2 libri per provare a capire

2 libri per provare a capire

2 libri per provare a capire

Due libri per capire i ragazzini che fuggono dall’Africa e arrivano da noi

 

di Riccardo Bonacina per Vita

 

Possiamo provare a capire, o almeno a soffermarci con più consapevolezza su storie come quella di Ani Guibahi Laurent Barthélémy il ragazzino di 14 anni trovato morto l’8 gennaio scorso? Due libri ci aiutano.

Un saggio, “Teen immigration” di Anna e Elena Granata e un romanzo “La seconda porta” di Raul Montanari

 

Arrivano attaccati ai carrelli degli aerei o con le barche, nascosti nei camion o a piedi sulle strade secondarie dei Balcani, poco più che bambini. Partono soli, viaggiano senza familiari e non hanno familiari da raggiungere, vivono in mezzo a noi, una generazione intera che arriva da noi dal sud del mondo.

Possiamo provare a capire le loro storie? Possiamo raccontarle oltre le retoriche contrapposte tra buonisti e cattivisti? Due libri, diversi per registro e per finalità, ci aiutano. Il primo è un saggio che è anche la riflessione intorno a un’esperienza di accoglienza in prima persona vissuta dalle due autrici, le sorelle Anna ed Elena Granata, la prima, ricercatrice in Pedagogia interculturale all’Università di Torino, la seconda docente di urbanistica al Politecnico di Milano.

Sono loro a firmare “Teen Immigration, la grande migrazione dei ragazzini” (ed. Vita e Pensiero).

Il secondo è un romanzo, “La seconda porta” (ed. Baldini + Castoldi) di Raul Montanari in cui il protagonista è Adam un diciasettenne scappato dall’Egitto e poi da un Centro di accoglienza.

Due libri che in modo diverso e mai banale ci aiutano a capire, o almeno a soffermarci con più consapevolezza su storie come quella di Ani Guibahi Laurent Barthélémy il ragazzino di 14 anni trovato morto l’8 gennaio scorso nel carrello di atterraggio di un aereo Air France arrivato a Parigi da Abidjan, in Costa d’Avorio. Ani è uno delle migliaia di ragazzi che soprattutto dall’Africa si spingono verso l’Europa, per le più diverse ragioni. In fuga da parenti dopo la morte dei genitori, inseguendo il sogno di un successo sui campi di calcio, spinti da un parentato che tramite loro insegue un minimo di reddito e di benessere, in fuga da carestie e magari guerre o semplicemente da un destino che pare senza futuro.

Viaggi diversi, percorsi complicati, lunghi e pericolosi per molti.

Ognuno però con il proprio carico di speranza, obbligati a imbarcarsi su un gommone che può sgonfiarsi da un momento all’altro e far naufragio poche miglia dopo aver lasciato le coste del Nord Africa.

 Per tutti quelli che arrivano lo stesso destino, una protezione e percorsi di integrazione sino al 18° anno di età grazie alla legge n. 47/17 che ha posto le basi per un sistema di protezione e inclusione uniforme, ma poi, una volta diciottenni, gli si dice “e ora arrangiatevi”.

Dal 2015 ad oggi in Italia di ragazzini ne sono arrivati più di 60 mila (circa 6400 nel 2019). Il 60,2% di loro arriva quando ha 17 anni, i sedicenni costituiscono quasi un quarto del totale, l’8% ha 15 anni e il 7% ha meno di 15 anni. Decine di migliaia di ragazzi dal 2015 ad oggi, hanno compiuto i 18 anni e non sappiamo quanti hanno poi trovato una strada per l’integrazione sociale e lavorativa.

Una volta fuoriusciti dai circuiti dell’accoglienza, infatti, i neomaggiorenni patiscono la mancanza di politiche di integrazione, con il rischio concreto che il percorso di inclusione realizzato fino a quel momento vada disperso nei meandri della burocrazia, nelle norme incattivite, nei pericoli delle strade su cui devono camminare soli. Sono moltissimi quelli che si disperdono e di cui poi non abbiamo tracce. Ragazzi che vanno ad aggiungersi ai minori migranti scomparsi. Solo nel 2019 in Italia si sono perse le tracce di 5.320 minori stranieri non accompagnati. A questi va aggiunto il numero di quanti sono arrivati con sbarchi autonomi che sfuggono a ogni sistema di monitoraggio.

