Don Bosco torna nel carcere dei ragazzi

Di Marina Lomunno

 

Un avvenimento storico, un’opera di misericordia, un gesto fortemente evocativo, un atto d’amore nel pieno stile di Don Bosco: ha tante connotazioni la visita compiuta nella mattinata di mercoledì 1° febbraio da Don Ángel Fernández Artime, Rettor Maggiore dei Salesiani, all’Istituto Penitenziario Minorile (IPM) “Ferrante Aporti” di Torino, che un tempo era il penitenziario della “Generala” tante volte visitato da Don Bosco, il luogo che gli ispirò la nascita degli oratori come antidoto alla delinquenza minorile.

 

“Quando torni?”.

Ha gli occhi lucidi uno dei 34 ragazzi detenuti al “Ferrante Aporti” mentre saluta il X Successore di Don Bosco, che ha voluto concludere le celebrazioni del Santo dei giovani proprio all’IPM di corso Unione Sovietica. E non c’è luogo più significativo del “Ferrante” per capire il carisma di Don Bosco che diceva: “Mi basta che siate giovani perché io vi ami assai”, come ha ricordato Don Á.F. Artime salutando uno per uno i ragazzi e informandosi sulla loro storia e provenienza: “Io sono rumeno”, “Io egiziano”, “Io di Tangeri”.

“Sono stato nei vostri bellissimi Paesi a visitare le nostre comunità e i nostri giovani. Conosco qualche parola delle vostre lingue: io sono spagnolo, sono nato in Galizia, figlio di un pescatore… ho studiato teologia e filosofia, ma so molto di più della pesca che mi ha insegnato mio papà”. Così si è presentato il Rettor Maggiore ai ragazzi radunati nel salone della ricreazione, dopo dei “bans” e una scenetta su Don Bosco guidati dai novizi salesiani di Colle Don Bosco che ogni venerdì, accompagnati dal loro Maestro, don Enrico Ponte, animano “il cortile dietro le sbarre”, l’oratorio del Ferrante.

 

“È per questo che ho scelto di diventare salesiano, 43 anni fa – ha continuato il Rettor Maggiore – volevo fare il medico, ma poi ho capito che Don Bosco mi chiamava a curare le anime dei più giovani, perché non ci sono buoni e cattivi ragazzi e ragazze, ma giovani che hanno avuto di meno e, come diceva il nostro santo ‘in ogni giovane, anche il più disgraziato, c’è un punto accessibile al bene e dovere primo dell’educatore è di cercare questo punto, questa corda sensibile del cuore e di trarne profitto’. Ecco perché noi salesiani amiamo i giovani.
Tutti possiamo sbagliare, ma se credete in voi stessi, vi fidate dei vostri educatori uscirete di qui migliori. Il mio sogno è di incontrarvi tutti a Valdocco con i giovani che ho salutato ieri nella festa del nostro Santo”.

 

La visita di Don Á.F. Artime è storica perché mai dopo Don Bosco era entrato al “Ferrante” un suo successore: l’incontro con i ragazzi detenuti prima alle Carceri Senatorie di Torino nel 1841, poi alla “Generala” nel 1855 (così si chiamava l’Ipm, allora riformatorio per minorenni) fu la scintilla che spinse il santo torinese ad escogitare soluzioni “preventive” allo sbando in cui versavano migliaia di adolescenti delle periferie torinesi. Fu durante le ripetute visite alla “Generala”, invitato dal suo padre spirituale, don Giuseppe Cafasso, che nacque appunto il “Sistema Preventivo”, pilastro dell’impianto educativo che farà di Don Bosco il “Santo degli oratori”.

Don Bosco intuì che se ci fosse stata una famiglia solida, una comunità accogliente e una scuola con adulti significativi non ci sarebbero state le carceri. Ed è da quei pomeriggi trascorsi con i “giovanetti discoli e pericolanti” che il santo inventò l’oratorio. Addirittura, come ha ricordato il Rettor Maggiore, Don Bosco chiese il permesso di portare con sé i ragazzi per una gita fuori porta: “Il direttore della Generala acconsentì, ma a un patto: se solo un giovane non fosse rientrato, in carcere ci sarebbe finito Don Bosco. Eppure, tutti tornarono in cella”.
Parole che colpiscono i ragazzi, che ascoltano Don Á.F. Artime senza fiatare, cosa non usuale qui, hanno commentato alla fine dell’incontro gli educatori e gli agenti.

 

La presenza del carisma di Don Bosco al “Ferrante” non è mai venuta meno: una targa nell’ala più antica dell’Istituto ricorda le sue visite alla “Generala” ed è tradizione che i cappellani siano salesiani.
Tra i cappellani “storici” c’è l’amato don Domenico Ricca, andato in pensione lo scorso anno dopo oltre 40 anni di servizio, che qui ha riaperto la cappella a cui alcuni benefattori hanno donato le statue di don Bosco e di Maria Ausiliatrice. Ha preso il suo testimone il confratello don Silvano Oni, che ha organizzato la visita del Rettor Maggiore con la collaborazione della Vicedirettrice Gabriella Picco, dei formatori, degli insegnanti e degli educatori.

 

“In questi giorni spediremo una lettera a Papa Francesco – annuncia don Silvano – con le foto del presepe che a Natale abbiamo allestito con i ragazzi, la maggior parte non cristiani: per questo è una natività in cui i personaggi non hanno volto. Verso la capanna si avvicina in mare un barcone con tanti giovani migranti come alcuni dei nostri ragazzi che hanno lasciato la loro terra e qui sono soli e preda dell’illegalità.
Il loro salvagente per ora siamo noi. E la richiesta al Rettor Maggiore di tornare tra loro è il segno che Don Bosco parla ancora al cuore dei ragazzi più fragili di oggi”.

 

Fonte: La Voce e il Tempo

Fonte: infoans