L’opera insostituibile dei missionari

Di Marco Dotti

 

Desta ancora incredulità e sgomento la morte di Nadia De Munari, la missionaria laica uccisa in Perù a colpi di machete. L’agguato in Sud Sudan a Christian Carlassare, il più giovane vescovo al mondo (ha solo 43 anni ed è stato nominato da Papa Francesco il’8 marzo scorso) aggredito da un gruppo armato, ma ora fuori pericolo, ha acuito la tensione.

Un dato rilevante: sia Nadia De Munari che il Vescovo Cristian Carlassare sono di Schio, provincia di Vicenza. Il Veneto è infatti da sempre ricco di vocazioni missionarie, presenti in tutti gli angoli del pianeta.

Il numero dei missionari laici, che operano nel mondo è oggi pari a 376.188, con un aumento di 20.388 unità rispetto al 2019, così ripartito: Europa (+128), America (+8.129), Asia (+12.433), diminuiscono in Oceania (-12) e in Africa (-290). Sono tanti, anche se ancora non quantificati, i tentativi di aggressione nei loro confronti e nei confronti di religiosi e religiose che hanno scelto di praticare la via della missione.

Spiega don Dante Carrato del Cuamm che quello missionario è un «impegno costante e quotidiano della Chiesa, dei missionari e dei nostri medici». Un impegno a «costruire dialogo e condivisione. Un lavoro che viene poco raccontato, ma che getta semi di pace e di speranza». Come nel caso del Vescovo Carlassare e di Nadia De Munari.

Nel 2020, secondo l’agenzia Fides, a perdere la vita sono stati 20. Tra di loro, otto sacerdoti e sei laici. Il numero più elevato di aggressioni mortali si registra in America latina, dove sono stati uccisi cinque sacerdoti e tre laici. Seguono l’Africa, dove sono stati uccisi un sacerdote, tre religiose, un seminarista e due laici; l’Asia sono stati uccisi un sacerdote, un seminarista e un laico.

In vent’anni, dal 2000 al 2020, sono stati uccisi nel mondo 535 operatori pastorali, di cui cinque vescoviMolti operatori pastorali sono stati uccisi durante tentativi di furto o rapina oppure sono stati vittime di sequestro o si sono ritrovati coinvolti in sparatorie nei contesti in cui operavano. Contesti, anche in conseguenza della pandemia, sempre più contraddistinti da povertà economica e degrado.

«Nessuno di loro», spiegano ancora da Fides, «ha compiuto imprese o azioni eclatanti, ma ha semplicemente condiviso la stessa vita quotidiana della maggior parte della popolazione, portando la sua testimonianza evangelica come segno di speranza cristiana».

Come testimonia padre Carlassare: «Se li perdono? Certamente. E lo faccio con tutto il cuore». Dal suo letto d’ospedale a Nairobi, in Kenia, dove è stato operato di nuovo per ripulire le ferite dalle schegge di proiettile, padre Christian Carlassare racconta di non voler condannare i sicari che in Sud Sudan lo hanno ferito alle gambe a colpi di kalashnikov dopo averlo aggredito nella propria abitazione: «Lo faccio perché sono giovani e certamente non hanno agito per una ragione contro di me. Sospetto che qualcuno gli abbia commissionato questo gesto».

Christian Carlassare continua: «Dunque, mi sento di perdonare, come perdono chi li ha spinti a comportarsi così. E lo faccio a nome di tutta la gente di Rumbek che, quando sono stato colpito, era fuori dall’ospedale cittadino e dall’aeroporto, dicendomi: padre non abbandonarci, padre ritorna. Non volevano lasciarmi partire per non perdere il loro vescovo«. Poi aggiunge, con voce serena, senza un minimo di risentimento, che ciò che lui offre «è un perdono che chiede unità, ascolto e capacità di risolvere i problemi cercando il bene di tutti».

 

Fonte: Vita

 

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