Non pixel ma occhi

Di Annalisa Teggi

 

Cosa va perso quando un ragazzo abbandona la scuola? Mattia, 18 anni, si è raccontato nella prima puntata di “Ragazzi interrotti” ed è uno dei tanti ragazzi che con la Dad vedono esplodere le proprie fragilità.

Ieri sera ho seguito la prima puntata di Ragazzi interrotti, un nuovo format di Skytg24 dedicato alla cosiddetta “generazione DAD”.

In poco più di 6 minuti Mattia, 18 anni, ha raccontato la sua storia e di come sia arrivato ad abbandonare la scuola, lo scorso settembre. Non ha retto al ritorno della DAD, o meglio: per lui scuola era stare con gli amici, più che studiare. Dietro la sua apparente inedia c’era una fame di conoscenza umana, nascosta in un’anima con qualche incrinatura. Senza un rapporto presente con insegnanti e compagni, Mattia è crollato.

 

Cosa perdiamo con la dispersione scolastica

I dati sono profondamente scoraggianti:

L’abbandono degli studi è una criticità che aleggia da sempre sull’Italia. In Europa, nonostante i progressi degli ultimi anni, siamo tra i peggiori nel garantire ai ragazzi un titolo di studio sufficiente (la maturità o una qualifica professionale) per entrare con un minimo di prospettiva nel mondo del lavoro. A dirlo sono gli ultimi dati ufficiali sulla dispersione scolastica in Italia diffusi dalla Commissione Europea. […] secondo quanto emerge dalla Relazione di monitoraggio del settore dell’istruzione e della formazione per il 2020, la percentuale di giovani nella fascia di età compresa tra i 18 e i 24 anni che abbandonano precocemente l’istruzione e la formazione è stata del 13,5 %. Numeri peraltro relativi al 2019, ovvero prima dello scoppio della pandemia, a cui si dovrebbero aggiungere quelli sulla non trascurabile ‘dispersione implicita’ (certificati dalle prove INVALSI). Inoltre, è vero che la curva della povertà educativa presente in Italia (analizzata nel momento chiave del passaggio dall’adolescenza all’età adulta) dal 2009 ad oggi è in picchiata verso il basso. (da Orizzonte Scuola)

Con la pandemia, appunto, numerosi altri fattori hanno inciso sull’aumento drastico di ragazzi che lasciano la scuola. Quello che i numeri delle statistiche non dicono è cosa si perde insieme a ogni giovane studente disperso. Questo aggettivo fa pensare a una foglia leggera che il vento trascina altrove, lontano dalla vista e dalla cura. Le parole di Mattia, la cui storia è simile e diversa a quelli di molti altri, sono piene di nostalgia, quel sentimento capace di mettere a fuoco il valore di ciò che manca.

 

Chiami me!

Alzare la mano, non tutti gli studenti lo fanno allo stesso modo. Ci sono quelli che alzano anche tutto il corpo e lo agitano, pur di catturare l’attenzione dell’insegnante. Ma mi ricordo certi ragazzi più timidi che accennavano un lieve movimento dell’indice, impercettibile eppure volevano proprio che lo notassi.

Essere visti, poter contribuire con la propria voce. E’ questa una delle prime cose entusiasmanti che ci porta la scuola: sentirsi protagonisti di una conoscenza che si fa insieme. Poi quella spinta esuberante viene un po’ a mancare, come se crescendo lo stupore cedesse il posto a una certa ritrosia. O forse è un modo per mettere alla prova quella stessa ipotesi: davvero in classe c’è bisogno di me? Davvero l’insegnante vuole sapere cosa ne penso?

 

Racconta Mattia:

Alle superiori le cose sono cambiate. Il mio rapporto con la scuola ormai si stava incrinando. Se alle elementari ero sempre lì con la mano alzata a dire: “Chiami me! Chiami me!”, invece alle superiori ero lì a dormire. Mi nascondevo dietro lo zaino, appoggiavo sul banco la testa e dormivo. (da SkyTg24)

Lo zaino piantato davanti alla faccia, è proprio una barricata. E l’insegnante, oltre a tutto il resto, è uno che deve giocare a nascondino,  perché c’è chi dice ‘presente’, ma poi fa di tutto per sfuggire all’appello. Però anche lo svogliato e quello ribelle hanno bisogno di sentirsi dire: non mi sfugge la tua presenza.

