4^ Domenica di Pasqua

3 maggio 2020

 

Vangelo di Giovanni 10,1-10

Commento di suor Silvana Mascotto, FMA

 

Il brano del vangelo di Giovanni evidenzia una relazione, quella autentica, quella dove ci si riconosce per promesse leali, per finalità eterne, per fiducia. È il ‘pastore’, un maestro che ‘chiama per nome’, indica la meta, il percorso, il perché. L’immagine di una Chiesa guidata, in cammino, popolo.

Che desiderio di pastori, di maestri… che chiamano per nome, che conducono, che camminano davanti a noi. A tutte le età. Quando sei giovane desideri un ‘maestro’, senza saperlo. Lo vorresti anche se a distanza, discreto, e lo aspetti. In età adulta sei consapevole di volerlo e, se sei umile, in alcune situazioni, lo cerchi. In età avanzata hai bisogno ancora di luce e di una voce chiara, una ‘voce’ conosciuta, perché quell’ultimo tratto di strada è nuovo. E Gesù lo sa. Gesù è più del “Crepet” di turno.

ll nostro cuore è per lui una distesa panoramica presente ai suoi occhi, e da divino psicologo, conosce le nostre esigenze umane. Sa che sentirci chiamare per nome riafferma in noi l’identità originale, fa in modo che noi ci riconosciamo, ma soprattutto, sentiamo che l’altro ci riconosce. È il fondamento, questo, della relazione che permette una vita di reciprocità donata. E il Signore lo sa e il Signore questo vuole da noi.

Le pecore ascoltano la sua voce. Si fidano, quella voce penetra e convince perché il pastore è colui che andrà a cercare la pecorella smarrita quando accadrà. È colui che non ti dimenticherà, non ti lascerà indietro perché sei lento: ‘Conduce pian piano le pecore madri’. Il gregge non è un mucchio. Lui conosce tutte le sue pecore. E ‘le pecore ascoltano la sua voce…”. Non ascoltano l’estraneo, fuggono da costui perché non conoscono la voce degli estranei. Gli estranei non parlano al cuore, parlano solo all’intelligenza, offrono idee, o parlano alla sensibilità epidermica, offrono emozioni…, offrono il temporaneo, non l’eterno. Il cuore biblico resta estraneo, insoddisfatto. Sente, prima o poi, che costoro sono ‘ladri, banditi’, predatori della vita autentica. Invece ‘quella voce’ le pecore la seguono, sicure, contente, insieme.

Sì, insieme, perché Gesù ama le folle, come dice anche Papa Francesco. Tutta l’umanità è chiamata per nome, tutta l’umanità è chiamata ad essere ‘gregge’ ad essere Chiesa di Gesù.  Una Chiesa, quel ‘gregge’ della parabola, ‘che entra e esce e trova da mangiare’. Entra e gode dell’intimità, esce e chiama.

Dio è per tutti. E per ciascuno… Gesù va a Betania, si ristora con gli amici, Marta, Maria, Lazzaro… Va a pregare sul monte e ‘prende con sé Pietro, Giacomo e Giovanni ’. Dialoga con Nicodemo… Sale sulla barca di Pietro e i suoi… E parla alle folle e sfama cinquemila persone…

Gesù, in tutto il Vangelo, rivela la sua identità di pastore, colui che chiama per nome, uno, due, tre, tutti. E cammina davanti a loro e loro lo seguono perché lui non ha parole ma la Parola, quella che salva: “Io sono venuto perché abbiano vita, una vita vera e completa”.

È la grande fortuna del cristiano avere un Pastore, un Maestro. La difficoltà? Ogni cristiano deve incarnarsi e a sua volta essere per l’altro ‘pastore’, perché la Chiesa è in cammino.

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