Le regole del gioco tra vita e niente

Il tema dell’eutanasia si fa sempre più pressante. Abbiamo chiesto al nostro collaboratore, Andrea Miccichè, di aiutarci a pensare e a riflettere su questo argomento, per poterne parlare senza frasi fatte e slogan.

Questo è il primo di quattro articoli che Andrea ci regala.

 

Tu giochi a scacchi, non è vero?

Un titolo strano per una rubrica che si occupa di uno dei temi più sensibili, drammatici e controversi del nostro secolo: il “fine vita”.
Che la vita di tutti abbia una “naturale conclusione” è pacifico, ma il “come” e, soprattutto, il “perché” rimangono un mistero di sofferenza.

E se, fino a qualche tempo fa, il senso della vita e della morte era abbastanza scolpito nella mente, la secolarizzazione, mettendo in crisi la dimensione ultraterrena, ha frantumato anche la “fedeltà alla terra”, tanto esaltata dai maestri del sospetto, Nietzsche in primo luogo.

Ma perché scomodare uno dei più famosi giochi da tavolo?

La battuta, che dà il titolo ai nostri colloqui, è posta in apertura all’opera cinematografica Il settimo sigillo, prodotta nel 1957 dal registra svedese Ingmar Bergman.
In un Medioevo a tinte fosche, segnato dalla peste e dal terrore, il crociato Antonius Block, pronto nello spirito, ma non nel corpo, s’imbatte nella Morte, che lo stava aspettando sulla riva del mare. Non esiste una dilazione, non c’è pietà per chi invoca un supplemento di tempo: tornano in mente le parole del Vangelo “E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita?” (Mt 6,27).

Ma un lampo di genio nella mente del cavaliere può cambiare le sorti del discorso: “Tu giochi a scacchi, non è vero?”, e la Morte acconsente, fiera di non aver mai perso una partita, a sospendere il suo compito per partecipare alla sfida. Il resto lo lascio a chi vorrà guardare la proiezione: mi limito a proporre alcune suggestioni sul gioco tra l’uomo e la sua fine.

 

Ora non c’è più soltanto l’eterna lotta tra la vita e la morte, ma, quando la vita è percepita come una sofferenza insopportabile, l’uomo, novello giocatore di scacchi, preferisce subire uno scacco matto, piuttosto che continuare una pietosa gara.

Non c’è più nulla da difendere, se, seguendo le parole di uno stolto personaggio, “la vita alle volte è una vera pazzia”, che non vale la pena di essere vissuta e alla quale sarebbe preferibile porre una veloce fine.
Ormai è chiaro che il dubbio su Dio, sulla sua esistenza e sulla sua Provvidenza è divenuto il dubbio sull’uomo, sulla sua vita e sul suo essere segno di bene per sé e gli altri, in ogni istante.

 

Sai giocare a scacchi, non è vero?, dice Antonius Block alla Morte, sperando di ottenere del tempo; Sai giocare a scacchi, non è vero?, chiedono alla Morte l’uomo e la donna di oggi di fronte al gioco della vita, sperando, se non altro, che la libertà e la dignità siano salvate, tramite il nulla, dal niente incombente.

Come ciò si manifesterà è altrettanto oscuro: “Sappiamo che deve accadere qualcosa, ma non sappiamo cosa”, questo è il sentimento che terrorizza l’umanità di fronte al fine vita.

È un dubbio legittimo, ma la soluzione che sfocia nelle forme di “eutanasia”, o, ancor più, nel “suicidio assistito”, apre lo scenario a una inquietante solitudine.

Queste le pedine sulla scacchiera, queste le regole del gioco: ci confronteremo nei prossimi articoli con il dramma umano della morte e della sofferenza ultima, analizzandone i profili sociali, giuridici ed etici. Sarà un lavoro di ri-flessione, animato dalla certezza che, nel chinarsi sulle ferite, si entra in contatto con l’uomo nella sua interezza.

 

Andrea Miccichè

 

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