Sin qui i dati pur clamorosi e la sociologia, poi, come suggeriscono Anna ed Elena Granata nel loro bello e appassionato saggio che certo non si sottrae ai dati di contesto, ci sono le vite, quelle di Ani Laurent, Pabi, Fadi, Samba, Kanjura, Moussa, Omar, Sherif, Modu. Nomi, storie, volti che incontriamo sulle nostre strade, nelle nostre città, nelle nostre scuole. Bisogna tenere insieme, provare a connettere queste due dimensioni, quella di una lettura sociologica e quella della capacità di incontrare con sguardo aperto questi ragazzi.

Le sorelle Granata ci invitano a guardare loro come risorse preziose: «chi si è messo in movimento con straordinario coraggio, spesso con il desiderio di migliorare la propria vita e quella della propria famiglia, ed è sopravvissuto al viaggio più pericoloso, porta con sè risorse straordinarie oltre che un’eccezionale voglia di futuro che la vecchia e depressa Europa non solo fatica a comprendere ma che farebbe bene a non perdere». Insomma i ragazzi migranti sono uno straordinario capitale umano e culturale che non possiamo permetterci di buttare via, è il loro invito.

Ragazzini che arrivano da “Una seconda porta” come recita il titolo del romanzo di Raul Montanari il cui protagonisti sono Milo Molteni, un grande pubblicitario, le campagne sociali sono il suo pane, e Adam, ragazzino egiziano ospitato da un centro di accoglienza HoSpes, che si installa in un appartamento sfitto che Milo ha da poco acquistato. «Era come se il mondo che avevo sempre tenuto fuori dalla porta avesse trovato la chiave e fosse entrato. Era qui», constata il famoso pubblicitario che nel corpo a corpo con la storia, le bugie e le sofferenze di Adam («Non puoi sapere. Un italiano non può sapere, per sapere devi vivere», sono le parole di Adam) trae qualche conclusione sulla sua vita e sulla bolla in cui vive: «Il mondo in cui vivevo io era un’allucinazione benevola, confortante, in cui ero invitato come tutti a farmi cullare dall’idea che a essere anornale fosse la vita degli altri, non la mia. (…) Le campagne sociali mi sembravano ormai enormi foglie di fico stese a coprire le vergogne di tutti (…) Di mestiere faccio il procacciatore di alibi a me stesso e a tutti».

Un romanzo avvincente quello di Montanari che disegna un ritratto collettivo dell’universo progressista rendendolo dinamico usando come detonatore la vicenda drammatica che viene raccontata nel libro con meccanismi anche tipici di un romanzo poliziesco.

Milo si pone una domanda che riguarda tutti: è possibile fare del bene? È possibile accogliere? Se sì come?

Domande a cui provano a rispondere Anna ed Elena Granata che cercano di disegnare e prefigurare un modello possibile partendo dalla loro esperienza di famiglie che in percorsi informali e liberi hanno accompagnato a Milano una trentina di neo maggiorenni stranieri.

Ne esce il ritratto di una comunità civile e accogliente che subentra ai servizi sociali, senza entrare in sovrapposizione, una comunità autopromossa e sussidiaria rispetto al ruolo del pubblico, reticolare e soprattutto replicabile, capace di fare rete e costruire relazioni accompagnando i ragazzi accolti nelle famiglie verso l’autonomia abitativa e lavorativa.

La generazione dei Neet

La generazione dei Neet

La generazione dei Neet

«I vostri figli vi stanno ponendo delle domande a cui non sapete rispondere»

 

Di Anna Spena per Vita.it

Lo scrittore Eraldo Affinati, fondatore della scuola Penny Wirton parla dei Neet e ne restituisce un’immagine inedita che ribalta quel luogo comune molto italiano de “sono tutti sfaticati” e mette al centro la persona.

Il termine Neet è un’invenzione piuttosto recente. Acronimo di Not in Education, Employment or Training è stato utilizzato per la prima volta nel 1999 in un documento del governo britannico.

Oggi si usa comunemente per indicare chi non è impegnato nello studio, né nel lavoro e neanche nella formazione. Partiamo quindi dal primo dato, sintetico e allarmante: nel 2018 in Italia, i Neet nella fascia d’età compresa tra i 15 e i 29 anni sono pari a 2.116.000 e rappresentano il 23,4% del totale dei giovani della stessa età presenti sul territorio. L’Italia è la prima tra i Paesi europei per presenza di Neet, dove la media attuale è del 12,9% (sul numero di Vita magazine in distrubuzione l’inchiesta) . Lo scrittore Eraldo Affinati, fondatore della scuola Penny Wirton, ne restituisce un’immagine inedita che ribalta quel luogo comune molto italiano de “sono tutti sfaticati” e mette al centro la persona.

Come vive davvero un ragazzo che di fatto non ha prospettiva?

