2^ domenica del Tempo Ordinario

da | 17 Gen 2020 | Commento al vangelo

19 gennaio 2020 – Anno A

 

Vangelo di Giovanni 1, 29-34

Commento di suor Cristina Merli, FMA

 

E ancora una volta, come sempre, prima che noi riusciamo a muovere un passo verso di Lui, è Dio che ci viene incontro, ci cerca, desidera incontrarci.

“Il giorno dopo, vedendo Gesù venire verso di lui…”.

Non sono gli sforzi di volontà, gli alti propositi, le decisioni ferree di essere più buoni a farci sentire il desiderio di vivere una vita più degna, più bella, più vera, ma solo il suo chinarsi su di noi, il suo rimanere piegato su di noi.

Giovanni Battista riconosce Gesù al di là delle sue connotazioni fisiche e anagrafiche e, cosa sorprendente, lo mostra come “l’Agnello Dio”.

Ma come, lui che aveva speso la vita a preparare la strada a un Dio che stava per arrivare con la “scure” e con il “ventilabro”, riconosce in Gesù colui che viene non con il volto del giustiziere, ma con quello di un “agnello”?

Il Battista, che ha trascorso la vita a preparare la strada ad un giudice, ora vede oltre, vede Altro, vede il Vero.

Vede che, al posto di pretendere dall’uomo sacrifici propiziatori, Dio sacrifica se stesso; al posto di chiedere la vita, offre la sua; al posto di mostrarsi onnipotente, si mostra bisognoso come un agnello a cui serve il latte di una madre e la mano di un pastore.

Ci vuole certamente una grande capacità di visione per cambiare prospettiva su Dio in così poco tempo.

Ma da dove gli arriva questa intelligenza?

Credo derivi dall’attitudine acquisita, giorno dopo giorno, a guardare il mondo “per quello che è” e non “secondo me è”, ad abitare la realtà con un’attenzione totale alle persone e alle cose, al frammento in cui abita misteriosamente l’Eterno.

E per riuscirci deve decentrarsi.

Ed è proprio ciò che il Battista ha fatto.

Io non sono la Parola, sono la voce che pronuncia la Parola.
Io non sono lo Sposo, sono l’amico dello Sposo.
Io non sono quello che dovete seguire, sono il dito che indica chi dovete seguire.
Io vi battezzo con acqua, ma viene uno che è più forte di me,
che vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco.

 

Ecco cosa ha fatto Giovanni: ha messo al centro Gesù e non se stesso. E allora ha potuto riconoscerlo per quello che è: il Figlio di Dio venuto per portare la tenerezza, per farci conoscere l’Amore, disposto a dare la vita pur di ricongiungere l’uomo all’unica Fonte di felicità.

Spostarci dal centro è possibile a partire dalle cose più semplici e quotidiane.

Forse proprio per questo è complicatissimo.

Quando uno lamenta un suo acciacco e l’altro incalza con un dolore più grande, è una gara a chi sta peggio, pur di stare al centro.

Decentrarsi è ascoltare l’altro in silenzio, cercando solo di capire il suo disagio.

Quando a scuola, a catechismo, in casa un ragazzo risponde male, farsi da parte è, prima di rispondere, cercare di capire perché ha risposto così.

Quando a tavola c’è qualcosa di buono e comincia la rincorsa ad accaparrarselo, mettere al centro gli altri commensali è aspettare ad alzarsi e vedere se qualcun altro ne vuole.

Quando la nonna o la sorella anziana raccontano per l’ennesima volta la stessa storia accaduta cent’anni fa, decentrarsi è sorridere dentro e fare finta di non averla mai sentita.

Quando un avversario viene elogiato per una buona impresa e nasce la tentazione di trovare quella piccola frase che possa screditarlo, farsi da parte è guardare all’oggettività del bene fatto e, se proprio non si riesce ad applaudire, almeno tacere.

Ce lo insegna Giovanni: togliersi dal centro non è la strada della rinuncia, è la strada che libera, è la strada della gioia!

“Io ho visto ed ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio” che è disposto a tutto pur di sapermi felice.

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