Care mamme esco dal gruppo Whatsapp

da | 1 Ott 2019 | Genitori

di Sara De Carli per Vita.it

È l’amaro messaggio di Antonella, mamma di Hakim. Ora lui frequenta un’altra scuola, la terza che ha cambiato, «dove spero sia accolto come merita». La scuola, con i bambini adottati, non è inclusiva: anzi, troppo spesso è luogo di «una sofferenza insostenibile». Un grido di dolore in quindici lettere.

«Carissime mamme, mi elimino dal questo gruppo WhatsApp. Me ne libero. Trenta messaggi al giorno, su facezie varie che vanno dalla scelta del colore più idoneo per il nastrino del regalo per la maestra Carla, ai 347 commenti per esprimere preoccupazione per il fatto che la nostra classe sia indietro di “ben” due tabelline rispetto alla C. […] Tanto tempo. Troppo, in rapporto allo zero totale di risposte ai miei tentativi di comprendere perché mio figlio Hakim torna a casa da scuola piangendo un giorno sì e l’altro pure. Vi ho chiesto un incontro, ho anche prenotato, due sabati fa, una saletta in oratorio e avevo preparato anche un ciambellone ai mirtilli. Volevo sedermi con voi e provare a spiegarvi cosa sente un bambino adottato quando i compagni gli dicono che io non sono la mamma vera, che lui è stato abbandonato e che non giocano con lui perché “l’è negher” e che tutti quelli come lui sono figli di ladri. Ma eravamo solo in tre. Io e le mamme dei suoi unici amici: Abdulah e Davide che, seppur in sedia a rotelle, è – a suo dire – il più veloce a venirgli vicino quando si sente triste. Nessuna di voi si è presentata».

È l’amara, amarissima lettera di Antonella, mamma di Hakim, alle mamme dei compagni di classe di suo figlio. Ora Hakim è in un’altra scuola, la terza che ha cambiato, «dove spero sia accolto come merita». Hakim è stato adottato e la sua storia è simile a quella di tanti altri bambini. Perché la scuola è un tassello critico per tanti bambini che sono nati da un’altra parte del mondo e hanno dentro di sé la ferita dell’abbandono.

La lettera della mamma di Hakim fa parte del volume “Cara scuola…”: quindici lettere scritte direttamente da alunni adottati e da genitori, per narrare una sofferenza inimmaginabile e una guerra combattuta in solitudine, una realtà che va in scena, non vista, nelle nostre aule, mattina dopo mattina.

Lettere che raccontano una scuola che è un «campo di battaglia», un luogo di «sofferenza inimmaginabile». Scenario e causa essa stessa (che è pure peggio) di «una sofferenza insostenibile», di un «disagio che arriva a minare serenità e autostima». Esistono delle Linee di Indirizzo per il Diritto allo Studio degli alunni adottatiinserite anche nella legge 107/2015ma secondo UFAI sono applicate in meno del 20% delle scuole. A curare la pubblicazione è stata l’Unione Famiglie Adottive Italiane (UFAI): «Un piccolo libro che non parla di scuola, ma alla scuola», spiega Elena Cianflone, la presidente di UFAI, che ha curato il volume con Gianluca Rocchi.

Perché in verità la scuola potrebbe fare molto per accrescere la sicurezza e la stima dei bambini adottati, ma troppo spesso è impreparata e distratta, poco “accogliente”: «impreparata a leggere cosa ci sia dietro quei silenzi, quelle difficoltà di attenzione, linguistiche o a quegli atteggiamenti oppositivi o di chiusura di un alunno adottato».

Sono storie vere, anche se leggendole verrebbe da difendersi dalla realtà etichettandole come storie “al limite”: «in realtà sono molto diffuse», si legge subito nella prefazione, a smontare la tentazione.

C’è Sergej, che – arrivato in Italia a giugno 2013 dalla Bielorussia e a settembre già a scuola – non poteva andare in bagno finché non pronunciasse bene la parola “pipì”, con l’accento – «ma era la prima primaria, non sapevo ancora parlare bene l’italiano e nella mia lingua d’origine quell’accento sulla “i” non l’abbiamo».

O E.B.M, che a scuola i compagni chiamano «zingara» e «principessa dei topi».

Più di una denuncia, questo libro «è un urlo di dolore che racconta la sofferenza per la mancata inclusione scolastica». Perché «questi ragazzi sono una preziosissima risorsa per ogni gruppo classe. Infatti, sensibilità, empatia, resilienza, capacità di condivisione e accoglienza, sono tra le caratteristiche che i nostri figli hanno formato nella loro permanenza in istituto, per poter sopravvivere. Qualità di cui la nostra società in questi tempi ha un grande bisogno e dovrebbero essere tra i valori più alti che la scuola possa promuovere», riflette Cianflone.

E invece fa finta di nulla la scuola e facciamo finta noi genitori. «Nessuna di voi si è presentata», concludeva la mamma di Hakim nella sua lettera. «Peccato! Avrei potuto spiegarvi perché è così arrabbiato a volte e perché lunedì ha strappato il quaderno di Edoardo e dato un calcio a Lorenzo. Avremmo potuto insieme capire perché sulla chat dei nostri figli compaiano frasi inaccettabili come: “torna da dove sei venuto” o “ se la tua vera mamma non ti ha voluto, perché dovremmo volerti noi?” Sì, perché i vostri figli queste cose le dicono. Le dicono. E le scrivono. Vi ho invitato a leggere la chat dei vostri figli. A discutere con loro. Ma mi avete risposto che hanno il diritto alla loro privacy e che proprio no, non si può leggere la loro chat». Così Hakim è in una scuola nuova. Per la terza volta. Buona fortuna, Hakim.

“Cara scuola…” contiene anche due lettere scritte da due insegnanti al momento dei saluti con due loro alunni, esempio di “scuola che funziona” ed è completato da un vademecum scritto dalla Margarita Soledad Assettati (specialista in adozione e formatrice, oltre che figlia adottiva) e rivolto ai docenti che, avendo in classe un alunno adottato, desiderino rendere l’esperienza scolastica più serena. La versione digitale, gratuita, è scaricabile qui mentre la versione cartacea e l’ebook sono disponibili su molti bookstore.

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