Ne ho conosciuti diversi di questi ragazzi: spesso sono figli di coppie benestanti dove apparentemente non esistono problemi. Tuttavia la famiglia a volte assomiglia a una mela che vista da fuori è bella lucida, te la mangeresti in pochi bocconi, ma poi dentro nasconde il verme. Cosa ne sarà di Valerio, che non ne vuole sapere di continuare ad annoiarsi sui banchi di scuola ma rifiuta anche di andare a lavorare nella macelleria del padre? Stiamo parlando di un ragazzo sveglio, uno di quelli che una volta sarebbero saliti in sella al destriero diretti contro il nemico senza paura di farsi ammazzare: ti guarda e gli si accendono gli occhi, uno che capisce tutto al volo e forse proprio per questo, paradossalmente, rifiuta il sistema di valutazione che di fatto l’ha già condannato alla serie cadetta. Come finirà Francesco che a venticinque anni cincischia con gli esami di anatomia e sta tutto il giorno a casa a picchiettare sui tasti del computer alla ricerca di qualche lavoretto? I suoi genitori, preoccupati, non sanno cosa fare. Alle dieci di mattina, ancora in pigiama, inzuppa il biscotto nel latte come faceva da bambino. Eppure io mi ricordo che alle spiegazioni era attento, non saltava nemmeno una riga leggendo Jack London, prendeva persino gli appunti sul quaderno coi disegni dei samurai, non avevo mai l’impressione di perderlo, così carico d’energia vitale, pronto alla battuta, ironico, scaltro, senza titubanze.

Cosa non siamo in grado di vedere e di raccontare di questi giovani?

Quando arrivano certi genitori disperati alla ricerca di un aiuto perché non sanno come fare coi loro ragazzi che hanno abbandonato gli studi e stanno tutto il giorno soli a casa seduti davanti al computer, io guardo questi padri, queste madri, e penso: i vostri figli vi stanno ponendo delle domande a cui voi non potete né sapete rispondere. Cose grosse: riguardano il senso del nostro stare al mondo, i valori che abbiamo deciso di perseguire.

Nel mio ultimo libro, Via dalla pazza classe, parlo di questo. Gli adolescenti, nella loro inconsapevolezza, ci mettono con le spalle al muro. E’ come se ci dicessero: ma siete proprio sicuri che questo sia il migliore dei mondi possibili? E se invece fosse un inganno? Un quindicenne può fare soltanto le domande. Siamo noi che dovremmo rispondere. Ma siamo troppo fragili e insicuri per farlo.

Perché la società si allarma solo quando vengono resi pubblici i dati delle ricerche?

Ci si allarma di fronte al suicidio di un ragazzo, oppure a un gesto di violenza, ma in quel momento è troppo tardi per intervenire. I dati generali accendono una luce rossa ma non rivelano granché in quanto ogni situazione è diversa. Per questo le spiegazioni sociologiche non mi hanno mai convinto.

Non è riduttiva la traduzione di “neet” come ‘ragazzi che non studiano e non lavorano? La questione vera non è capire perché né studiano né lavorano?

Certo. Questa dovrebbe essere la vera questione. Ma per capire perché un ragazzo non studia né lavora dovremmo scendere, uso un’immagine di Papa Francesco, nella sua ‘notte spirituale’. Conoscere l’adolescente, parlare con lui, fronteggiarlo, affrontando la sfida che ci lancia, anche combatterlo, offrirgli delle concrete possibilità. Dove sono gli adulti credibili in grado di fare questo? Non c’è niente che possa colpirmi come vedere la mortificazione di un giovane.
Al solito sarebbe facile chiamarsi fuori dicendo: io non c’entro. Ma quanti sentieri abbiamo tracciato per quelli come Valerio? Quali stelle ancora oggi vogliamo indicargli? Ammesso e non concesso che lui possa trovare un lavoro, in che mondo gli stiamo chiedendo di vivere? Uno scenario urbano di palestre e circonvallazioni, piccoli e grandi schermi, lacrime finte, sorrisi di plastica, valori infangati, fedi distrutte, cibi leggeri e saporiti. Pensiamo sul serio che tutto questo possa bastare per trasformare un ragazzo in un “homme ideal”?

Quali sono le forze e gli strumenti da mettere in campo per ricominciare?

Dobbiamo stabilire le condizioni per realizzare una nuova esperienza superando le illusioni della civiltà digitale. Portare i ragazzi nel fuoco della controversia per farli uscire dal torpore.

