“Ho capito cosa provava don Bosco”

– Don Ángel Fernández Artime –

 

Il giorno dopo la solenne festa di don Bosco, ho provato un’intensa emozione. Dopo i controlli piuttosto rigidi, ho varcato la soglia dell’Istituto Penitenziario Minorile “Ferrante Aporti” di Torino, quello che un tempo si chiamava “La Generala”

 

L’esperienza di don Bosco

Su una delle pareti c’è una grande targa che ricorda le visite di don Bosco ai giovani in carcere. Quante volte, con le tasche della sua veste rattoppata piene di frutta, cioccolatini, tabacco aveva superato portoni pesanti come questi, al Senato, al Correzionale, alle Torri e poi anche qui alla Generala, per andare a trovare i suoi “amici”, i giovani carcerati. Parlava del valore e della dignità di ogni persona, ma spesso quando tornava, tutto era distrutto. Quelle che sembravano amicizie nascenti erano morte. I volti erano tornati duri, le voci sarcastiche sibilavano bestemmie. Don Bosco non sempre riusciva a vincere l’avvilimento. Un giorno scoppiò a piangere. Nel lugubre stanzone vi fu un attimo di esitazione. «Perché quel prete piange?» domandò qualcuno. «Perché ci vuole bene. Anche mia madre piangerebbe se mi vedesse qui dentro».

L’impatto di queste visite sulla sua anima fu così grande che promise al Signore che avrebbe fatto tutto il possibile per garantire che i ragazzi non venissero mandati lì. Nascono così l’oratorio e il sistema preventivo.

 

Una storia che continua

Molte cose sono cambiate. I figli di don Bosco non hanno abbandonato la via tracciata dal Padre. È tradizione che i cappellani siano salesiani. Tra i cappellani “storici” c’è l’amato don Domenico Ricca, andato in pensione lo scorso anno dopo oltre 40 anni di servizio. Un altro salesiano, don Silvano Oni ha preso il suo posto e i novizi salesiani, sotto la guida del maestro di noviziato, vanno ogni settimana a incontrare i giovani detenuti dell’Istituto Penitenziario, con un’iniziativa chiamata “il cortile dietro le sbarre”. Tutti i “detenuti” sono molto più giovani dei novizi di don Bosco. E la stragrande maggioranza non ha parenti.

 

Per questo noi salesiani amiamo tanto i giovani

Come don Bosco, ho lasciato parlare il cuore. C’erano anche gli educatori che accompagnano questi giovani quotidianamente. Ho salutato tutti, compresi i molti giovani stranieri. Ho sentito che la comunicazione era possibile. In precedenza tre novizi avevano recitato una breve scena della vita di don Bosco. Poi mi hanno dato la parola e hanno dato anche ai giovani la possibilità di farmi tre o quattro domande. E così è stato. Mi hanno chiesto chi era don Bosco per me, perché ero salesiano, che cosa si prova a vivere ciò che vivo e perché ero venuto a trovarli.

Ho raccontato loro di me, della mia origine e della mia nazionalità. «Sono spagnolo, sono nato in Galizia, figlio di un pescatore. Ho studiato teologia e filosofia, ma so molto di più sulla pesca perché me l’ha insegnata mio padre. Ho scelto di diventare salesiano 43 anni fa, volevo fare il medico, ma poi ho capito che don Bosco mi chiamava a curare le anime dei più giovani.

Perché non esistono ragazzi buoni e cattivi, ma giovani che hanno avuto meno e, come diceva il nostro santo, in ogni giovane, anche nel più sfortunato, c’è un punto accessibile al bene, e il dovere primario dell’educatore è quello di cercare questo punto, la corda sensibile di questo cuore, e di far fiorire una vita. Per questo noi salesiani amiamo tanto i giovani. Tutti possiamo commettere errori, ma se credete in voi stessi, se avete fiducia nei vostri educatori, ne uscirete migliori. Il mio sogno è di incontrarvi tutti un giorno a Valdocco con i giovani che ho salutato ieri nella festa del nostro Santo».

 

Pronti per ripartire

Durante il pranzo, un giovane mi ha chiesto se poteva farmi una domanda in privato. Ci separammo un po’ dal grande gruppo per non essere interrotti. “A cosa serve la mia presenza qui?” mi chiese a bruciapelo. Gli ho detto: “Credo sinceramente per niente e per molto. Per niente, perché la prigione, l’internamento non può essere una meta o un luogo di arrivo, ma solo un luogo di passaggio. Ma, ho aggiunto, penso che ti farà molto bene perché ti aiuterà a decidere che non vuoi più tornare qui, che hai la possibilità di un futuro migliore, che dopo qualche mese qui c’è la possibilità di andare in una delle comunità di accoglienza che abbiamo noi salesiani, per esempio a Casale, non lontano di qui…”.

Appena l’ho detto, il giovane ha aggiunto, senza lasciarmi finire: «Lo voglio, ne ho bisogno, perché sono stato nel posto sbagliato e con le persone sbagliate».

Abbiamo parlato. Hanno parlato. E ho capito quanto sia vero che, come diceva don Bosco, nel cuore di ogni giovane ci sono sempre semi di bontà. Quel giovane, e molti altri che ho incontrato, sono totalmente “recuperabili” se gli viene data la giusta opportunità, dopo gli errori commessi.

Ho salutato di nuovo i giovani, uno per uno. Ci siamo salutati con grande cordialità. I loro sguardi erano puliti, i loro sorrisi erano sorrisi di giovani battuti dalla vita, giovani che avevano sbagliato, ma pieni di vita. Ho percepito negli educatori un grande senso di vocazione. Mi è piaciuto.

 

Accanto ai giovani

Alla fine del tempo stabilito – che era stato concordato – ho salutato e uno di loro si è avvicinato e mi ha detto: «Quando torni?» Mi sono commosso. Gli ho sorriso e gli ho detto: «La prossima volta che mi inviterai, sarò qui, e nel frattempo ti aspetterò, come don Bosco, a Valdocco».

Questo è ciò che ho sperimentato ieri.

Amici del Bollettino Salesiano, amici del carisma di don Bosco, come ieri, anche oggi è possibile raggiungere il cuore di ogni giovane. Anche nelle più grandi difficoltà, è possibile migliorare, è possibile cambiare per vivere onestamente. Don Bosco lo sapeva e ci ha lavorato per tutta la vita.

 

 

Fonte: Bollettino Salesiano