La catastrofe educativa

Di Sara De Carli

 

«Assistiamo a una sorta di “catastrofe educativa”, davanti alla quale non si può rimanere inerti, per il bene delle future generazioni e dell’intera società», ha detto il Papa agli ambasciatori.

Il commento di Ivo Lizzola: «Educare è un “attendamento” in cui si pratica e si immagina un futuro buono e abitabile. Se non ci sono luoghi in cui si fa pratica dell’immaginazione di futuri possibili, davvero è catastrofe educativa»

  

“Catastrofe educativa”: per Papa Francesco è questo uno dei mali più drammatici del tempo che viviamo. Non è la prima volta che usa questa espressione. Lo aveva fatto ad ottobre 2020, aprendo i lavori del Global Compact on Education, ma oggi – se possibile – la usa con ancora maggior convinzione.

Se a ottobre infatti aveva “riportato” l’espressione «un po’ forte» che altri usano («si parla»), ieri l’ha fatta senza dubbio sua: «Assistiamo a una sorta di “catastrofe educativa”. Vorrei ripeterlo: assistiamo a una sorta di “catastrofe educativa”, davanti alla quale non si può rimanere inerti, per il bene delle future generazioni e dell’intera società». Ancora più interessante il fatto che queste parole il Papa le ha pronunciate nel suo discorso ai membri del Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, come se attraverso loro volesse dare questo messaggio ben al di là della cerchia di quanti si occupano di istruzione e di educazione, ma a tutto il mondo.

«La pandemia, che ci ha costretto a lunghi mesi di isolamento e spesso di solitudine, ha fatto emergere la necessità che ogni persona ha di avere rapporti umani. Penso anzitutto agli studenti, che non sono potuti andare regolarmente a scuola o all’università», ha detto Papa FRancesco. «Ovunque si è cercato di attivare una rapida risposta attraverso le piattaforme educative informatiche, le quali hanno mostrato non solo una marcata disparità delle opportunità educative e tecnologiche, ma anche che, a causa del confinamento e di tante altre carenze già esistenti, molti bambini e adolescenti sono rimasti indietro nel naturale processo di sviluppo pedagogico.

Inoltre, l’aumento della didattica a distanza ha comportato pure una maggiore dipendenza dei bambini e degli adolescenti da internet e in genere da forme di comunicazione virtuali, rendendoli peraltro più vulnerabili e sovraesposti alle attività criminali online. Assistiamo a una sorta di “catastrofe educativa”. Vorrei ripeterlo: assistiamo a una sorta di “catastrofe educativa”, davanti alla quale non si può rimanere inerti, per il bene delle future generazioni e dell’intera società. “Oggi c’è bisogno di una rinnovata stagione di impegno educativo, che coinvolga tutte le componenti della società”, poiché l’educazione è “il naturale antidoto alla cultura individualistica, che a volte degenera in vero e proprio culto dell’io e nel primato dell’indifferenza. Il nostro futuro non può essere la divisione, l’impoverimento delle facoltà di pensiero e d’immaginazione, di ascolto, di dialogo e di mutua comprensione».

Un passaggio e una scelta, quella di pronunciarlo davanti agli ambasciatori di tutto il mondo, da cui Ivo Lizzola, professore Pedagogia sociale e di Pedagogia della marginalità e della devianza all’Università degli Studi di Bergamo, è «molto colpito ma non stupito».

 

 

Perché parlare di catastrofe educativa agli ambasciatori?

Dopo la Fratelli tutti e la Laudato si’ non soprende. I diplomatici, come persone che hanno una responsabilità politica, non devono essere portatori di interessi particolari ma di una precisa responsabilità verso una memoria, una storia, soprattutto verso il futuro. Sono le persone che hanno il potere di aprire e chiudere possibilità, non di negoziare per la spartizione presente del potere. Correlare politica e educazione significa porre al centro la questione generazionale, di responsabilità verso il futuro.

Aver parlato di “amicizia sociale” ha creato una discontinuità fortissima: la convivenza non è questione di soci che condividono interessi, chiede qualcosa di più, chiede un legame fraterno. E i fratelli lo sanno bene che in questo c’è un senso umile e concreto di artigianalità della cosa, la necessità di riscoperte continue, di una generosità che è anche perdono, una ricostruzione quasi quotidiana del legame fraterno che non è mai costruito una volta per tutte… Educare alla fraternità chiede una volontà politica precisa rispetto alle diversità: la fatica della composizione delle diversità, in un’attenzione reciproca. Questo ci porta subito verso le generazioni a venire: educare è sempre accompagnare ad aprire un futuro possibile, nel quale saper scegliere tra possibile e possibile…

Correlare politica e educazione significa porre al centro la questione generazionale, di responsabilità verso il futuro. Educare è sempre accompagnare ad aprire un futuro possibile, nel quale saper scegliere tra possibile e possibile… La catastrofe educativa è l’incapacità profonda di assumere questa prospettiva

Ivo Lizzola

 

Se educare è aprire futuri possibili, la catastrofe educativa è quindi il fatto che oggi l’orizzonte del futuro sia chiuso?

