Le interviste di Andrea Miccichè

Giustificati per la fede, costruttori di pace

Proponiamo ai nostri lettori un’intervista ad un Maestro, mons. Antonio Pitta, insigne biblista, uno dei maggiori studiosi dell’epistolario paolino, ordinario di Nuovo Testamento presso la Pontificia Università Lateranense.

È intervenuto al Festival Biblico per esporre la prospettiva dell’Apostolo delle Genti sul tema della giustizia e della pace, come doni del mistero della riconciliazione operata da Dio in Cristo.

La missione che ci viene affidata è quella di manifestare al mondo l’inestimabile e meravigliosa opera della giustificazione per fede: non una semplice operazione intellettuale, ma un costante rapporto con l’infinitamente altro, che si è reso infinitamente prossimo. Così si realizzerà quel Regno di Dio che, come afferma Cristo nel Vangelo di Matteo, fa fermentare la società, allo stesso modo del lievito con la pasta.

Per San Paolo, qual è il senso della pace?

L’espressione più bella di San Paolo in tema di pace si trova al capitolo 14 della Lettera ai Romani, in cui l’apostolo, affrontando la questione alimentare, cioè la liceità o meno per i cristiani di prendere cibi impuri, definisce il Regno di Dio come “amore, giustizia e pace nello Spirito”. È una delle rare espressioni in cui giustizia e pace stanno insieme. È indicativo il luogo: mentre Gesù descrive il Regno di Dio, Paolo lo definisce; mentre Gesù lo rende presente con le sue azioni, Paolo lo cerca, insieme con le sue comunità. Cercare il Regno di Dio e la sua pace nella comunità cristiana è una delle sfide più importanti che dobbiamo cogliere, perché è sempre un valore di cui manchiamo e la cui assenza possiamo constatare anche al di fuori della Chiesa.

Il Papa emerito Benedetto XVI affermava che non si può trovare la fede fuori dalla comunità cristiana. Se trasliamo il discorso dalla fede alla pace, la Chiesa quale tensione mostra per la pace?

Paolo, che ha una formazione connessa alla Legge, nel passo di cui parlavo prima, si mette nell’ottica del fratello debole. Focalizzando l’attenzione ecclesiale, pastorale, comunitaria su questo, l’apostolo comprende e fa comprendere al destinatario della Lettera che la pace si può raggiungere solo nel momento in cui è la persona umana al centro di ogni relazione ecclesiale ed extraecclesiale.

La tormentata questione di San Paolo sulla piena rivelazione del Cristo agli Ebrei ritorna con forza nelle relazioni interreligiose. San Paolo cosa direbbe oggi?

San Paolo partirebbe dalla profonda fede in Cristo come unico Salvatore del mondo e, quindi, riconoscerebbe e sottolineerebbe che le vie e la chiamata di Dio sono infinite. Dio ha un disegno di salvezza anche per il popolo eletto. La Lettera ai Romani, al capitolo 11, si chiude con la prospettiva di salvezza per tutto Israele, non soltanto di coloro che credono in Gesù Cristo. Paolo, da questo versante, è di un universalismo salvifico unico. E questo va salvaguardato, senza negare le differenze e le proprietà di ogni esperienza religiosa. Quindi, proprio San Paolo offre molto al dialogo interreligioso e ai rapporti ecumenici. E ora il tema della responsabilità personale nel costruire la pace: quali indicazioni San Paolo dà per accogliere la Grazia che ci è affidata? Bisogna partire dal paradigma paolino: giustizia e pace sono due doni che nascono dall’“assurda” riconciliazione che Dio ha compiuto con il mondo. Per Paolo, Dio ha riconciliato a sé il mondo e ha affidato a noi tutti il ministero della riconciliazione, che sta alla base della pace. Si può parlare di pace, perché Dio ha fatto di Cristo la nostra pace. Partendo dal presupposto che noi abbiamo ricevuto questo dono da conservare nella vita personale e relazionale, umana ed ecclesiale, scopriremo che siamo chiamati a ricercarlo nella speranza. Coesiste, quindi, la dimensione di quanto viviamo, essendo in pace con Dio, e la dimensione di quanto dobbiamo cercare: la pace si riceve come dono e si ricerca come speranza.

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