Anna dei miracoli

Anna dei miracoli

Anna dei miracoli

Ovvero della difficile comunicazione tra genitori e figli

 

di Sara De Carli per Vita

 

Ha debuttato il 23 novembre al teatro La Nuova Fenice di Osimo la pièce teatrale Anna dei Miracoli, prodotto dal Teatro Franco Parenti per la Lega del Filo d’Oro. Al centro, la storia di Helen Keller che – come l’italiana Sabina Santilli, fondatrice della “Lega” – perse vista e udito da bambina ma nonostante ciò riuscì a comunicare con il mondo e a diventare protagonista della propria vita.

L’opera (con Mascia Musy e Fabrizio Coniglio, Anna Mallamaci, Laura Nardi, regia di Emanuela Giordano) è ispirata alla storia vera di Helen Keller, divenuta sordocieca attorno ai due anni di età, grazie all’intervento della sua insegnante Anne Sullivan riuscirà ad imparare a parlare, leggere, studiare e avere una vita autonoma.

La vicenda è la stessa già resa famosa dal film The Miracle Worker del 1962, ma questa nuova Anna dei Miracoli – «liberata dalle trine e dai merletti dell’epoca che si trovano nel potente testo di Gibson», come dice la regista Emanuela Giordano – ha scelto un’ambientazione senza tempo e focalizzata su soli quattro personaggi: Anna, Helen e i suoi genitori.

In questo modo ci porta con sferzante attualità a confrontarci con due temi universali: da un lato cosa succede quando in una famiglia arriva il figlio “diverso”, quello che si pensa possa nascere solo in casa d’altri, dall’altro quello della comunicazione, che ci rende liberi ed è il primo passo per l’autonomia.

«Anna dei miracoli è una storia vera e racconta in modo emblematico la storia di tutte quelle famiglie che arrivano da noi dopo essersi sentite dire tante volte che non c’era nulla da fare con i loro figli, del loro senso iniziale di sconfitta e di impotenza e di quella fiducia che ripongono nella Lega del Filo d’Oro che passo, passo oltre ad assistere i figli, dà un supporto e un metodo anche alle famiglie per gestire e comunicare con i propri ragazzi», afferma Rossano Bartoli, presidente della Lega del Filo d’Oro. Sabina Santilli, la fondatrice della Lega del Filo d’Oro, ha una biografia per molti tratti analoga: è la Helen Keller italiana, meno famosa.

Diventò sordocieca a 7 anni a causa di una meningite, imparò il Braille e il Malossi, 5 lingue e riuscì ad essere indipendente in ogni attività quotidiana: con la sua caparbia lungimiranza riuscì ad accendere un faro su quelli che allora erano «i grandi sconosciuti», creando un’associazione non tanto e non solo “per” i sordociechi, ma “dei” sordociechi.

Dal 1964 la Lega del Filo d’Oro in Italia è il punto di riferimento per chi non vede e non sente e per le loro famiglie, spinta dalla certezza che nessuna condizione è così grave da non poter migliorare con un’educazione adeguata.

La prima ad innamorarsi di Anna dei Miracoli è stata Mascia Musy, che in scena da questa sera sarà Anne Sullivan: «Avevo sentito parlare del film, ma quando – per caso – mi è capitato di leggere il testo di William Gibson l’ho trovato straordinario, perché racconta una grandissima storia d’amore, lo sento come l’amore più grande possibile, di chi si prende cura del più debole.

Ho bloccato i diritti e ho cercato persone con cui realizzarlo. Il primo vero passo è stato quello con la Lega del Filo d’Oro, ho pensato che era un’occasione importante non solo dal punto di vista teatrale – è una storia bella, con bellissimi ruoli – ma un’occasione sociale. Coinvolgere chi fa questo tutti i giorni era importante, faceva di questa operazione un evento diverso, un incontro fra teatro e solidarietà, con questo valore aggiunto, di convegni dibattiti, incontri, raccolta fondi…», ricorda.

L’attrice così è salita su un treno ed è andata a Osimo: «quelle poche ore passate con loro prima di metterci a ragionare su progetto teatrale mi sono veramente rimaste impresse. Sono situazioni che se non le vedi non le puoi capire, mi sono convinta ancora di più che la strada era quella giusta e che lì c’erano persone che avevano molto da insegnare.

Il teatro diventava un’occasione per raccontare anche come ci si può relazionare con chi non vede, non sente, apparentemente non ha modo di comunicare. E la gioia che si può provare a mettersi in contato con loro». È quello che fanno i professionisti della Lega del Filo d’Oro: come Anne Sullivan con Helen cercano la strada per entrare in contatto con chi sembra (ma in realtà non è mai) impossibile da raggiungere.

