Una piccola luce nel buio

Conversazione con Lucilla Giagnoni

 L’intervista è stata effettuata da Massimo Orlandi in occasione della messa in scena di “Vergine madre” presso la Fondazione Baracchi, a Bibbiena. Quel giorno Lucilla ha avuto modo anche di visitare Romena.

 

È una attrice straordinaria, autrice e protagonista di indimenticabili monologhi. Ma Lucilla Giagnoni nei momenti di crisi, come quello che viviamo, ricorre sempre a Dante. Perché il sommo poeta è capace di portarci in uno spazio profetico: quello della poesia.

 

Lucilla, tu hai detto che, per uscire dai duri mesi della pandemia hai avuto un alleato speciale, cioè Dante. Perché?

Io ricorro a Dante fin da quando ero bambina. Ho sempre avuto con me un libriccino della Divina Commedia, e tutte le volte che ho avuto bisogno di parole di bellezza che avessero il calore della preghiera e la forza intrinseca della ricerca della verità, lo prendevo in mano e lo leggevo. Così quando è arrivata la pandemia ho compiuto un gesto: ogni giorno nel teatro che dirigo a Novara ho interpretato un canto della Divina Commedia. È stato il mio modo di accendere una piccola luce nell’oscurità di quei giorni. E siccome il lockdown, quello totale, è durato esattamente 100 giorni ho potuto interpretare tutta l’opera. Dante mi è stato proprio un compagno, un amico. Ogni giorno mi dava parole che mi facevano camminare in avanti. Perché quel viaggio dall’Inferno al Paradiso è veramente un percorso di evoluzione, di conversione.

 

Tu hai raccontato che il tuo spettacolo più famoso, ‘Vergine madre’, in cui interpreti e attualizzi sei canti della Divina Commedia, nasce in un altro momento delicato dell’umanità e cioè l’11 settembre del 2001. In che modo Dante si associa anche a quella crisi?

Ricordo esattamente quel momento: stavo guardando la ‘Melevisione’ con mia figlia Bianca, che all’epoca aveva 5 anni. Ma d’improvviso le immagini sono cambiate: sono apparse le Torri Gemelle sventrate dagli aerei. Ho subito preso coscienza che il mondo stava rovesciandosi. E ho avuto proprio la percezione che l’inferno precipitasse su di noi, in quel momento con una particolare apprensione, perché quando si è genitori di figli piccoli si è ancora più aperti alle ferite. E allora lì per lì ho avuto un istinto che veniva dalla mia anziana nonna che aveva visto tutte le guerre, l’istinto di chiudersi in casa. Ma dall’altra parte, però, ho sentito anche la voce dell’artista che mi invitava a compiere il movimento contrario, a non accettare supinamente quello che stava accadendo. E se era la bellezza che poteva farci uscire da quell’ inferno allora ho cercato la bellezza. E per me, che sono nata e cresciuta a Firenze, cercare la bellezza voleva dire cercare Dante. E così ho cominciato a scrivere quello che è diventato il mio spettacolo più rappresentativo. ‘Vergine madre’ è il mio cuore, racconta di me, delle mie radici e di quel futuro che la bellezza rigenera continuamente. 20 anni fa con le Twin Towers, oggi con la pandemia.

 

Quando il mondo si trova in una selva oscura tu ti affidi a un poeta. Perché?

La poesia aiuta sempre a uscire dalla selva oscura perché ti permette di fare un salto in avanti, di vedere ciò che adesso non si vede, arrivando dove la ragione non riuscirebbe. La poesia ha questo dono di tenere insieme mente e cuore, e grazie a questo, di essere visionaria. E Dante, il sommo poeta, è il visionario per eccellenza.

 

Grandi attori hanno portato Dante sulla scena. Da Vittorio Gassman a Carmelo Bene, sino a Roberto Benigni. Si tratta di artisti uomini. Quanto conta lo sguardo femminile nella lettura di Dante?

La diversità della mia interpretazione femminile sta innanzitutto nel modo di guardare il Dante ‘uomo’. I grandi attori che hai citato hanno sempre cercato di ‘dire’ il testo, senza però mettersi nei panni di Dante. Il protagonista della Divina Commedia è un uomo che piange, che si vergogna, si umilia, si arrabbia, che mostra le sue luci e le sue ombre. Io ho cercato di entrare nel suo pensiero, di vivere le sue emozioni con un’empatia che è tipicamente femminile. Poi c’è un’argomentazione teorica forse anche più intrigante. Dante insegue il femminile come obiettivo di compiutezza dell’essere umano. Il femminile non è della donna, il femminile è un’energia che permea al mondo. Il nostro mondo è pervaso da un’energia maschile che vuol essere ovunque dominante. Ma il femminile deve riemergere anche nell’essere umano maschio. Dante insegue il femminile perché sente che c’è bisogno di quella compiutezza. Così la “Vergine madre” è quell’essere umano che ha detto ‘Sì’, ‘Io ci sono’, e ha fatto quello che sembra impossibile per un essere umano: ha respirato nel Divino, è diventata feconda e ha unito l’impossibile: “Vergine madre, figlia del tuo figlio”. Quell’essere umano che ha dato armonia ai contrari esprime un’energia tipicamente femminile. E consente di raggiungere quella compiutezza dell’umano cercata dal poeta.

 

Qual è allora il compito dell’artista, specie in momenti come questo?

Un artista di teatro, come nel mio caso, esplora l’ombra dell’essere umano. Ma esplorando l’ombra riesce anche a fare luce. Anche Dante non ci dice di negare l’oscurità, perché l’ombra è generativa, ma ci invita a seguire le stelle. Il nostro compito, dunque, è di accendere quei piccoli punti luminosi. Sono convinta, infatti, che anche il più infelice tra gli artisti mostra sempre una via d’uscita dall’inferno.

 

da Romena

 

 

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