Le donne nella Bibbia – Agar

“Diamo inizio ad un appuntamento mensile, che ci accompagnerà lungo tutto questo 2023:
ogni mese una figura femminile dell’Antico o del Nuovo Testamento,
per leggere la storia della salvezza a partire dagli occhi delle donne”

Redazione FMA Lombardia

 

di suor Maridele Sandionigi

AGAR – Ossia quando la preghiera ti apre gli occhi (Gen 21, 14-21)

 

INTRODUZIONE

Siamo nel primo libro della Bibbia, il libro Genesi, in quella parte che viene chiamata “il Ciclo di Abramo”.
Al cap. 12 abbiamo la richiesta che Dio fa ad Abramo: “Vattene dalla tua terra…”, questa richiesta di Dio racchiude in sé tre promesse: 

  1. La terra: “la terra che io ti darò
  2. Discendenza: “la tua discendenza sarà più numerosa delle stelle del cielo, più numerosa della sabbia del mare
  3. La benedizione: “tu sarai benedizione e in te saranno benedette tutte le nazioni della terra

Nello stesso capitolo al versetto 5 si dice: “Abramo prese tutte le persone che lì si era procurate e si incamminarono…”.
Agar, la figura femminile che prendiamo in considerazione, non fa parte, però di questo gruppo di persone. Ella entrerà nel “clan di Abramo” solo successivamente in quell’episodio che si potrebbe chiamare “il peccato di Abramo”.

 

AGAR 

Quando fu sul punto di entrare in Egitto, disse alla moglie Sarаi: “Vedi, io so che tu sei donna di aspetto avvenente. Quando gli Egiziani ti vedranno, penseranno: “Costei è sua moglie”, e mi uccideranno, mentre lasceranno te in vita. Di’, dunque, che tu sei mia sorella, perché io sia trattato bene per causa tua e io viva grazie a te”. Quando Abram arrivò in Egitto, gli Egiziani videro che la donna era molto avvenente… la donna fu presa e condotta nella casa del faraone. A causa di lei, egli trattò bene Abram, che ricevette greggi e armenti e asini, schiavi e schiave, asine e cammelli. Ma il Signore colpì il faraone e la sua casa con grandi calamità, per il fatto di Sarаi, moglie di Abram.

Agar, fa parte di queste schiave egiziane che sono state date in dono ad Abramo dal faraone e, quando il faraone chiede ad Abramo di andarsene, riparte con il “clan di Abramo”. 

Di fatto, come suggerisce il significato del suo stesso nome, lei è una straniera, non fa parte del popolo eletto e quindi, apparentemente, nemmeno delle promesse fatte da Dio ad Abramo; però, quando Abramo e Sara si vedono invecchiare senza avere figli, decidono di non attendere i tempi di Dio, ma di gestire la situazione per poter ottenere il risultato desiderato e così coinvolgono Agar, facendola unire ad Abramo, in conformità al Codice di Hammurabi che negli articoli 144 e 146 prevedeva la possibilità che le schiave potessero unirsi con il capo clan per dargli dei figli.

Nel momento in cui Agar rimane incinta, sente una certa superiorità nei confronti di Sara, paragonando la sua fecondità alla sterilità della sua padrona e comincia a vivere con fatica la sottomissione e l’obbedienza nei suoi riguardi. Sara si lamenta di questa situazione con Abramo che però non prende le difese della madre del suo primogenito, ma risponde a Sara dicendole che “la sua schiava è in mano sua”.
Sara inizia così a maltrattare Agar sempre più duramente e quest’ultima, stremata dai soprusi della padrona, si vede costretta a fuggire nel deserto. 

 

AGAR NEL DESERTO

Questa è la prima volta che Agar si allontana dal clan di Abramo. Siamo al capitolo 16 del libro della Genesi. Il testo racconta:

La trovò l’angelo del Signore presso una sorgente d’acqua nel deserto, (…)
e le disse: “Agar, schiava di Sarаi, da dove vieni e dove vai?”. 

E’ molto interessante questo passaggio per diversi motivi:

In primo luogo, perché Agar, la straniera, è la prima donna della Bibbia a cui appare un angelo del Signore, se non consideriamo Eva che aveva una relazione diretta con Dio, prima del peccato originale.
Secondo poi, perché né Abramo, né Sara hanno mai chiamato Agar per nome, ma sempre con il titolo di schiava; l’angelo del Signore, invece, la chiama per nome!

