La generazione dei Neet

da | 3 Gen 2020 | Genitori

«I vostri figli vi stanno ponendo delle domande a cui non sapete rispondere»

 

Di Anna Spena per Vita.it

Lo scrittore Eraldo Affinati, fondatore della scuola Penny Wirton parla dei Neet e ne restituisce un’immagine inedita che ribalta quel luogo comune molto italiano de “sono tutti sfaticati” e mette al centro la persona.

Il termine Neet è un’invenzione piuttosto recente. Acronimo di Not in Education, Employment or Training è stato utilizzato per la prima volta nel 1999 in un documento del governo britannico.

Oggi si usa comunemente per indicare chi non è impegnato nello studio, né nel lavoro e neanche nella formazione. Partiamo quindi dal primo dato, sintetico e allarmante: nel 2018 in Italia, i Neet nella fascia d’età compresa tra i 15 e i 29 anni sono pari a 2.116.000 e rappresentano il 23,4% del totale dei giovani della stessa età presenti sul territorio. L’Italia è la prima tra i Paesi europei per presenza di Neet, dove la media attuale è del 12,9% (sul numero di Vita magazine in distrubuzione l’inchiesta) . Lo scrittore Eraldo Affinati, fondatore della scuola Penny Wirton, ne restituisce un’immagine inedita che ribalta quel luogo comune molto italiano de “sono tutti sfaticati” e mette al centro la persona.

Come vive davvero un ragazzo che di fatto non ha prospettiva?

Ne ho conosciuti diversi di questi ragazzi: spesso sono figli di coppie benestanti dove apparentemente non esistono problemi. Tuttavia la famiglia a volte assomiglia a una mela che vista da fuori è bella lucida, te la mangeresti in pochi bocconi, ma poi dentro nasconde il verme. Cosa ne sarà di Valerio, che non ne vuole sapere di continuare ad annoiarsi sui banchi di scuola ma rifiuta anche di andare a lavorare nella macelleria del padre? Stiamo parlando di un ragazzo sveglio, uno di quelli che una volta sarebbero saliti in sella al destriero diretti contro il nemico senza paura di farsi ammazzare: ti guarda e gli si accendono gli occhi, uno che capisce tutto al volo e forse proprio per questo, paradossalmente, rifiuta il sistema di valutazione che di fatto l’ha già condannato alla serie cadetta. Come finirà Francesco che a venticinque anni cincischia con gli esami di anatomia e sta tutto il giorno a casa a picchiettare sui tasti del computer alla ricerca di qualche lavoretto? I suoi genitori, preoccupati, non sanno cosa fare. Alle dieci di mattina, ancora in pigiama, inzuppa il biscotto nel latte come faceva da bambino. Eppure io mi ricordo che alle spiegazioni era attento, non saltava nemmeno una riga leggendo Jack London, prendeva persino gli appunti sul quaderno coi disegni dei samurai, non avevo mai l’impressione di perderlo, così carico d’energia vitale, pronto alla battuta, ironico, scaltro, senza titubanze.

Cosa non siamo in grado di vedere e di raccontare di questi giovani?

Quando arrivano certi genitori disperati alla ricerca di un aiuto perché non sanno come fare coi loro ragazzi che hanno abbandonato gli studi e stanno tutto il giorno soli a casa seduti davanti al computer, io guardo questi padri, queste madri, e penso: i vostri figli vi stanno ponendo delle domande a cui voi non potete né sapete rispondere. Cose grosse: riguardano il senso del nostro stare al mondo, i valori che abbiamo deciso di perseguire.

Nel mio ultimo libro, Via dalla pazza classe, parlo di questo. Gli adolescenti, nella loro inconsapevolezza, ci mettono con le spalle al muro. E’ come se ci dicessero: ma siete proprio sicuri che questo sia il migliore dei mondi possibili? E se invece fosse un inganno? Un quindicenne può fare soltanto le domande. Siamo noi che dovremmo rispondere. Ma siamo troppo fragili e insicuri per farlo.

Perché la società si allarma solo quando vengono resi pubblici i dati delle ricerche?

Ci si allarma di fronte al suicidio di un ragazzo, oppure a un gesto di violenza, ma in quel momento è troppo tardi per intervenire. I dati generali accendono una luce rossa ma non rivelano granché in quanto ogni situazione è diversa. Per questo le spiegazioni sociologiche non mi hanno mai convinto.

Non è riduttiva la traduzione di “neet” come ‘ragazzi che non studiano e non lavorano? La questione vera non è capire perché né studiano né lavorano?

Certo. Questa dovrebbe essere la vera questione. Ma per capire perché un ragazzo non studia né lavora dovremmo scendere, uso un’immagine di Papa Francesco, nella sua ‘notte spirituale’. Conoscere l’adolescente, parlare con lui, fronteggiarlo, affrontando la sfida che ci lancia, anche combatterlo, offrirgli delle concrete possibilità. Dove sono gli adulti credibili in grado di fare questo? Non c’è niente che possa colpirmi come vedere la mortificazione di un giovane.
Al solito sarebbe facile chiamarsi fuori dicendo: io non c’entro. Ma quanti sentieri abbiamo tracciato per quelli come Valerio? Quali stelle ancora oggi vogliamo indicargli? Ammesso e non concesso che lui possa trovare un lavoro, in che mondo gli stiamo chiedendo di vivere? Uno scenario urbano di palestre e circonvallazioni, piccoli e grandi schermi, lacrime finte, sorrisi di plastica, valori infangati, fedi distrutte, cibi leggeri e saporiti. Pensiamo sul serio che tutto questo possa bastare per trasformare un ragazzo in un “homme ideal”?

Quali sono le forze e gli strumenti da mettere in campo per ricominciare?

Dobbiamo stabilire le condizioni per realizzare una nuova esperienza superando le illusioni della civiltà digitale. Portare i ragazzi nel fuoco della controversia per farli uscire dal torpore.

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