Il racconto di Anna e Andrea

Anna Sansoni e Andrea Lapi sono una coppia di sposi, medici dell’Ospedale di Siena: lei infettivologa, lui medico internista, sono anche Salesiani Cooperatori attivi nell’Oratorio salesiano “La Magione” della città. In questi mesi sono stati sul fronte della battaglia contro COVID-19. Raccontano la loro esperienza alla luce della fede e del carisma salesiano.

 

Racconta Anna:
Ubbidisco piano alla richiesta delicata di una testimonianza di questi due mesi e mezzo in compagnia del Coronavirus-19 e mentre inizio a scrivere, mi sale il nodo alla gola e mi si appannano gli occhi. Da infettivologa ho osservato COVID-19 da lontano, ai tempi della Cina, sospesa come tutti sul futuro: si sarebbe arrestato come SARS e MERS, sue cugine di primo grado, oppure ci avrebbe travolto come stava accadendo in Cina? Ad un certo punto della sorveglianza, mi è stato chiaro che sarebbe arrivato in Italia, e anche al nostro Ospedale di Siena.

L’ultima liturgia comunitaria a cui ho potuto partecipare, la liturgia delle Ceneri, ha preceduto di poche ore il mio distacco dalla famiglia e dall’Oratorio, con l’intento di proteggere le persone a cui volevo bene da un eventuale contagio che potesse dipendere da me, come è stato per molti altri sanitari. È stato uno strappo forte, una vera quaresima nella quaresima, un digiuno dagli affetti e dalle relazioni più feconde ed intime. L’ho accolto e consegnato al Signore.

Ho scritto al mio parroco e amico “ho con me tutto ciò che mi serve, il Signore, la Parola, il vostro affetto”. Non potendomi confessare dal mio direttore spirituale, nè dal mio parroco a causa del ‘lockdown’ ho cercato il cappellano dell’Ospedale per mettermi in Grazia di Dio. Ho portato con me poche cose a cui proprio non potevo rinunciare: tra queste la Bibbia, il mio rosario e alcuni libri di don Bosco che mi avrebbero fatto compagnia. I giorni successivi ci hanno visti travolti dagli eventi. I malati arrivavano quasi sempre nel cuore della notte, con il buio, quando le energie sono più fragili e le forze più esauribili.

Strappati dalle loro famiglie, non vi era possibilità di visite, non volti amici, non contatti diretti, non il conforto di confessione o Eucaristia in momenti che potevano essere gli ultimi della vita; solo la nostra mediazione, privata pero di ogni tratto umano visibile, attraverso i dispositivi di protezione individuale, la voce artefatta, lo sguardo dietro una visiera spesso appannata.

L’impiego di strumenti sanitari massimali, respiratori, cateteri venosi centrali, pompe, necessari per il recupero della salute violavano i loro corpi sofferenti. Le lacrime degli infermieri, angeli benedetti piegati dalla fatica e dall’oggettivo impatto emotivo, si aggiungevano allo sgomento dignitoso dei pazienti. Ha cominciato a farsi strada in me il pensiero, che quello che all’inizio poteva sembrare solo un pericolo, un dolore, un’immensa fatica, era forse un privilegio assoluto agli occhi del Signore e ho sentito la leggerezza di essere grata.

Dopo un mese di lavoro, i malati aumentavano ed occorreva reclutare altri specialisti per costruire un team di lavoro multidisciplinare. Andrea, mio marito, internista, è sceso a lavorare in COVID.
È stato per me il momento più difficile, avrei voluto proteggerlo, difenderlo, tutelarlo. Si è allontanato anche lui dal resto della famiglia e mi ha raggiunto.
È iniziato un periodo di lavoro faticosissimo, ma sottoposto ad un ritmo coniugale sacro, calmo, stabile, dolce e sicuro, scandito dall’Eucaristia, dalla meditazione della Parola, dal Buongiorno con il Vangelo, la Novena a Maria Ausiliatrice… Tutto ancora più bello e forte, con la candela accesa della preghiera e della speranza.

Mai stato così bello e dolce. Intanto i nostri figli, ormai giovani-adulti, tra lavoro e studio facevano da fortezza alla nonna di 94 anni, sollevandoci dalla preoccupazione per le cure ai grandi anziani di casa, portandoci cene da asporto, simbolo della cura nella fatica. La percezione era che ognuno stesse cercando di svolgere con docilità e amore il proprio compito. Eravamo grati.

Ed è un fatto che quando il Signore vuole una cosa, quella cosa si compie, attraverso mani e volti che “ragionano come Giovanni, con l’intelligenza del cuore”.

Ai ragazzi dell’Oratorio

“Vicino o lontano io penso sempre a voi” scriveva don Bosco.

Anch’io vi ho pensato, con maternità spirituale, sui “fondamentali della vita” chiedendomi se vi avevamo passato le coordinate con fedeltà o vi avevamo tradito, edulcorando il messaggio. Mi sono chiesta se ci siamo fatti le domande giuste e se abbiamo preparato bene il bagaglio a mano per il viaggio, mettendo dentro tutto ciò che ci serve per curare le ferite e affrontare un percorso di perdite che, prima o poi nella vita ci raggiunge e non ci permette la fuga.

L’impatto durissimo della pandemia ci viene in aiuto per prendere coscienza di tutto questo e proprio su questo don Bosco non si lascia vincere in chiarezza e non lascia spazio al “rispetto umano”.
Vorrei che insieme cercassimo il senso profondo di quello che stiamo vivendo e che, con il Signore per compagno di viaggio, si aprissero i nostri occhi e ricolmi di gioia tutta salesiana, facessimo ritorno verso Gerusalemme con Gesù nel cuore.

Quest’anno credo che non sarà possibile fare il campo in montagna a Les Combes, in Valle d’Aosta, come avevamo programmato, ma ugualmente sogno un campo in cui possiamo cantare insieme la bellezza della vita e del Paradiso.

 

 

Fonte: Bollettino Salesiano, ottobre 2020

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