E, ancora, fate attenzione al luogo dove l’angelo del Signore incontra Sara – una sorgente d’acqua nel deserto – perché ci servirà successivamente. 

Rispose Agar: “Fuggo dalla presenza della mia padrona Sarаi”.
Le disse l’angelo del Signore: “Ritorna dalla tua padrona e restale sottomessa”.
Le disse ancora l’angelo del Signore: “Moltiplicherò la tua discendenza e non si potrà contarla, tanto sarà numerosa”. 

Con queste parole, l’angelo fa ad Agar, straniera e schiava, la stessa promessa fatta ad Abramo, Agar diventa così compartecipe di una delle promesse. Poi l’angelo profetizza e annuncia la nascita del figlio.
Questi versetti biblici fanno riecheggiare in noi l’annuncio dell’angelo a Maria di Nazareth:

(…) “Ecco, sei incinta: partorirai un figlio e lo chiamerai Ismaele,
Perché il Signore ha udito il tuo lamento (…) e abiterà di fronte a tutti i suoi fratelli“.
Agar, al Signore che le aveva parlato, diede questo nome: “Tu sei il Dio della visione”, perché diceva: “Non ho forse visto qui colui che mi vede?”
Tu sei il Dio che apre gli occhi.

In questi versetti “di annunciazione” sottolineiamo tre elementi:

  1. l’ascolto da parte di Dio
  2. Lo stare di fronte
  3. Il nome che Agar da’ a Dio: tu sei il Dio della visione! Tu sei il Dio che apre gli occhi.

IL RITORNO DI AGAR E LA NASCITA DI ISACCO

Agar, allora, dopo l’incontro con l’angelo, torna e partorisce Ismaele quando Abramo ha 86 anni. Di fatto, Ismaele non è il figlio promesso da Dio, ma è il risultato dei progetti fatti da Abramo e Sara, incapaci di attendere i tempi di Dio. Così quando Dio decide che è giunto il tempo opportuno; la promessa, così come fatta da Dio, si realizza ed è Sara a partorire un figlio ad Abramo: Isacco.
A questo punto della storia Abramo ha 100 anni e, di conseguenza, Ismaele ne ha 14 ed è, quindi, un adolescente. 

Ma Sara vide che il figlio di Agar l’Egiziana, quello che lei aveva partorito ad Abramo, scherzava con il figlio Isacco. Disse allora ad Abramo: “Scaccia questa schiava e suo figlio, perché il figlio di questa schiava non deve essere erede con mio figlio Isacco”. La cosa sembrò un gran male agli occhi di Abramo a motivo di suo figlio. Ma Dio disse ad Abramo: “Non sembri male ai tuoi occhi questo, riguardo al fanciullo e alla tua schiava: ascolta la voce di Sara in tutto quello che ti dice, perché attraverso Isacco da te prenderà nome una stirpe. Ma io farò diventare una nazione anche il figlio della schiava, perché è tua discendenza”. 

 

LA CACCIATA DI AGAR E ISMAELE

Abramo si alzò di buon mattino, 

E, a questo punto, dopo un’introduzione che mi sembrava assolutamente necessaria per poter cogliere alcuni elementi oggetto della nostra riflessione e della nostra preghiera, inizia il brano che vogliamo considerare.

Questo brano al v. 14 inizia proprio come inizia il brano del sacrificio di Isacco qualche capitolo più avanti; perché, in un certo senso, ad Abramo, ancora prima di chiedere di sacrificare il figlio Isacco, Dio chiede di sacrificare Ismaele. O forse, come altri sostengono, Abramo non onora la responsabilità della sua paternità e non accetta che sia primogenito il figlio della schiava, ma risolve il suo senso di responsabilità dando ad Agar e al figlio adolescente “il pane e un otre d’acqua”, due elementi certamente essenziali, ma ben poca cosa se paragonati alle grandi ricchezze di Abramo. 

Prese il pane e un otre d’acqua e li diede ad Agar, caricandoli sulle sue spalle; le consegnò il fanciullo e la mandò via.