«Abbiamo trascorso qualche giorno insieme alle persone ospitate a Osimo… Si è capito che lì i genitori arrivano con tante persone che gli hanno detto che i loro figli sono come una cassaforte vuota, mentre le persone straordinarie che lavorano alla Lega del Filo rimettono in discussione questo “nulla” e cominciano a lavorare affinché si possa aprire la cassaforte e scoprire cosa c’è entro. A volte c’è un tesoro», afferma Musy.

Emanuela Giordano, la regista, mette l’accento sulla modernità del testo nell’affrontare i ruoli paterno e materno, la solitudine e l’incapacità dinanzi alle contraddizioni familiari «perché ciascuno di noi non nasce imparato». Una delle scene più forti – anticipa – è quella in cui Anne quasi “investe” i genitori di Helen e la loro borghese soddisfazione per i progressi fatti dalla figlia: «sembra quasi normale», dicono loro. «E questo vi basta?», chiede lei. «Per Anna l’educazione non è il semplice “comportarsi a modo”, bensì il grimaldello per schiudere quel mondo che chi non vede e non sente ha dentro di sé, come un tesoro chiuso in uno scrigno», sottolinea Giordano. E poi c’è «quell’amore confuso, che rende Helen fortemente despota perché non le sono state regole, i genitori agiscono con un’arrendevolezza pietosa che la rende quasi una selvaggia, la madre ammetterà la verità, “noi abbiamo paura di lei”: lo ritroviamo nelle famiglie tout court, nella difficoltà a fare uscire i figli dall’adolescenza in modo sano, consapevole, con confini che i figli magari scavalcano… ma sapendo che quello era un confine».

Nel ruolo di Helen c’è Anna Mallamaci, «bravissima, durante le prove ha ficcato un dito nell’occhio alla madre…», racconta Giordano. «Alla Lega del Filo d’Oro ha provato a mangiare bendata, è riuscita a percepire cosa significhi vivere con odorato e tatto, con le vibrazioni…

L’idea è di non essere troppo precisa nel movimento, come nella scrittura così anche nei gesti ognuno fa una interpretazione, l’importante è il contatto fra la testa e la pancia, non ci deve essere mai solo pancia e mai solo testa, abbiamo lavorato molto sul fatto che tutto sta nel momento in cui si fa ed è difficile per per un’attrice lavorare sull’onestà e su una concretezza spoglia, priva di svolazzi e di enfasi. La sfida sarà non perdere questa cosa strada facendo».

Lo spettacolo sarà in scena per la prima volta al Teatro La Nuova Fenice di Osimo, dove la Lega del Filo d’Oro ha la sua sede nazionale, il 23 novembre e in replica il giorno seguente. Proseguirà la tournee il 13 dicembre al Teatro Auditorium di Rho (MI), 14 e 15 dicembre al Teatro Due S. Grande di Parma, dal 17 al 22 dicembre al Teatro Biondo di Palermo, il 4 e il 5 gennaio al Teatro Pirandello di Agrigento, dal 9 al 12 gennaio al Teatro Duse di Genova, il 15 gennaio all’Auditorium S. Chiara di Trento, il 16 gennaio al Teatro Comunale di Tione, il 18 gennaio al Teatro Goldoni di Corinaldo (AN), il 19 gennaio al Teatro dei Marsi di Avezzano, il 23 gennaio al Teatro il Maggiore di Verbania, il 24 gennaio al Teatro G. Pasta di Saronno, il 26 gennaio al Teatro Comunale Mercato di San Severino.

Il sito www.legadelfilodoro.it darà notizia dei teatri che ospiteranno la pièce e delle iniziative di sensibilizzazione che la affiancheranno.

Vi racconto perchè ci credo

Vi racconto perchè ci credo

Vi racconto perchè ci credo

Scriviamo tante cose oggi. Post, messaggi, tweet, email.

Io ho deciso di scrivere ai miei figli per raccontare loro la mia fede.

Che ho riscoperto a 45 anni. 

 

Di Gigi Cotichella per Agoformazione

 

Carissimi Simone, Chiara, Francesca, Valentina,

scrivervi mentre voi siete di sotto a giocare forse fa un po’ sorridere. Ma a volte è un buon modo per prendersi del tempo per ordinare i pensieri. E quando  uno scrive in fondo regala lo stesso tempo agli altri: lo scritto rimane lì, pronto per essere letto e riletto finché si vuole.

Perciò vi scrivo. Per dirvi cosa? In realtà per dirvi “Chi”. Vorrei dirvi quel “Chi” che mi hanno presentato da bambino, su cui ha sempre ruotato tutta la mia vita ma che ho conosciuto in profondità solo da poco.

