Nella pienezza del tempo…

“Ma quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli. E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre!”.
Gal 4,4-6

“Quando venne la pienezza del tempo”.
Sul calendario, la festa di Don Bosco cade alla fine di gennaio, circa un mese dopo i grandi festeggiamenti per il Natale di Gesù. Proprio dalle letture della Bibbia che parlano del Figlio di Dio, una frase prende colore: “Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio…”. Fa pensare che Dio avesse predisposto tutto per l’ingresso solenne di suo Figlio, sicuramente un tempo di pace, di accoglienza, di benessere, di libertà, la pienezza di tutto quello che si può desiderare per la nascita del Figlio. E invece, se guardiamo la storia, ci accorgiamo che il popolo ebraico, che doveva essere il popolo eletto di Dio, secondo la promessa fatta ad Abramo, era sottomesso alla potenza dei Romani, la maggior parte della gente era povera e schiacciata dalle tasse e dai soprusi, sottomessa ai voleri dei sovrani e della legge. Anche Maria e Giuseppe non erano certo ricchi, pur vivendo con dignità la loro condizione modesta. Eppure, Gesù ha voluto nascere lì, e lì portare la sua Luce, compiere la sua missione.

“Quando venne la pienezza del tempo”.
Dio mandò un uomo, il suo nome era Giovanni; non che i tempi fossero poi così migliori, non che questa pienezza significasse agio, pace e benessere per tutti.

Giusto qualche dettaglio circa 200 anni fa:

1815

Don Bosco nasce quando ancora non sono passati trent’anni dalla Rivoluzione francese, l’anno stesso in cui, con il congresso di Vienna, tramonta il mito napoleonico (1815). Già in tutto il secolo precedente (il cosiddetto «secolo dei lumi») la fede ha subito attacchi e irrisioni con una programmata offensiva condotta in nome di una ragione divinizzata che pretende di lottare contro tutto ciò che chiama «superstizione».
Nel secolo XIX l’attacco è ormai mescolato, in modo spesso assai intricato, con le questioni sociali e con le questioni nazionali.
Non è possibile, nemmeno lontanamente, descrivere il tempo di Don Bosco: tempo di prima industrializzazione, di moti risorgimentali, di restaurazioni e di rivoluzioni; in ogni caso di turbamenti per noi inimmaginabili.
In Italia quando Don Bosco nasce, Foscolo ha 37 anni, Manzoni ha 30 anni, Leopardi 17, Mazzini 10, Garibaldi 8. Pio IX, Leone XIII, Vittorio Emanuele II, Cavour, Rattazzi, Crispi, Rosmini gli sono amici.
(Tratto dal libro: RITRATTI DI SANTI di Antonio Sicari ed. Jaca Book)

Ma dopo 100 anni dalla sua nascita, la situazione non è certo migliorata, anzi:

1915

Einstein pubblica la teoria della relatività generale
USA – Inizia l’attività del secondo Ku Klux Klan a favore della discriminazione razziale, contro i neri.
26 aprile – L’Italia firma il Patto di Londra con la Triplice Intesa
24 maggio – L’Italia dichiara guerra all’Austria ed entra così nella Prima guerra mondiale

Cosa accadrà 200 anni dopo?

2015…

A guardare la storia passata viene qualche preoccupazione e certo la situazione attuale non aiuta la speranza, eppure è proprio questa la “pienezza del tempo” in cui Dio ci fa celebrare  la nascita di uno dei suoi figli più devoti, fedeli, felici e sognatori!

Sì, un sognatore con le maniche rimboccate, i piedi per terra e lo sguardo al Cielo, innamorato di Cristo, abbandonato nelle mani di  Maria e appassionato dei suoi figli più giovani e fragili.

Di questo stile “in maniche di camicia”, continuiamo a respirare anche noi Figlie di Maria Ausiliatrice, chiamate a condividere la stessa passione per Cristo e per i giovani, ad essere “missionarie di gioia e di pace”, come Papa Francesco ci ricorda, e a non lasciarci “rubare la speranza”.

Celebrare 200 anni dalla nascita di Don Bosco è come un giubileo biblico per la famiglia salesiana, un anno di Grazia, in cui ritrovarsi fratelli, in cui a nessuno deve mancare il necessario per vivere, in cui il tempo è un rendimento di lode all’unico Padre.

Vuol dire guardare alla storia con riconoscenza perché, da quel lontano 1815, Dio non ha smesso di guidare i suoi figli aprendo strade nuove e inaudite per far attraversare loro i tanti “mar Rosso” che ne impediscono la libertà piena e matura.
Significa guardare alla storia con riconoscenza verso tante FMA, Salesiani, educatori che ci hanno preceduto e che con tenacia e fiducia in Dio hanno cercato di amare i giovani nei luoghi e nei tempi in cui si trovavano.

Significa anche imparare da loro a vivere l’oggi senza lamentarsi sempre e soltanto delle cose che non vanno, ma aggrappandosi alla fiducia che “Dio è più grande”, non abbandona chi si affida a lui e cerca ancora oggi collaboratori per “la sua vigna”.

E significa sapersi figli di sognatori. Don Bosco aveva visto, in sogno, in visione, non si sa bene, l’espandersi della famiglia salesiana, non per mania di grandezza, ma per un’ostinata fiducia in Dio e nei suoi figli più giovani.

Così anche noi, dobbiamo credere che questa è la pienezza dei tempi che ci è dato di vivere e non possiamo tradire la fiducia che Dio ripone in noi perché tutti i suoi figli possano sentirlo e chiamarlo: “Abbà, Padre” ed essere “felici qui e nell’eternità”.
Maria ci sia in questo Ausiliatrice potente!

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