Anche questo versetto mi colpisce molto, perché di fronte a un figlio quattordicenne Abramo non carica il peso dell’otre d’acqua sul figlio, ma sulla madre; come per investirla del compito di prendersi cura di suo figlio. Il pane e l’acqua, inoltre, sono gli stessi elementi carichi di simbologia, che la bibbia propone come il nutrimento che viene offerto in preparazione ai più significativi incontri con il Signore, nei quali il Signore è solito donare all’eletto una missione. Pensiamo, ad esempio, al profeta Elia quando, desideroso di morire, si pone sotto una ginestra e viene svegliato dall’angelo del Signore che lo invita a mangiare proprio delle focacce e di bere un otre d’acqua… 

Del resto, la ginestra di Elia è molto simile, come simbolica, al cespuglio sotto cui Agar decide di deporre il figlio Ismaele dopo essersi smarrita nel deserto e aver terminato l’acqua.

Inoltre, per noi il richiamo ai sacramenti è forte e evidente: il pane ci riporta all’Eucarestia e l’acqua alla grazia del Battesimo e della Riconciliazione.

L’INCONTRO CON IL SIGNORE

La parte del brano che inizia con il v. 15 deve essere letta, a mio avviso, in parallelo con la prima fuga di Agar nel deserto e il primo incontro con l’angelo del Signore. 

Allora depose il fanciullo sotto un cespuglio
e andò a sedersi di fronte, alla distanza di un tiro d’arco, perché diceva: “Non voglio veder morire il fanciullo!”. Sedutasi di fronte, alzò la voce e pianse. 

Pensate cosa può significare per una madre veder morire il proprio figlio: significa veder morire la propria vita, ma anche il proprio futuro, i propri progetti.

 

CHIAVI DI ATTUALIZZAZIONE

DEPORRE IL FANCIULLO SOTTO IL CESPUGLIO 

Questo versetto può avere punti di vista differenti: può avere una connotazione, in un certo senso, negativa: può voler significare, per qualcuno di noi, il desiderio di deporre la propria vita e il proprio futuro per mancanza di speranza, perché convinti che le cose non possano cambiare e quindi si sceglie di rinunciare a lottare; o ancora, si attende che qualcuno venga a sistemarci la vita, senza un nostro reale impegno e un nostro deciso senso di responsabilità e di sacrificio.

Può, al contrario, avere una connotazione positiva, può corrispondere con la scelta consapevole di prendersi del tempo e anche le giuste distanze per “mettersi di fronte” alla propria vita, ai propri progetti e al proprio futuro. 

L’atteggiamento dello “stare di fronte” viene richiamato sia nel cap. 16 che nel cap. 21, in due modi diversi. Al cap. 16 si dice di Ismaele che “starà di fronte” ai suoi fratelli, al cap. 21 per ben due volte si dice che Agar si pone di fronte al fanciullo, deposto nel cespuglio… 

L’atteggiamento dello stare di fronte dice un atteggiamento di grande maturità umana e spirituale: essere capaci di prendersi del tempo, lontani dalle cose da fare, dalle urgenze a cui rispondere, per mettersi di fronte alla verità di sé stessi, alla verità della propria vita, alla verità della propria vocazione. 

L’atteggiamento che Agar assume è esattamente in conformità a quella che era stata indicata dall’angelo come la missione di suo figlio, proprio come segno di continuità tra madre e discendenza: “abiterà di fronte” (Gen. 16, 12). Agar si siede di fronte al ragazzo, di fronte alla vita della sua vita, di fronte al suo futuro. Questo è l’atteggiamento che dobbiamo imparare da Agar per evitare che la vita e la storia ci travolgano senza che noi abbiamo la consapevolezza di ciò che stiamo vivendo o di ciò che siamo chiamati a vivere.

E da quella posizione di chi sta seduto, nel deserto, senza acqua, di fronte alla sua vita, si alza la voce verso Dio e il pianto. 

Dio udì la voce del fanciullo e un angelo di Dio chiamò Agar dal cielo e le disse: “Che hai, Agar? Non temere, perché Dio ha udito la voce del fanciullo lа dove si trova.