E’ stato un incontro tosto. Perché così Dio va conosciuto, incontrandolo. Solo se c’è un incontro Dio fa davvero la differenza nella vita. Per questo vi auguro di incontrarlo Dio. Ma siccome sono vostro padre vorrei aiutarvi a riconoscer Dio. Perché c’è anche il rischio che vi passi a fianco e voi non lo notiate.

E allora vi dico due caratteristiche così sapete che dove ci sono quelle… beh Dio non è tanto lontano.

Gesù ci ha presentato Dio come Padre, Figlio e Spirito Santo. Inoltre Dio ha tanto amato l’uomo da darci suo Figlio, e Gesù ha preso talmente bene questo impegno che per amarci si è fatto uomo lui stesso. Sono due aspetti meravigliosi su cui ognuno di noi si gioca la felicità di tutti i giorni: relazione e prossimità.

Dio è relazione. E noi siamo fatti a immagine di Dio.

Per questo la chiave di senso si trova nelle relazioni. Nel come trattiamo gli altri.

Perché gli altri sono il termometro della nostra fede.

 

E come dovremmo relazionarci con gli altri?

Gesù è stato molto chiaro: facendo noi il primo passo. Sempre e comunque. Non ci sono dubbi.

Nella parabola del buon samaritano, Gesù ci dice che la felicità non è mai aspettare il prossimo ma farsi prossimi. Ci dice che dobbiamo muoverci verso gli altri. E questo ci fa stare bene. Meglio. Magari ci feriamo, soffriamo… ma stiamo meglio. Gesù stesso ci ha mostrato con la sua vita questa regola: farsi prossimi, amare fino alla fine, amare a qualunque prezzo.

Relazione e prossimità sono le due facce dell’amore. E l’amore è al centro quando parliamo di Dio. Altrimenti non è il Dio che vi auguro di incontrare… oppure non stiamo parlando di amore, ma di qualche surrogato.

Quando incontriamo Dio scopriamo queste due facce. Per quanto ci fossimo sforzati di avvicinarci a lui, se lo incontriamo capiamo che è lui che si è avvicinato a noi. E quando è vicino a noi scopriamo con meraviglia immensa che lui vuole stare con noi. Immaginate il vostro idolo di turno che vi dica che voglia stare con voi… sempre. Ecco adesso moltiplicatelo più o meno all’infinito… questo è il risultato: Dio vuole stare con me.

Con me che scappo, che sbaglio, che rinnego, che tradisco, che sono grezzo, mediocre… vuole stare con me. Ma se lui che è Dio, vuole stare con me… allora io non sono così male… io valgo qualcosa…

Ma questo so bene che si capisce quando se ne fa esperienza diretta. Perciò quello che vi chiedo in attesa di quell’incontro è di cercare di vivere al meglio relazioni e prossimità. Vivendole vi sarà più facile incontrare Dio, perché ogni volta  che ci apriamo all’amore verso l’altro, ogni volta che rendiamo l’altro il centro delle nostre cure, oltre a essere meno nevrotici e psicotici, noi troviamo Dio.

Vi dicono dalla mattina alla sera che dovete trovarvi, trovare voi stessi, scoprire energie e potenzialità… io vi dico di farlo negli altri, o meglio nell’aiutare gli altri. E così facendo più che trovare vi scoprirete “trovati”. Ed è un’esperienza meravigliosa.

Vivete al meglio il rapporto con gli altri. Fate sempre il primo passo verso chi è in difficoltà sulle strade di tutti giorni. E così vivendo relazione e prossimità non potrete che avvicinarvi alla fonte di ogni relazione e di ogni prossimità. E quando sarete vicino, vi accorgerete finalmente che lui era già di fianco a voi in tutto questo tempo. E in un meraviglioso abbraccio vi farete finalmente amare.

Vi voglio bene.

Papà

Open Day 2019-2020

Open Day 2019-2020

Open Day 2019-2020

“Vi voglio felici nel tempo e nell’eternità” affermava Don Bosco nella famosa lettera da Roma del 1884.

E questa volontà di gioia l’hanno raccolta le Figlie di Maria Ausiliatrice, conosciute anche come salesiane di Don Bosco.
Nelle nostre scuole, insieme con i docenti laici, i genitori e i ragazzi stessi, cerchiamo di realizzare il sogno del santo dei giovani, cioè quella felicità che si raggiunge quando, come voleva Don Bosco, si vive da buoni cristiani e onesti cittadini!

