2^ Domenica di Pasqua

19 aprile 2020 – Anno A

Vangelo di Giovanni 20, 19-31

Commento di suor Patrizia Colombo, FMA

 

Otto giorni dopo la risurrezione del Signore, a conclusione dell’ottava di Pasqua, si celebra la domenica della Divina Misericordia nella domenica in albis deponendis, così detta poiché i nuovi battezzati deponevano la veste bianca del battesimo.

La festa della Divina Misericordia è stata istituita ufficialmente da S. Giovanni Paolo II nel 1992 che la fissò per tutta la Chiesa nella prima domenica dopo Pasqua; secondo le visioni avute da suor Faustina Kowalska, la religiosa polacca canonizzata da Wojtyla nel 2000, fu Gesù stesso a volerla: “Desidero che la prima domenica dopo Pasqua sia la Festa della Mia Misericordia. Figlia Mia, parla a tutto il mondo della Mia incommensurabile Misericordia!”.

Papa Giovanni Paolo II morirà proprio alla vigilia di questa giornata. Queste le ultime parole scritte per l’Angelus che doveva pronunciare in occasione della Festa: “L’odierna pagina del Vangelo di Giovanni sottolinea che il Risorto, la sera di quel giorno, apparve agli Apostoli e “mostrò loro le mani e il costato”, cioè i segni della dolorosa passione impressi in modo indelebile sul suo corpo anche dopo la risurrezione. […] All’umanità, che talora sembra smarrita e dominata dal potere del male, dell’egoismo e della paura, il Signore risorto offre in dono il suo amore che perdona, riconcilia e riapre l’animo alla speranza. È amore che converte i cuori e dona la pace. Quanto bisogno ha il mondo di comprendere e di accogliere la Divina Misericordia! Signore, che con la tua morte e risurrezione riveli l’amore del Padre, noi crediamo in Te e con fiducia ti ripetiamo quest’oggi: Gesù, confido in Te, abbi misericordia di noi e del mondo intero!” (3/4/2005)

Il brano di Vangelo che oggi la liturgia ci propone è ricchissimo di significati ed è una delle pagine bibliche più commentate nei suoi molteplici aspetti ed anche più rappresentate dal mondo dell’arte. Mi permetto di mettere in luce solo alcuni semplici elementi.

Siamo nella parte finale del capitolo 20 del Vangelo di Giovanni che, a sua volta, è una prima conclusione di tutto il Vangelo giovanneo stesso. Giovanni chiude il capitolo dicendo che sarebbero ancora tanti i fatti da raccontare, meglio, i segni, ma quanto è stato narrato sino a questo punto è ciò che basta perché noi possiamo credere che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, possiamo avere la vita nel suo nome.
È come dire: “se tutto quello che avete appreso sinora non vi basta per credere, non servirebbe scrivere una biblioteca intera per convertire il vostro cuore, qui c’è già tutto quanto serve alla vostra fede, anzi, tutto quanto serve perché abbiate la vita”.

Che cosa dunque c’è?

Il capitolo 20 è dedicato totalmente a due giorni, dei quali il primo è particolare, è il giorno dopo “quel sabato”, il primo giorno dopo la sepoltura di Gesù, dopo che a quel sepolcro, e alla vicenda di Gesù di Nazareth, “si era messa una pietra sopra”.

La giornata si apre al buio, il buio prima dell’alba, ma pur sempre ancora buio, e in tutto il tempo che segue è un susseguirsi di entrare e uscire, di voltarsi e rivoltarsi, di correre e di lasciar passare, di vedere, credere e non capire. Tutto questo movimento conduce gli apostoli alla sera di quello stesso giorno ancora increduli, timorosi, frastornati, incapaci di ricomporre in un unico quadro tutti i tasselli, ancora “non avevano infatti capito” (v 10).