I DUE INCONTRI DI AGAR CON L’ANGELO

Al cap. 16 l’Angelo rivolgendosi ad Agar la chiama “Agar, schiava di Sara” e le chiede quale sia la direzione del suo venire e del suo andare, invitandola a tornare dalla sua padrona per vivere sottomessa

Al cap. 21 la prospettiva cambia completamente, l’Angelo non indica più Agar come schiava, anzi la invita ad “alzarsi” – a risorgere – a prendere per mano la propria vita e a vivere come una donna/uomo libero. Agar e il suo futuro sono stati trovati da Dio esattamente nel luogo dove si trovano e da quel punto, che ricordo essere un luogo di smarrimento e di aridità, possono ricominciare a costruire qualcosa di grande insieme se lasceranno che Dio sia il protagonista della propria vita, ricordate la promessa: “io ne farò una grande nazione”.

 

LA SORGENTE, L’OTRE, IL POZZO

Al cap. 16 Agar viene trovata dall’angelo in mezzo al deserto, ma presso una sorgente… le viene chiesto di lasciare la sorgente per tornare da Abramo che, successivamente, le darà solo un’otre d’acqua assolutamente insufficiente per affrontare il suo secondo viaggio nel deserto. Dopo la preghiera, però, Dio le apre gli occhi e lei può vedere il pozzo che doveva essere poco distante, ma che lei era incapace di vedere. 

Questa sottolineatura mi ricorda l’espressione di un salmo “non confidate nei potenti, in un uomo che non può salvare, esala lo spirito e ritorna alla terra, con lui svaniscono tutti i suoi disegni”.
Se Agar avesse riposto esclusivamente la sua speranza in Abramo, in un uomo, sarebbe stata destinata a morire, avrebbe ricevuto un nutrimento insufficiente per la sua vita; invece, in presa allo smarrimento, allo sconforto, all’angoscia per una morte che si avvicina, si mette in preghiera, alza e la voce e piange: sa esprimere il suo dolore e la sua angoscia a Dio, che non smette di ascoltare la sua voce e quella di suo figlio e risponde a questo grido e a questo pianto. 

Agar passa dalla sorgente dell’inizio al pozzo del cap. 21 e penso che nemmeno questa sottolineatura sia casuale. Dal primo incontro al secondo incontro con Dio, Agar è una donna profondamente cambiata, è diventata una donna libera, non più schiava, è diventata madre e compartecipe delle promesse del Patriarca. Di conseguenza, ad Agar ora è chiesta la responsabilità non di bere un’acqua gratuita come può essere quella della sorgente, che sgorga in modo spontaneo, ma di attingere al pozzo che richiede la fatica dello scendere in profondità per poter portare in luce (facendo anche un po’ di fatica fisica) ciò che ha il compito di alimentare la nostra vita. Scavare nel profondo di noi stessi per cercare ciò che c’è di vero nel nostro cuore… solo lì possiamo trovare la vera sorgente dissetante, soltanto lì possiamo trovare la verità che il Signore ci svela sui di noi e sul nostro futuro, quell’acqua che ci toglierà la sete in eterno.

 

TU SEI IL DIO DELLA VISIONE, TU SEI IL DIO CHE APRE GLI OCCHI

Dio si manifesta nuovamente ad Agar secondo le caratteristiche che le sono famigliari. Io penso che ciascuno di noi abbia il suo modo particolare per incontrare Dio, abbia con Dio una relazione unica e irripetibile. Per Agar, come lei stesso lo ha chiamato, Dio è il Dio della Visione, è il Dio che apre gli occhi, è il Dio che anche di fronte allo smarrimento di una vita senza direzione, di una vita segnata dall’angoscia per un futuro che sembra essere senza speranza, riesce a cambiare il nostro sguardo e la nostra prospettiva sulla realtà. L’acqua che Agar dà da bere a suo figlio e al suo futuro, che deriva proprio dal pozzo rivelatole da Dio, dice proprio che Dio non fa mancare il suo nutrimento alla nostra vita, alimenta per noi ogni giorno un nuovo inizio e per dirla con Gregorio di Nissa: “di inizio in inizio per inizi che non hanno fine”.
Dobbiamo imparare a concepire la nostra vita come un eterno inizio di conversione al vangelo, alla Parola che si deve incarnare in noi, nella nostra umanità, nella nostra storia quotidiana