7^ Domenica del Tempo Ordinario


3 febbraio 2020 – Anno A

Dal Vangelo secondo Matteo 5, 38-38

Commento di suor Patrizia Colombo FMA

“Avete inteso che fu detto…” Troviamo in questo brano una fotografia della vita al tempo di Gesù, del normale modo di comportarsi, uno spaccato della morale e dell’insegnamento della Legge ebraica, di ciò che un uomo giusto doveva fare per sentirsi a posto.
Quello a cui fa accenno Gesù era pacificamente accolto dalla gente del suo tempo, ma Gesù chiede ai suoi discepoli qualcosa di oltre. C’è un di più, c’è un “salto di qualità” che Gesù propone, come se si potesse alzare ancora un poco l’asticella: “Ma io vi dico…”

È come se Gesù ci presentasse un minimo necessario per essere un bravo credente e un massimo possibile per essere un buon cristiano, o – per dirla secondo un’espressione usata da Don Bosco – per essere “un onesto cittadino e un buon cristiano” nel contempo; c’è un “di più” che viene proposto, come se, a chi crede in Gesù, non bastasse non fare nulla di male, ma fosse chiamato a fare qualcosa di bene.

Viene però da chiedersi che cosa ci si guadagna a “esagerare” nel bene, perché mai dovremmo fare più del dovuto, dato che già quel che si fa è qualcosa di buono e giusto, di condivisibile nella logica umana della vita: amare quelli che ci amano, odiare, o quantomeno evitare, i nemici, pagare con la stessa moneta chi ci fa un torto, salutare le persone che conosciamo… 

Forse è la stessa obiezione che Gesù ha colto tra i suoi discepoli, ed è per questo che spiega: “affinché siate figli del Padre vostro. Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste”.
Questo è il livello richiesto, l’obiettivo da raggiungere, il tesoro da portare alla luce: essere figli del Padre, comportarsi come Lui si comporta, essere a “Sua immagine e somiglianza”, essere la Sua immagine concreta e credibile per ogni uomo, per ogni fratello.

Per quanto con fatica e non senza errori e cedimenti, i primi cristiani avevano capito questo stile di vita che Gesù era venuto ad inaugurare. Ne troviamo una conferma nella descrizione che viene fatta dall’anonimo autore della lettera A Diogneto – II sec. dC -: “I cristiani […]vivono sulla terra, ma hanno la loro cittadinanza in cielo. Osservano le leggi stabilite ma, con il loro modo di vivere, sono al di sopra delle leggi. […] Sono poveri e rendono ricchi molti; sono sprovvisti di tutto, e trovano abbondanza in tutto”.

C’è un di più possibile che si traduce nei gesti di carità e di amore verso ogni uomo, nessuno escluso – diremmo oggi -, che nasce ed è nutrito dal desiderio di vivere da figli del Padre e che fa superare anche il disagio e il dispiacere di essere visti a volte come ingenui e sempliciotti, gente di cui ci si può approfittare. 
È anche questo, se vogliamo, un modo di fare politica, di intervenire per il bene comune, di prendersi a cuore la vita perché sia buona per tutti. È la “politica del Padre nostro” – che, tra l’altro, nel Vangelo di Matteo segue di pochi versetti il brano che oggi la liturgia ci propone -.

A questo proposito, scrive Don Ángel Fernández Artime, Rettor Maggiore dei Salesiani di Don Bosco, nella presentazione della Strenna 2020:

“È molto conosciuta l’espressione politica del Pater noster utilizzata da Don Bosco in occasione di un incontro tra lui e il papa Pio IX nel 1867:

«Appena Don Bosco fu alla presenza di Pio IX, questi gli disse sorridendo: «Con quale politica vi cavereste voi da tante difficoltà?».

«La mia politica – rispose Don Bosco – è quella di Vostra Santità. È la politica del Pater noster. Nel Pater noster noi supplichiamo ogni giorno che venga il regno del Padre Celeste sulla terra, che si estenda, cioè, sempre più, che si faccia sempre più sentito, sempre più vivo, sempre più potente e glorioso: Adveniat regnum tuum! ed è ciò che più importa». (MB VIII, 594).

Lasciamoci dunque anche noi guidare da questa “politica del Padre nostro”, fidandoci delle parole di Gesù, nella certezza che vale davvero vivere come lui ci propone perché ciò che conta è che il Regno di Dio si realizzi giorno per giorno.

Possiamo fare nostre allora le parole di Papa Giovanni XXIII:

«Se il Signore Gesù mi dicesse: Chiedimi questa grazia […]ed io te la concederò, risponderei: No, Signore, non chiedo. Fate voi. Fino al termine della mia vita, voglio restar fedele alla dottrina del Pater noster, al Fiat voluntas tua…»
(Mons. Capovilla, Sette letture, p. 17).

È un buon biglietto di ingresso per entrare nel periodo della Quaresima e spogliare i nostri comportamenti di tutto ciò che non fa trasparire l’immagine del Padre nostro celeste.

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