32^ Domenica del Tempo Ordinario

32^ Domenica del tempo ordinario
Vangelo di Matteo, 25,1-13
Commento di suor Cristina Merli, FMA

 

Che il Regno dei cieli sia paragonato a dieci adolescenti, femmine, per di più, credo sia uno schiaffo ai benpensanti del tempo e, agli occhi efficienti degli adulti di oggi, una caduta di tono dell’evangelista.
Eppure è bellissimo: il Regno dei Cieli è simile a dieci ragazze che sfidano la notte con la loro allegria, con la loro vita traboccante, con la bellezza della loro giovinezza, con i profumi e i gioielli di cui si sono adornate, con l’attesa nel cuore di un futuro di gioia!
Ma seguiamo lo snodarsi della parabola, che non è mai il racconto reale di un evento, non è mai una parola definitiva, limpida e luminosa tanto da “accecare” con la sua evidenza. È invece un lampo che, partendo dall’esperienza, insieme mostra e cela, “crea lo spazio per una libera adesione e sollecita l’intelligenza dell’ascoltatore a intuire e a proseguire”. (Don Bruno Maggioni)
Quella che segue non è dunque una spiegazione, ma un tentativo di lasciarci illuminare da questo lampo di luce.

L’occasione

Il Regno dei cieli è un’occasione, un’opportunità, un asso nella manica che ti si presenta davanti non perché sei buono, perché vai a messa tutte le domeniche, perché sei prudente ed avveduto, tanto è vero che l’occasione si presenta alle ragazze “stolte” allo stesso modo che alle ragazze “sagge”. Dio non fa preferenza di persone (atti 10,34).
È un invito per tutte a far parte del corteo che accompagna la sposa al suo matrimonio. Una chiamata alla gioia condivisa, alla complicità nell’amicizia, alla centralità nella festa.

La scelta

Ma l’invito non è ancora la realizzazione dell’evento. Un invito è una proposta: vieni, vieni a rendere la festa più bella con la tua presenza, vieni a donare allegria, vieni a portare il tuo olio, la tua luce.
Quanto olio devo portare? Quanto te ne serve per arrivare fino all’incontro con lo sposo. Forse le cinque ragazze stolte non si sono poste la domanda, sono rimaste alla superficie, si sono accontentate di provare l’emozione di ricevere l’invito e non sono andate al fondo della possibile gioia profonda e duratura che avrebbero sperimentato nel vedere lo sposo arrivare. Vivere di sole emozioni ci decentra da noi stessi, dal nostro vero desiderio, dalla promessa di felicità che viene dallo “stare sul pezzo” per essere pronti ad accogliere lo sposo.
Forse nell’attesa le “stolte” sono rimaste “spaparanzate” sul divano a divorare le serie tv di Netflix, aspettando il lieto fine. E così si sono perse l’unico vero “lieto fine” possibile: l’incontro con lo Sposo. Chi cerca solo emozioni rimane senza olio e senza luce.
Chi ha colto la portata dell’invito e si è preparato, invece, ha avuto olio sufficiente per attraversare la notte.

Stare pronti

Prima o poi arriva il grido che rompe le tenebre: “Ecco lo sposo!”, ma non sappiamo quando.
Per questo è necessario coltivare l’attitudine a cogliere l’Invisibile nel visibile, l’Infinito nel finito, l’Eterno nel tempo. E questo non si improvvisa.
È un allenamento a cercare i segni del Regno nella routine quotidiana, a trovare, in questi tempi, uno squarcio di Bellezza nel giorno che rischia di lasciarsi travolgere dall’ansia della raffica di dati sui contagi e che ti investe non appena accendi la radio o la televisione, o fai un giro sulla rete.
È la scorta di bellezza, di svelamenti di Dio nelle piccole cose, del lasciarci attrarre dalla realtà: è la realtà stessa, se vissuta con occhi capaci di scorgere l’Essenziale, che ci offre l’olio per l’incontro. E così, assaporando questa bellezza, capiamo che non vogliamo proprio perdercelo, quell’incontro. Non sappiamo quando e dove arriverà lo Sposo, e proprio per questo stiamo pronti.

L’arte dell’incontro

Andare incontro allo Sposo è vivere senza assolutizzare i propri tempi. Lo sposo della parabola tarda ad arrivare e non è in potere delle ragazze anticipare la sua venuta.
Incontro vero è entrare nel ritmo dell’altro, nei tempi dell’altro, nella vita dell’altro. È fare spazio in sé a questo ritmo, a questo tempo, a questa vita.
È l’arte della cura delle piccole cose che rendono più umana l’esistenza di chi mi sta vicino, è la costanza nel perseverare nel bene, è porre gesti di bellezza che rompono la tristezza e la paura, è lo sguardo che parte dal basso, dalla fragilità, dalla precarietà che abita il nostro mondo.

Il grido che ridesta

“Ecco lo sposo” è il grido che ridesta tutti, anche le ragazze stolte. Con la differenza che solo chi ha scelto, chi si è preparato comprando l’olio della passione per Dio e per l’uomo, chi ha imparato l’arte dell’incontro riuscirà a gustare la gioia preparata e offerta. Chi ha spento l’entusiasmo dopo la prima emozione o si è accontentato dell’emozione dei finali di Netflix non potrà neanche ricevere olio dagli altri, perché la nostra vita si gioca tutta sulla libertà con cui affrontiamo le piccole e grandi scelte della vita.
Non credo che Dio voglia tenere fuori dalla festa le adolescenti “stolte” perché non meritano di entrare. Semplicemente le ama a tal punto che si è negato di intervenire davanti alla loro libertà. La decisione ultima, alla fine, è sempre nelle nostre mani.

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