“Popolo”: parola di un’epoca passata?

L’abbiamo visto durante il lockdown del 2020, lo vediamo oggi in Ucraina: quando il popolo riesce a compattarsi per condividere una sfida comune, attiva le energie diffuse essenziali per raggiungere qualunque risultato.

 

Di Mauro Magatti

 

Questi giorni così drammatici ci insegnano che l’epoca della ferocia umana non è mai definitivamente superata e che i rapporti sociali e politici sono sempre esposti alla degradazione della violenza. Ma ci ricordano anche l’intima relazione tra popolo, libertà e democrazia.

Una relazione che abbiamo rischiato di dimenticare a causa dell’uso strumentale del termine “popolo” da parte dei populismi negli ultimi 10 anni, ma anche per effetto dell’individualismo massificato che finisce per smarrire ogni ragione del “noi”.

È tempo di liberare la parola “popolo” dalle interpretazioni distorte degli ultimi anni: comunque vadano le cose, ne avremo bisogno per affrontare i giorni che ci aspettano.

Il popolo si organizza dal basso, non dall’alto.

A differenza del populismo che va tutto a vantaggio di leader che costruiscono una retorica del popolo, ciò a cui assistiamo in Ucraina é un’azione popolare autoorganizzata. Che ha sì bisogno di riferimenti simbolici – un leader, la bandiera – ma che fondamentalmente si costituisce a partire dalla coscienza collettiva di un comune destino. Dove c’entra la storia, certo. Senza però mai cedere alle strumentalizzazioni di un passato che non c’è più.

Ciò che conta, infatti, è la capacità di reinterpretare le vicende di oggi alla luce di una storia comune, ma sempre in movimento. Così, i legami secolari che legano Kiev e Mosca non possono essere evocati come termini immutabili. Proprio perché vivi, essi non possono che riflettere il succedersi delle fasi storiche, nella trama che costruisce ogni vicenda umana.

Opporsi a questo dinamismo è opporsi alla vita: fino al punto di arrivare a uccidere.

Tale comunanza, inoltre, non è un’astrazione ma una concretezza. Il richiamo alla terra è fondamentale per indicare un’appartenenza originaria che non può essere messa in discussione e che viene prima di ogni altra distinzione. Terra, dunque, come legame e affezione, sigillo di una appartenenza concreta da cui origina il senso della stessa esistenza personale e collettiva. Un sentimento che può anche sfociare in nazionalismo ottuso, ma senza il quale diventiamo semplici particelle elementari, disperse in un pianeta inospitale.

 

Il popolo esprime una solidarietà che potremmo definire naturale.

Non c’è bisogno di spiegarla, di dirla. È nelle cose, la si conosce già. Non è un’ideologia, ma un ritrovarsi uniti dentro quella storia, quella sfida, che impegna tutti e ciascuno secondo le proprie possibilità.

Come con i medici e il personale paramedico nei primi giorni della pandemia, ritorna l’idea di “sacrificio”. Non inteso, però, in senso masochistico, bensì come riconoscimento del fatto che c’è qualcosa che vale più della nostra stessa vita: qualcosa che ci lega agli altri, su cui si fonda il senso della nostra stessa dignità. Fino al punto di spingere chi si trova al sicuro a prendere un pullman per tornare a casa e unirsi a coloro che lottano per difendere la propria terra dall’invasore. Qualcosa di impensabile, tanto quanto l’aggressione di Putin. Ma rivolta in senso esattamente contrario.

 

Il popolo non è un’organizzazione.

È un insieme di persone che cerca i modi per dare risposte comuni alle sfide da affrontare. E che condivide uno spiccato senso della intergenerazionalità. I vecchi e i bambini vanno protetti e tutti – uomini e donne, ragazzi e ragazze – si ingaggiano.

Nessuno escluso, ognuno con un proprio ruolo, come un organismo vivo che trova, senza rigidità, le vie per raggiungere l’obiettivo comune.

La storia insegna che il popolo si ricompatta nei momenti di difficoltà. Un po’ come è capitato durante il lockdown nella primavera del 2020. Ma è importante farne memoria, così da riuscire a condividere sfide comuni in grado di attivare quelle energie diffuse così essenziali per raggiungere qualunque risultato.

 

Il popolo, infine, non è chiusura ma apertura.

È il desiderio di libertà e di vita che origina dal basso e produce una spinta vitale potentissima. Qualcosa che viene regolarmente sottovalutato da chi invece guarda il mondo dai piani alti dei palazzi del potere.

Qui sta il più grande errore di valutazione di Putin in questa disgraziata campagna Ucraina. Non aver capito, cioè, che l’anacronismo della guerra nel XXI secolo è destinato a scontrarsi contro la volontà delle persone – e di popoli interi – di scegliere la propria vita. Un sentimento che tende a diffondersi ovunque.

Vedremo quello che succederà nei prossimi giorni. Ma questa esperienza di resistenza del popolo ucraino lascerà un segno profondo nella coscienza collettiva. Che sarà impossibile annichilire.

Può darsi che le forze armate russe riescano a prendere Kiev. Ma non riusciranno mai a prendere il cuore degli ucraini. L’invasione russa costituirà a lungo una ferita aperta che nessun regime di polizia potrà rimarginare.

Lo confermano tante vicende internazionali degli ultimi decenni: si possono vincere battaglie, si possono conquistare territori, si possono imporre governi. Ma è un’illusione estirpare la libertà. Alla fine è il popolo che vince.

 

Fonte: generativita

 

 

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