Ed è in questa cornice, in questa stanza dalle porte chiuse che Giovanni pone una scena maestosa, regale. In questo turbinio di domande, di incomprensioni, di paure, nel buio della sera, viene Gesù e sta, lì, in mezzo, in mezzo alle domande, alle incomprensioni e alle paure e compie tre gesti fondamentali: porta la sua pace, mostra i segni della sua passione e dona lo Spirito Santo perché gli apostoli possano uscire e offrire a tutti il perdono dei peccati.
Gesù sta, lì, in mezzo a loro ed è la sua presenza a dare pace, la sua presenza rassicura, come il pastore che dà sicurezza al gregge disperso, come il padrone di casa che mette a tacere il subbuglio dei cuori.

Ancora una volta è Gesù che prende l’iniziativa, lui supera i muri e le porte chiuse, lui va incontro ai suoi amici, lui offre la sua pace, invece di rimproverarli perché nel momento del dolore sono fuggiti tutti, perché ancora dubitano delle sue parole, invece di cercare consolazione per sé, lui si prende cura di loro. Il suo ingresso è maestoso, è il Signore risorto quello che si presenta agli occhi degli apostoli, la sua presenza è regale, ha vinto la morte, è il re. Ma è un re che ha dato la vita per coloro che ama, nel suo ritorno vittorioso non ha voluto cancellare i segni del suo essere passato attraverso la sofferenza della Croce, e sono proprio quei segni che lo rendono credibile agli occhi degli apostoli.

Nessuno degli apostoli però sembra accorgersi che manca uno di loro, che Tommaso è fuori. Ancora una volta c’è un essere dentro e un essere fuori, dove però l’essere “dentro” è ancora ripiegato su di sé e deve perciò essere purificato e l’essere “fuori” dice che forse va recuperato il senso della comunità, l’essere gli uni per gli altri, che bisogna vincere la tentazione del disfattismo, dell’abbandono, dell’isolamento.

È Gesù che si accorge dell’assenza di Tommaso, della sua domanda, dei suoi dubbi e lo recupera, ma lo recupera quando tutti sono riuniti, non da solo a solo; Gesù torna a stare in mezzo ai suoi quando anche Tommaso è presente.
È un cammino di fede che con pazienza Gesù fa compiere ancora una volta agli apostoli, come a dire che devono recuperare l’essere comunità per poter poi andare a parlare d’amore in modo credibile, devono riconoscersi parte gli uni degli altri, devono sapersi perdonati e perdonarsi a vicenda per poter parlare di perdono, insieme devono “toccare con gli occhi” che il Figlio di Dio non ha amato per finta, che l’amore deve attraversare il dolore, ma non ne è vinto; insieme devono sentire la misericordia di Dio scendere come rugiada su di loro. Per questo dona loro lo Spirito, da soli non potrebbero mai arrivare a tanto!

Di fronte ad un amore così, Tommaso crede, forse lui, che prima non c’era, ora diventa voce di tutti e riconosce Gesù proprio nei segni che ne dimostrano il grande amore. Aveva bisogno di questa concretezza Tommaso per arrivare a confermare la sua fede, non sono bastate le parole dei suoi compagni, aveva bisogno di un incontro con il suo Signore Gesù.

 

Perdonate se mi sono dilungata, sicuramente con povere parole, insufficienti e inadatte a dire la grandiosità di questo passo del Vangelo. Lasciamoci piuttosto allora coinvolgere in questa scena che la liturgia ha scelto oggi per raccontarci la misericordia con cui Dio non ci lascia soli, si preoccupa per noi, entra nelle nostre case chiuse – non solo metaforicamente in questo tempo di epidemia – e ci dona lo Spirito Santo per annunciare che la morte è vinta e l’amore è più forte.

 

Quanto bisogno ha il mondo di comprendere e di accogliere la Divina Misericordia!” scriveva S. Giovanni Paolo II nel lontano 1992, quanto valgono oggi queste parole per ogni uomo!

 

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