 

Ecco le date degli Open day delle nostre scuole in Lombardia:

 

MESE DI OTTOBRE

Sabato 19/10

Sabato 26/10

  • Scuola Primaria e Secondaria 1° grado – CASTELLANZA
  • Scuola Primaria e Secondaria 1° e 2° grado – MILANO – Volantino

 

MESE DI NOVEMBRE

Sabato 9/11

  • Scuola Infanzia e Primaria – MILANO – Volantino
  • Scuola Primaria – CINISELLO BALSAMO – Volantino

Venerdì 15/11

Sabato 16/11

  • Scuola Primaria e Secondaria 2° grado – VARESE
  • Scuola Infanzia – CINISELLO BALSAMO – Volantino
  • Scuola Infanzia, Primaria e Secondaria 1° grado – SAN DONATO MILANESE
  • Scuola Infanzia, Primaria e Secondaria 1° grado – MELZO – Volantino
  • Scuola Infanzia e Primaria – LODI
  • Scuola Infanzia – LEGNANO – Volantino
  • Scuola Infanzia, Primaria e Secondaria 1° grado – PAVIA – Volantino
  • Scuola Secondaria 1° grado – CUSANO MILANINO
  • CFP – PAVIA – Volantino
  • CFP – VARESE – Volantino
  • CFP – CESANO MADERNO – Volantino
  • CFP – CINISELLO BALSAMO – Volantino

Giovedì 21/11

Giovedì 28/11

  • Scuola Infanzia “Cornelio” – CINISELLO BALSAMO

Sabato 30/11

  • Scuola Primaria e Secondaria 1° grado – CASTELLANZA
  • Scuola Infanzia – SONDRIO
  • Scuola Infanzia – SAMARATE – Volantino
  • Scuola Primaria e Secondaria 1° e 2° grado – MILANO – Volantino
  • Scuola Primaria – CUSANO MILANINO
  • CFP – CINISELLO BALSAMO – Volantino

 

MESE DI DICEMBRE

Martedì 3/12

  • Open Night Secondaria 2° grado– MILANO – Volantino

Mercoledì 4/12

  • Scuola Infanzia “San Martino” – CINISELLO BALSAMO

Giovedì 5/12

  • Scuola Infanzia “S. Anna” – BUSTO ARSIZIO – Volantino

Venerdì 13/12

Sabato 14/12

  • Scuola Infanzia – CASTANO PRIMO
  • CFP – CASTELLANZA
  • Scuola Secondaria 1° grado – VARESE

 

MESE DI GENNAIO

Venerdì 10/01

Sabato 11/01

  • Scuola Infanzia, Primaria e Secondaria 1° e 2° grado – VARESE
  • Scuola Infanzia, Primaria e Secondaria 1° grado – PAVIA – Volantino
  • CFP – VARESE – Volantino
  • CFP – PAVIA – Volantino
  • CFP – CASTELLANZA

Giovedì 16/01

  • Open Night Scuola Infanzia e Secondari 2° grado – MILANO – Volantino

Sabato 18/01

Care mamme esco dal gruppo Whatsapp

Care mamme esco dal gruppo Whatsapp

Care mamme esco dal gruppo Whatsapp

di Sara De Carli per Vita.it

È l’amaro messaggio di Antonella, mamma di Hakim. Ora lui frequenta un’altra scuola, la terza che ha cambiato, «dove spero sia accolto come merita». La scuola, con i bambini adottati, non è inclusiva: anzi, troppo spesso è luogo di «una sofferenza insostenibile». Un grido di dolore in quindici lettere.

«Carissime mamme, mi elimino dal questo gruppo WhatsApp. Me ne libero. Trenta messaggi al giorno, su facezie varie che vanno dalla scelta del colore più idoneo per il nastrino del regalo per la maestra Carla, ai 347 commenti per esprimere preoccupazione per il fatto che la nostra classe sia indietro di “ben” due tabelline rispetto alla C. […] Tanto tempo. Troppo, in rapporto allo zero totale di risposte ai miei tentativi di comprendere perché mio figlio Hakim torna a casa da scuola piangendo un giorno sì e l’altro pure. Vi ho chiesto un incontro, ho anche prenotato, due sabati fa, una saletta in oratorio e avevo preparato anche un ciambellone ai mirtilli. Volevo sedermi con voi e provare a spiegarvi cosa sente un bambino adottato quando i compagni gli dicono che io non sono la mamma vera, che lui è stato abbandonato e che non giocano con lui perché “l’è negher” e che tutti quelli come lui sono figli di ladri. Ma eravamo solo in tre. Io e le mamme dei suoi unici amici: Abdulah e Davide che, seppur in sedia a rotelle, è – a suo dire – il più veloce a venirgli vicino quando si sente triste. Nessuna di voi si è presentata».

