Perché opporsi è un gesto di carità

Una delle contestazioni che sono mosse al mondo cattolico, nel momento in cui manifesta la propria opposizione sui temi bioetici, nel nostro caso, la depenalizzazione dell’omicidio del consenziente, gesto estremo nel più ampio genere delle eutanasie, è che tale comportamento non sarebbe un obbligo, bensì un diritto, di cui tutti potrebbero fruire.

In definitiva, chiunque può scegliere, nessuno è obbligato

 

Il discorso, apparentemente lineare, presenta almeno due contraddizioni: la prima attiene al profilo della mancata previsione di un’obiezione di coscienza per i sanitari chiamati a praticare l’atto eutanasico o ad assistervi. Qualora fosse approvata la depenalizzazione dell’omicidio del consenziente, la conseguenza immediata sarebbe la non punibilità per chi uccide una persona, che presta il proprio libero consenso a farla finita; e già questo è gravissimo.

 

Tuttavia, è facilmente intuibile come i risvolti siano ben più incisivi, perché lo Stato dovrebbe predisporre un servizio pubblico di gestione del fine vita. Ed è altrettanto intuibile come i promotori di quest’iniziativa referendaria siano tutt’altro che favorevoli all’introduzione di un’obiezione di coscienza per i medici e gli infermieri coinvolti: basti pensare alle battaglie per l’esclusione dell’obiezione di coscienza nell’ambito dell’interruzione volontaria di gravidanza e della fecondazione medicalmente assistita.

 

Perciò, si aprono complesse questioni sull’obiezione di coscienza in campo eutanasico, perché, pensando alla presente legislazione in tema di disposizioni anticipate di trattamento, davanti alla richiesta di un paziente di non ricevere più i trattamenti che lo tengono in vita, il medico non gode di un proprio spazio deliberativo, in quanto oggetto della condotta medica è un’omissione.

Il sanitario, già ora, può esentarsi, per motivi di coscienza, dal fare qualcosa (aborto, fecondazione assistita), ma è costretto, anche violando la propria coscienza etica e professionale, ad astenersi dal salvare una vita.

 

Non solo, la nostra Costituzione, nell’interpretazione consolidata, non ammette l’obiezione di coscienza come istituto generale, dal momento che il principio cardine è, com’è logico, l’osservanza delle norme giuridiche: perciò, in mancanza di un’espressa previsione di legge, che sappia equilibrare la libertà di coscienza con il preteso diritto a morire, non si può consentire ai sanitari di non praticare l’omicidio del consenziente, qualora, oltre a essere depenalizzato, sia anche introdotto come servizio al cittadino.

 

A questo primo profilo se ne aggiunge un altro: anche ad ammettere l’obiezione di coscienza, la sola introduzione del diritto a morire sarebbe una grave responsabilità per i credenti.

Purtroppo, è da tempo che il fenomeno dell’individualismo sta inquinando i nostri rapporti, anche nella vita di fede, e questo si manifesta in due modi antitetici, ma altrettanto pericolosi.

 

Una manifestazione dell’individualismo è quella di ritenere che la propria fede sia un fatto privato, che non deve incidere sulla società, ma, al massimo, permettere un miglioramento interiore: è vero che il cristianesimo tocca anzitutto le corde del proprio spirito e che noi entriamo in relazione con il Padre che vede nel segreto, ma è altrettanto vero che la fede deve produrre frutti di carità, e che uno di questi frutti è “fare la carità della Verità”.

Dire al mondo che la vita, per quanto sofferta, è sempre degna di essere vissuta, è un atto di carità; impedire che il dolore prenda il sopravvento e giustifichi atti estremi è un atto di carità; denunciare l’inganno della cultura dello scarto è un atto di carità.

 

Nella Caritas in Veritate, Benedetto XVI scriveva con profetica lucidità:

Senza verità, la carità scivola nel sentimentalismo. L’amore diventa un guscio vuoto, da riempire arbitrariamente. È il fatale rischio dell’amore in una cultura senza verità. Esso è preda delle emozioni e delle opinioni contingenti dei soggetti, una parola abusata e distorta, fino a significare il contrario. La verità libera la carità dalle strettoie di un emotivismo che la priva di contenuti relazionali e sociali, e di un fideismo che la priva di respiro umano ed universale.

 

E ciò può essere compiuto evitando il secondo modo di agire individualista, che, purtroppo, connota molti zelanti.

 

Credo fermamente che nessuna scelta bioetica sia compiuta a cuor leggero, così come credo che la migliore testimonianza sia l’azione: alzare i toni, esasperare le posizioni, alzare muri e barricate, non ascoltare le ragioni dell’altro, usare la propria identità cristiana come una spada da brandire contro gli altri e non come la Verità da annunziare agli altri sono dei mali costantemente in agguato.

Il magistero di Papa Francesco è netto: combattere la cultura dello scarto non soltanto vuol dire denunciarla con le parole, ma farsi prossimi.

E prossimità significa farsi carico del dolore dell’altro, con-patire, farsi deboli con i deboli, aprire gli occhi e lasciarsi interrogare dai dubbi di senso che assalgono ogni persona.

Vuol dire sedersi alla scacchiera con la morte e giocare fino all’ultima pedina, sapendo che vincere la partita non è sfuggire alla fine, ma rendere la fine un segno di speranza.

 

Andrea Miccichè

 

Secondo articolo della rubrica “Tu giochi a scacchi, non è vero?”

Primo articolo della rubrica “Tu giochi a scacchi, non è vero?

 

 

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