Di Walter Muto per Il Sussidiario

È uscito da un mese e si leggono molti commenti su questo nuovo lavoro degli U2, Songs Of Experience.

Forse perché era stato annunciato già un anno fa, si sapeva che era una specie di gemello del penultimo Songs Of Innocence, o forse soltanto perché sono gli U2. Si parla di dinosauri del rock, ma forse è meglio usare la locuzione mostri sacri, perché i dinosauri si sono estinti e loro invece sono qui, più vitali che mai.

Il peso del passato è sempre consistente, non ce ne si può dimenticare. Quindi ad artisti come gli U2 si chiede sempre, anche giustamente, qualcosa di grande, qualcosa di più.

Chi scrive canzoni abbia anche di sguincio provato a fare i conti con la creatività sa quanto sia difficile trovare nuove idee. (Parentesi personale: il sottoscritto in più di trent’anni di più o meno onorata, minuscola, carriera musicale ha trovato un paio di buone idee in tutto, e sono rimaste sconosciute ai più – chiusa parentesi). Lo stesso Sting ha ammesso quasi un decennio di quasi paralisi creativa. Con questo lavoro invece Bono e compagni hanno sguainato dal cilindro un manipolo di canzoni decisamente buone, qualcuna non esiterei a dire ottima.

Le canzoni si possono giudicare da molti punti di vista: la melodia bella ed accattivante, innanzitutto, gli arrangiamenti riusciti, le belle sonorità; la voce, che in questo caso regge il confronto, anzi giganteggia rispetto a colleghi anche molto più giovani. Ma sicuramente una canzone è riuscita quando diventa la colonna sonora perfetta di un momento.

Mi scuso anticipatamente perché le osservazioni che seguono sono ancora più personali della parentesi qui sopra. Ma quando ci si confronta profondamente con una canzone, non si può non dire “per me”. Personalmente non riesco a non ascoltare i lavori che mi interessano anche da solo in macchina. E quando una canzone al primo ascolto ti avvolge con una introduzione minimale di drum-machine e poi ti si attacca addosso, la mattina all’alba, mentre le industrie buttano già i loro fumi nell’aria, ma il cielo è striato di rosa.

E il cantante intona “Talvolta non posso credere alla mia esistenza/guardo me stesso da lontano/e non posso tornare indietro” e quasi subito dopo “Talvolta mi sveglio alle quattro del mattino/circondato dall’oscurità che mi copre di paura”. E magari quella esperienza ti è pure appena successa, e la musica si sposa con i versi, la voce è intensa e convincente, i suoni bellissimi e cesellati: ecco, quella canzone ha centrato il bersaglio. Il lungo crescendo finale è da brividi, The end is not coming, è proprio vero, non è ancora finita.

Lo hanno detto in diverse interviste, queste sono canzoni che scavano in profondità. Bono in uno special televisivo ha citato una frase del Dalai Lama, “la meditazione sulla vita inizia considerando la morte”. E altrove ha dichiarato che questo album poteva essere visto come una serie di lettere personali, fino ad arrivare alla sfera più privata di sé. Così è, fino a chiedersi: cosa è più importante che io lasci ai miei figli, una macchina lussuosa o una maniera di vedere la vita?

La canzone citata prima è The Little Things That Give You Away, la numero 9 dell’album, ideale sezione aurea di un progetto di 13 canzoni, spartiacque del lavoro, se si considerano le 17 tracce della versione deluxe. È la discriminante, la pietra di paragone, il vaglio dell’esperienza di cui queste canzoni fanno parte. Alcune di queste canzoni sono già state sentite dai fans all’interno dell’ultimo tour della Band, o presentate in anteprima in alcuni show televisivi.

In particolare il primo singolo, You’re The Best Thing About Me, sorta di potente e reiterata dichiarazione d’amore alla moglie a tempo di rock.
Prima di questo brano appaiono una suggestiva intro per archi spaziali e voce (inclusa una parte trattata al vocoder) che mette subito le cose in chiaro: Love Is All We Have Left, l’amore è la parola più importante del disco, è quello che ci resta.

Segue in seconda sede Lights Of Home, co-accreditata al giovane trio Haim, composto da tre sorelle californiane che appaiono anche nei background vocals. Molto americana, specialmente la chitarraccia acustica dell’inizio e la pronuncia di Bono. Pezzo possente, che trascina.

Collaborazioni, dunque. Altri musicisti ed uno stuolo di produttori sono presenti nel disco, a testimoniare una ricerca ed una cura dei suoni che si manifesta in una tavolozza molto variegata e moderna. Oltre al decano Steve Lillywhite e a Danger Mouse (che riveste di nuovo una delle bonus-tracks, Ordinary Love, dandogli a mio avviso nuova linfa), appare anche Andy Barlow, già attivo con i Lamb, e in alcuni brani suonano i loro strumenti e collaborano alla produzione Ryan Tedder e Brent Kutzle degli One Republic. Ognuno di loro dà una pennellata caratteristica ai marchi di fabbrica sonori della band, inutile dirlo, sempre presenti e spesso criticati.

Ma si può criticare un’impronta volutamente personale e caratteristica?

Beh, lo sapevo, mi sono dilungato troppo.

In ordine sparso altre brevi considerazioni: possente e drammatica Red Flag Day, dedicata alle migrazioni e alle morti in mare (con la presenza di Julian Lennon ai cori).

Suggestiva e auto-citante 13 (There Is A Light), in cui fa capolino per l’appunto una citazione di Song For Someone, uno dei pezzi forti dell’album precedente.

A sorpresa appare come bonus-track, ma in realtà è una canzone nuova (questa ce la dovranno spiegare) Book Of Your Heart, altra appassionata dedica alla moglie.

Fra le altre (che scoprirete, non le descriverò tutte) davvero singolare Summer Of Love, dove trovano posto nello stesso brano un’atmosfera alla Robin Schulz (ascoltatevi Sugar e capirete), la chitarra di Brent Kutzle, la situazione intricata di Aleppo (citata nel finale) e i cori di Lady Gaga, in una somma di citazioni incrociate condite dalla produzione dei due One Republic.

Insomma – e chiedo scusa anche per le escluse – un lavoro che mi ha convinto e che personalmente mi mette voglia di riascoltarlo. Anzi, che nei ripetuti ascolti di questi giorni prende sempre più corpo ad ogni passata.
E tanto per non lasciare fuori il vero e proprio inno di questo disco – che già si immagina cantato a piena voce dal pubblico dei concerti – una frase che ben riassume tutto quanto espresso sopra, da Love Is Bigger Than Anything, “quando pensi di aver finito, hai appena cominciato”. Mi sembra una sintesi perfetta.

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