È l’amara, amarissima lettera di Antonella, mamma di Hakim, alle mamme dei compagni di classe di suo figlio. Ora Hakim è in un’altra scuola, la terza che ha cambiato, «dove spero sia accolto come merita». Hakim è stato adottato e la sua storia è simile a quella di tanti altri bambini. Perché la scuola è un tassello critico per tanti bambini che sono nati da un’altra parte del mondo e hanno dentro di sé la ferita dell’abbandono.

La lettera della mamma di Hakim fa parte del volume “Cara scuola…”: quindici lettere scritte direttamente da alunni adottati e da genitori, per narrare una sofferenza inimmaginabile e una guerra combattuta in solitudine, una realtà che va in scena, non vista, nelle nostre aule, mattina dopo mattina.

Lettere che raccontano una scuola che è un «campo di battaglia», un luogo di «sofferenza inimmaginabile». Scenario e causa essa stessa (che è pure peggio) di «una sofferenza insostenibile», di un «disagio che arriva a minare serenità e autostima». Esistono delle Linee di Indirizzo per il Diritto allo Studio degli alunni adottatiinserite anche nella legge 107/2015ma secondo UFAI sono applicate in meno del 20% delle scuole. A curare la pubblicazione è stata l’Unione Famiglie Adottive Italiane (UFAI): «Un piccolo libro che non parla di scuola, ma alla scuola», spiega Elena Cianflone, la presidente di UFAI, che ha curato il volume con Gianluca Rocchi.

Perché in verità la scuola potrebbe fare molto per accrescere la sicurezza e la stima dei bambini adottati, ma troppo spesso è impreparata e distratta, poco “accogliente”: «impreparata a leggere cosa ci sia dietro quei silenzi, quelle difficoltà di attenzione, linguistiche o a quegli atteggiamenti oppositivi o di chiusura di un alunno adottato».

Sono storie vere, anche se leggendole verrebbe da difendersi dalla realtà etichettandole come storie “al limite”: «in realtà sono molto diffuse», si legge subito nella prefazione, a smontare la tentazione.

C’è Sergej, che – arrivato in Italia a giugno 2013 dalla Bielorussia e a settembre già a scuola – non poteva andare in bagno finché non pronunciasse bene la parola “pipì”, con l’accento – «ma era la prima primaria, non sapevo ancora parlare bene l’italiano e nella mia lingua d’origine quell’accento sulla “i” non l’abbiamo».

O E.B.M, che a scuola i compagni chiamano «zingara» e «principessa dei topi».

Più di una denuncia, questo libro «è un urlo di dolore che racconta la sofferenza per la mancata inclusione scolastica». Perché «questi ragazzi sono una preziosissima risorsa per ogni gruppo classe. Infatti, sensibilità, empatia, resilienza, capacità di condivisione e accoglienza, sono tra le caratteristiche che i nostri figli hanno formato nella loro permanenza in istituto, per poter sopravvivere. Qualità di cui la nostra società in questi tempi ha un grande bisogno e dovrebbero essere tra i valori più alti che la scuola possa promuovere», riflette Cianflone.

E invece fa finta di nulla la scuola e facciamo finta noi genitori. «Nessuna di voi si è presentata», concludeva la mamma di Hakim nella sua lettera. «Peccato! Avrei potuto spiegarvi perché è così arrabbiato a volte e perché lunedì ha strappato il quaderno di Edoardo e dato un calcio a Lorenzo. Avremmo potuto insieme capire perché sulla chat dei nostri figli compaiano frasi inaccettabili come: “torna da dove sei venuto” o “ se la tua vera mamma non ti ha voluto, perché dovremmo volerti noi?” Sì, perché i vostri figli queste cose le dicono. Le dicono. E le scrivono. Vi ho invitato a leggere la chat dei vostri figli. A discutere con loro. Ma mi avete risposto che hanno il diritto alla loro privacy e che proprio no, non si può leggere la loro chat». Così Hakim è in una scuola nuova. Per la terza volta. Buona fortuna, Hakim.

“Cara scuola…” contiene anche due lettere scritte da due insegnanti al momento dei saluti con due loro alunni, esempio di “scuola che funziona” ed è completato da un vademecum scritto dalla Margarita Soledad Assettati (specialista in adozione e formatrice, oltre che figlia adottiva) e rivolto ai docenti che, avendo in classe un alunno adottato, desiderino rendere l’esperienza scolastica più serena. La versione digitale, gratuita, è scaricabile qui mentre la versione cartacea e l’ebook sono disponibili su molti bookstore.

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