3^ Domenica dopo l’Epifania – Anno B

3^ Domenica dopo l’Epifania – Anno B
24 gennaio 2021
Vangelo di Matto 14, 13b-21
Commento di suor Daniela Tognoni, FMA

 

La pericope proposta nella liturgia odierna si colloca nel Vangelo di Matteo, nella sezione narrativa che separa il Discorso in Parabole dal Discorso Ecclesiale. [1]
Narra la cosiddetta moltiplicazione dei pani ossia la terza manifestazione del Signore che la Chiesa ambrosiana propone nel Tempo dopo l’Epifania. [2]

Gesù, già afflitto dall’incomprensione del suo messaggio da parte della folla (Mt 13,14s), apprende la notizia del martirio di Giovanni Battista (Mt 14,12) e avverte il bisogno di ritirarsi in un luogo deserto. Il bene sembra retrocedere di fronte all’avanzata del male prevaricante. Ma la forza del bene risiede proprio nel suo indietreggiare, permettendo che il male lo assalga; solo così può assorbirlo e consumarlo in sé.

Chi è saggio sa che il male non va orgogliosamente combattuto, ma umilmente consegnato nella preghiera, nella solitudine, nel silenzio; può essere sopportato solo perché c’è Qualcuno di più grande che lo porta e supporta. Quando qualcuno saggiamente lo capisce, tanti lo seguono. E così accade per le folle che vanno dietro a Gesù nel deserto. È interessante sottolineare come il suo amore per loro non venga meno, nonostante le ostilità. Notiamo anzitutto come egli scenda dalla barca, compia un gesto di avvicinamento e di abbassamento.

Immediatamente vede una grande folla. Se la gente, pur guardando, non vede, perché ha gli occhi chiusi (cfr. Mt 13,13.15), Gesù è capace di uno sguardo allargato e profondo nei confronti di quella folla che fatica a credergli e ad accoglierne il messaggio (cfr. Mt 13,58). Egli non si limita a vedere e a passare oltre, ma prova un amore viscerale, estremamente tenero e profondo che lo conduce a farsi particolarmente prossimo ai malati e a guarirli. Nella compassione che Gesù sente per le folle, è anticipata la sua stessa passione quando, in croce, impotente di fronte al male, diventa capace di consegnarlo al Padre.

Quando giunge la sera, proprio nell’ora del giorno in cui le forze umane declinano, i discepoli sollecitano Gesù a congedare la folla perché possa acquistare il cibo necessario per riprendere vigore. Ma egli, ancora una volta, li sorprende riportandoli ad un’altra Sorgente di forza.

Gesù domanda ai discepoli di dare loro stessi da mangiare alla gente. Essi sono consci di non possedere cibo a sufficienza, ma mettono a disposizione tutto ciò che hanno. Portano cinque pani e due pesci [3]: hanno una consapevolezza quantitativa e non qualitativa delle loro risorse. Ma, la povertà umana umilmente consegnata, è proprio il margine che Dio si riserva per operare un segno imprevedibile, indice del suo sovrabbondante amore.

Gesù si fa portare i cinque pani e i due pesci: egli domanda la collaborazione dei discepoli. Dice S. Agostino: «Dio, che ti ha creato senza di te, non può salvarti senza di te».

Gesù invita la folla a sedersi sull’erba. La posizione coricata nel pasto è propria degli uomini liberi e l’erba richiama la primavera e la Pasqua. In qualche modo, questo segno d’amore preannuncia il grande segno della Risurrezione, liberazione per eccellenza. Quindi, ricevuti i pani e i pesci, Gesù compie il gesto significativo di prenderli. C’è un prendere mortifero che è un carpire chiudendo la mano; ma c’è anche un tendere la mano aperta per un prendere che si fa accoglienza. Dopo aver preso i pani e i pesci, Gesù alza gli occhi al cielo e recita la benedizione. Benedire è dire bene, è proclamare la positività del mondo, ma anche riconoscere la Sorgente di tanto bene.

Una volta benedetto il cibo ricevuto, Gesù lo divide. Noi siamo soliti parlare di moltiplicazione dei pani, perché moltiplicare è tipico dell’uomo, mentre proprio di Dio è condividere. La moltiplicazione umana dei beni accresce il divario tra affamati e sazi. Al contrario, la condivisione divina porta alla sazietà di tutti, con addirittura un avanzo. Condividere rinnova e fa maturare la comunità perché porta a prendere parte alla generosità di Dio e permettere ad altri di parteciparvi.

Infine, Gesù chiede che il cibo venga distribuito dai discepoli stessi. In questo modo si attiva il circolo virtuoso del dono accolto e dato. Questa diffusione del bene raggiunge molti, o meglio, tutti, nessuno escluso, come si intuisce guardando alla simbologia dei numeri [4] alla fine del brano.

Chiediamo la Grazia di entrare in questo circolo di bene, di mettere a disposizione tutto il nostro pane, ma anche di essere con Gesù, pane per i fratelli.

A Lui ci rivolgiamo così:

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Dimmi come essere pane,
come essere alimento che sazia da dentro,
che porta la pace…
Dimmi come avvicinarmi
a chi non ha fiato
e crede che ridere e amare
siano favole.
Dimmi come lasciarmi
mangiare poco a poco
donando tutto e riempiendomi di più…
Dimmi come essere per gli altri
in ogni momento
alimento e manna.
Tu che sei il pane della Vita,
Tu che sei la Luce e la pace,
Tu che inzuppi la terra
quando fai piovere il cielo,
Tu che fai di me il tuo riflesso,
Tu che abbracci la mia debolezza,
Tu che sazi la mia fame
quando torno da lontano…
Dimmi come esser pane
che cura l’ingiustizia.
Dimmi come essere pane
che crea libertà.  [5]

 

[1] Il Vangelo di Matteo, è strutturato in sette parti. Le cinque parti centrali presentano il ministero di Gesù mediante cinque sezioni narrative e cinque discorsi sul Regno dei Cieli, visto da varie angolazioni. A queste parti si aggiungono i capitoli iniziali sull’infanzia di Gesù ed la conclusione sul Mistero della Pasqua.

[2] Dopo il Battesimo e il miracolo alle nozze di Cana.

[3] Questi numeri sono simbolici: cinque più due è uguale a sette, numero che evoca la pienezza. Poi, Agostino vedrebbe i cinque pani come i cinque libri della legge, la Torah, e i due pesci come riferimento a Cristo Gesù, che compie il duplice comando dell’amore.

[4] Circa il numero dei cinquemila, va ricordato che è il numero della comunità primitiva, dei cristiani di cui si parla negli Atti degli Apostoli. Quanto alle ceste avanzate si può sottolineare che il numero dodici  dice che ci sono pani per ogni tribù, per ogni mese dell’anno; c’è cibo, e dunque vita, per tutti e per sempre.

[5] Traduzione libera di Salomé Arricibita, Como ser pan

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