 

La ricreazione

Nell’intervista a Skytg24 Mattia confessa che il suo scarso interesse per lo studio alle superiori non era affatto un disinteresse per la scuola.

Fortunatamente ho avuto delle persone, perché non sono solo professori… erano prima esseri umani, che hanno guardato oltre e hanno visto quello che ero. E quindi era facile che succedesse che finito di dormire durante una lezione, mi mettessi a parlare con un professore all’intervallo e raccontavo delle mie relazioni, della mia vita, del fatto che non stessi bene. E i professori lo facevano perché mi guardavano negli occhi. (Ibid)

Forse anche l’intervallo è una delle grosse perdite che la Dad ha comportato. Perché quella pausa, vissuta in presenza, è … una vera terra di conquista.

Oltre a giocare a nascondino, l’insegnante è un vero Indiana Jones. Ed è bellissimo chiamarla ricreazione(la mia amica e collega Paola Belletti ci scriverà un pezzo bellissimo, lo attendiamo – NdR). Il giardino dell’Eden non era solo uno spazio piacevole di intrattenimento, ma era un luogo condiviso di relazioni libere.

Si sconfiggono mostri più pericolosi del serpente, quando – senza la cattedra di mezzo – ci si avvicina a un compagno o a uno studente dicendo: “Ti ho visto con gli occhi bassi, è successo qualcosa?”. Certe anime non aspettano altro che una frase sciocca per rompere il ghiaccio, ti chiedono: “Prof, vado a prenderle il caffè?” e poi ti spalancano fessure di cuore chiuse a chiave. Leopardi è un alleato enorme per suscitare domande grandi, con Pitagora la meraviglia del reale cresce; ma anche sgranocchiando dei crackers si compiono grandi imprese educative. La Dad ci porta in dote anche questa nostalgia dell’intervallo, di un tempo in cui non ci sono voti ma solo voci e volti.

 

Puoi essere fragile

Essere guardato negli occhi, è su questo punto che Mattia si commuove nel suo racconto. Quando lo scorso settembre la sua scuola, dopo un mese in presenza, ha riattivato la Dad, lui ha avuto un crollo. E’ dimagrito 10 chili e non aveva più nessun interesse a guardare lo schermo, ascoltare le lezioni.

Con la Dad le cose sono cambiate, perché i professori non ci vedevano più negli occhi. Vedevano dei pixel. Tutti ci stavamo isolando, nessuno aveva voglia di intervenire. La maggior parte di noi non si cambiava neanche più, stavamo in pigiama tutto il giorno. E io mi sono detto: togliendo le relazioni e le amicizie, cosa resta? Niente. Non mi resta niente. […] Avrei voluto che qualcuno mi guardasse negli occhi e mi dicesse: “Puoi essere fragile”. (Ibid)

Piuttosto che sentire la mancanza della presenza degli amici e insegnanti, Mattia li ha mollati. Ma – vorrei chiedere – visto che prima dormiva in classe, che differenza c’è con lo stare in pigiama a casa? E non lo chiedo in tono polemico, ma ringraziando questo ragazzo della sua sincerità che ha molto da dire. L’esperienza vale davvero più di mille decreti legge e dissertazioni pedagogiche.

Sì, è una gran bella cosa sentire la mancanza di dormire in classe. Non ho voglia di fare lezione – dice Mattia – ma ho bisogno di stare con te. Restare in pigiama è un misero letargo; dormire in classe è una specie di audace ribellione.

Perché la scuola non è solo l’epica degli animi accesi dell’Attimo fuggente. Anche le anime assopite e con la telecamera girata altrove hanno un occhio mezzo aperto, all’erta. Sotto sotto c’è la voglia di alzare la mano. E tra le tante domande inespresse c’è n’è una di cui si può anticipare la risposta: sì, puoi essere fragile.

Può saltare la connessione, il microfono può incepparsi, la lezione si può interrompere a metà. Ma se – anche a pixel sfuocati – un’insegnante e i suoi ragazzi riescono a condividere ogni giorno un frammento di vulnerabilità insieme, allora anche in questo tempo amaro stiamo seminando.

 

Fonte: Aleteia

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