharlie, i social network sono diventati un campo di battaglia ideologico nel quale è difficile trovare un orientamento.

La domanda che ritorna è se esista, e quale sia, un limite alla satira.

Dopo che l’Europa si era stretta attorno alla redazione del giornale francese attaccato brutalmente da una cellula dell’Isis, ora si alzano toni indignati per l’ennesima vignetta, la cui ispirazione è il drammatico terremoto che ha, pochi giorni fa, colpito il Centro Italia.

L’ironia che associa un piatto di lasagne con i poveri che si sono ritrovati sotto le macerie è l’ennesima prova che, forse, qualcosa sta degenerando.
De-generare, uscire fuori dal “genus”, dal tipo caratteristico che definisce l’essenza dell’oggetto, questo è il termine che sintetizza l’esperienza di Charlie Hebdo.

Libertà di parola o parole in libertà? Questo è il dilemma.

Non mi schiero con coloro che hanno augurato il peggio ai fumettisti, né con coloro che li difendono a spada tratta, ma mi chiedo se non ci sia una terza via per affrontare il problema.
Bisogna riconoscere con orgoglio che proprio noi italiani abbiamo una tradizione della satira unica al mondo.
Chiunque abbia frequentato un liceo, ricorda la frase di Quintiliano, maestro latino di retorica, che afferma: “Satura tota nostra est”, la satira è opera totalmente nostra.

E tutta la storia letteraria italiana è percorsa dal sottile humor, capace di instillare il dubbio in ogni certezza, di far ridere anche davanti alle tragedie, di farci apparire sempre vincitori anche nel momento della disfatta.

Ironia e satira sono il paradigma della vittoria dell’intellettuale perdente: colui che non ha le forze materiali per vincere, ha dalla sua parte la satira per battere il nemico sul piano morale.

Davanti alla tragedia del terremoto, la “vera satira” avrebbe permesso una svolta, uno slancio di positività, un sorriso di speranza, uno sberleffo davanti all’ineluttabile.

I termini della questione cambiano: non si tratta più di trovare limiti alla satira, ma di discernere i caratteri dell’ironia reale.

Le vignette di Charlie Hebdo, certamente, non rappresentano niente di quello che dovrebbe essere la satira: non fanno ridere, non fanno riflettere, non sono neanche graficamente curate.

Sono spazzatura…

E come spazzatura devono essere trattate: se di fronte ad un sacco dell’immondizia dovessimo scandalizzarci, non riusciremmo a vivere.

È necessaria un’operazione di riciclo che, come per i rifiuti, sappia trarre l’utile anche da queste forme espressive.

Se questi redattori gridano che è stato il terremoto e non sono stati loro a causare la morte di tanti italiani, facciamo tesoro dell’invettiva e battiamoci per la ricerca dei colpevoli; se paragonano le macerie cadute alle lasagne, con spirito d’iniziativa, copriamoci d’orgoglio e puntiamo sulle nostre risorse per ripartire e rendere la ricostruzione un momento di “Italian Pride”.

Siamo italiani, siamo forti, guardiamo con benevola compassione la bassa satira e rispondiamo culturalmente: invece di ridere per i morti reciproci (i nostri caduti per il terremoto e i redattori uccisi dalla furia dei terroristi islamici) ridiamo davanti alla morte, rimbocchiamoci le maniche e ricostruiamo sulle macerie di una società che ha perso i propri riferimenti.

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