Prof e ragazzi patto anti-noia

Ho un nipote di 9 anni, curioso e attivo, sempre in esplorazione. Quando gli si indica qualcosa di nuovo la sua reazione è binaria: «Mi interessa» e rimane coinvolto fino a superare la passione di chi propone. «Non mi interessa», e niente potrà fargli cambiare idea. Ha quello che chiamo «l’istinto dell’interessante» che lo aiuta a percepire subito se quell’attività conoscitiva, ludica, sociale lo farà crescere. Credo sia proprio di tutti i bambini aperti alla vita.

Questo è un nodo dell’educazione, l’interesse, qualcosa che è già nei ragazzi e che noi abbiamo il compito di agganciare alla realtà. L’alternativa è la noia, cioè costringere a fare qualcosa che non fa crescere, fino sentirsi rinchiusi nella vita come in una stanza delle torture. In un momento in cui le emozioni, nutrite da immagini e messaggi di conferma narcisistica del proprio io, ostacolano l’esplorazione reale del mondo a causa dell’apporto ipercalorico di ciò che soddisfa in modo effimero, ma nel profondo affama, l’interesse è cruciale nell’educazione e quindi nell’insegnamento.

Educare è aiutare a crescere, l’interesse non è quindi il frutto di effetti speciali più o meno tecnologici (quanta noia in un film senza storia ma traboccante di effetti), ma la conseguenza del fatto che gli oggetti che presentiamo all’attenzione dei ragazzi hanno ragione di bene, di vero e di bello, e i ragazzi vi si aggrappano come un bambino alla mammella, perché sanno, anzi sentono prima di saperlo, che questo li aiuterà a crescere. Crescere è infatti, a qualsiasi età, l’unico modo che l’uomo ha per guadagnare tempo, cioè per dare scacco alla morte portando a compimento il progetto di vita che è. Non si guadagna tempo facendo più cose o in meno tempo o in gran quantità, come si illude la cultura delle prestazioni (vedi i programmi di scuola, grandi corse verso cosa?).

Una lezione è noiosa perché non aiuta a crescere, cioè perché non è vera, bella, buona, innanzitutto per noi che la stiamo facendo. Quando entriamo in un ristorante pretendiamo un piatto buono, da un amico vogliamo che sia sincero, ci innamoriamo di qualcuno perché ne abbiamo scorto la bellezza. Noi siamo presi dalla realtà non perché abbia effetti speciali, ma per quelle tre cose che ci fanno vivere relazioni profonde e quindi crescere: verità, bene, bellezza.

Non serve una scuola divertente, ma una scuola interessante.

Interesse vuol dire essere (esse) dentro (inter), essere sorpresi e quindi presi da qualcosa che per via esperienziale (cioè con tutto l’essere) percepiamo come vitale, perché coinvolge il nostro essere dalle fondamenta, così da metterlo in movimento esplorativo della realtà. Le nostre lezioni diventano poco interessanti non perché non conosciamo la materia, ma perché non facciamo lo sforzo di far sì che quel contenuto abbia presa sulla sostanza vitale dell’uomo o della donna in formazione, cioè non diamo ragione che vitale lo è innanzitutto per noi.

Leopardi diceva dei libri che non avevano posto in lui qualcosa che già non ci fosse, ma avevano semplicemente accelerato il processo di maturazione di qualcosa già presente in lui: acceleratori di crescita. Come mi spiego un anno in classifica del libro di una collega sul perché amare il greco o del mio su Leopardi? Perché quello che vi si racconta è interessante ed è interessante non perché gli autori siano dei fenomeni, ma perché quello che raccontano riguarda una ricerca vitale propria, che le persone sentono comune alla loro esistenza. La noia della scuola di oggi dipende dalla sua impostazione museale: presentiamo gli oggetti come morti, e non perché lo siano, ma perché non servono a vivere, non servono a crescere, innanzitutto a noi che li raccontiamo.

In che modo Leopardi, la termodinamica, la tavola periodica, la fotosintesi, le disequazioni, Kant, la guerra del Peloponneso sono interessanti? Nella misura in cui mi aiutano a crescere, cioè se sono soggetti attivi nella vita interiore dell’insegnante, che mostra durante la lezione in che modo quell’argomento non sia un oggetto del programma quantificabile in una valutazione, ma un pezzo (bello, buono, vero) di mondo, necessario a orientarsi nella realtà di se stessi e di ciò che ci circonda. Questo, indipendentemente dalle doti personali, lo comunicano il corpo, gli occhi, le mani, le parole, l’essere tutto dell’insegnante che vibra nel tentativo di trasmettere il suo «essere dentro». Niente c’è di interessante, se quegli argomenti non hanno cambiato, cambiano, e continueranno a cambiare il mondo interiore di chi li racconta, tanto che continua ad approfondirli, e non si limita a ripetere stancamente il programma.

Come farò a meravigliare con quello che insegno se non mi meraviglio di quello che insegno?
Non possiamo interessare, se non siamo interessati: a ciò che insegniamo e soprattutto alla vita dei ragazzi.

Alessandro D’Avenia

Fonte: lastampa.it

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