La catastrofe educativa è l’incapacità profonda di assumere questa prospettiva, del “di generazione in generazione”. Che è il vero spazio della libertà. Educare è sempre assunzione necessaria del limite, la delimitazione della tua presa/pretesa sul presente per lasciare aperte possibilità di futuro, il non consumare tutto il presente e il non calcolare solo sulle prospettive a breve termine. Ormai abbiamo raggiunto limite estremo, di consumo del pianeta, delle possibilità, di presentificazione di tutto.

Bisogna riprendere questa capacità. Che è la capacità generativa, di andare oltre.

Di traboccare. Questa è una parola che Papa Francesco usa spesso, desborde, traboccamento. In una scuola c’è sempre un traboccamento verso il futuro, si reimmaginano sempre cose nuove. Come quando nasce un bambino si torna alla prima settimana del mondo, anche quando si educa, si insegnano i linguaggi, le tecniche, i saperi della tradizione è come se li si riprovasse da capo nella loro capacità di dire il mondo, di trasfomarlo e di condividerlo. A volte nella scuola questo è perso e ci si concentra solo sul linguaggio, la tecnica, l’apprendimento e sulla capacità di farne prestazioni. Questa è la catastrofe educativa. In un periodo come questo, di “esodo” verso una “Terra Promessa” ancora da delineare, il luogo educativo è un “attendamento” in qui si pratica e si immagina un futuro buono e abitabile.

Se non ci sono luoghi in cui si fa pratica dell’immaginazione di futuri, davvero è catastrofe educativa.

Abbiamo raggiunto limite estremo di consumo del pianeta, di consumo delle possibilità, di presentificazione di tutto. Bisogna riprendere questa capacità generativa, di andare oltre. Di traboccare. Questa è un’altra parola che Papa Francesco usa spesso, desborde, traboccamento. In una scuola c’è sempre un traboccamento verso il futuro.

Ivo Lizzola

 

 

La scuola come dovrebbe assumere questa sfida?

Da vent’anni la scuola è in rincorsa rispetto alla velocità del modificarsi delle tecnologie e del mondo lavoro. La scuola invece deve essere anticipo, è luogo collocato sull’orizzonte, è una bandiera continuamente spostata sull’orizzonte in cui tutte le memorie e le consegne del passato vengono praticate immaginandone una funzione futura, buona, fraterna. Bisogna ripensare la scuola non in rincorsa ma in avanti, come annuncio. Quando tu insegni una disciplina a scuola ne insegni le grandi possibilità di trasformazione del mondo, non la disciplina come esercizio di misurazione o di potere. Poi penso che Papa Francesco abbia pensato anche ad altro, decidendo di pronunciare quelle parole.

 

 

Che cosa?

A quanti bambini e adolescenti nel mondo crescono in situazioni di guerra, di incertezza, di uso autoritario della forza, senza adulti. Il mondo è pieno di minori non accompagnati e di adulti sopraffatti di problemi di sopravvivenza che non possono ad accompagnarli. L’appello infatti è ai diplomatici. Ed è interessante che li dica non ai Capi di Stato o ai politici, ma ai rappresentanti delle nazioni presso altre nazioni.

Come dire… siamo sempre gli uni presso gli altri, è questo l’orizzonte e la prospettiva di qualunque azione educativa. Educare alla particolarità è sempre educare al conflitto, a vedere l’altro come nemico. Come fare a decostruire l’altro minaccioso?

Facendoci abitare dall’altro e continuando ad abitare l’orizzonte dell’altro: per questo le diplomazie sono importanti, sono accoglienza e richiesta di ospitalità.

Anche qui, catastrofe educativa è non avere luoghi di buona pratica e addestramento al conflitto e all’attraversamento non distruttivo del conflitto. Noi ospitiamo l’esperienza di Rondine, meravigliosa, è un pezzetto di futuro incastonato qui.

Il Papa ci richiama alla destinazione a una unità non irenica, non richiamata in base a valori ma concreta, a partire dall’impegno verso la vita delle generazioni che crescono e il loro futuro. Farsi carico della catastrofe educativa il punto di vista per giudicare la bontà di qualsiasi politica.

 

 

Fonte: Vita

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