Non si vive per le ferie ma per la festa

-Federico Pichetto-

 

Il lungo ponte che collega idealmente la festa del 25 Aprile con quella del Primo Maggio riporta all’attenzione il senso di questi due appuntamenti civili.
In campo politico se ne dibatte molto e il fatto stesso che non ci sia una lettura univoca di due ricorrenze fondative della vita della Repubblica dimostra, dopo quasi ottant’anni, che non basta celebrare qualcosa perché quel qualcosa diventi patrimonio di tutti.

È un tema più volte già trattato, ma che è sempre più decisivo sia nell’arena pubblica che in campo educativo: ripetere delle parole, anche logicamente perfette e moralmente giuste, non cambia il cuore e non impatta sulla mentalità delle persone.
La cronaca di questi giorni ha purtroppo rivelato il caso di una dirigente di un istituto comprensivo siciliano che, pur essendo riconosciuta paladina della lotta alla corruzione e alla mafia, è stata sorpresa in comportamenti non chiari che al momento farebbero presupporre agli inquirenti elementi di reato determinati dall’appropriazione di fondi europei destinati al benessere della collettività. A parole la preside dunque era perfetta, ma nessuna di quelle parole aveva intaccato davvero la sua mentalità o il cuore.
Le parole, infatti, non producono di per sé alcun reale cambiamento: non basta dire le cose perché le persone cambino, occorre un lavoro. E questo lavoro non è un esercizio intellettuale o morale, non è un cammino ascetico, bensì una mossa dell’Io davanti alla proposta che le circostanze introducono nella quotidianità del vivere.

Che proposta è la festa del 25 Aprile?
Che cosa significa essere liberati dalla dittatura? Quand’è stata l’ultima volta che ho sorpreso nella mia esperienza una liberazione? E che cosa quella liberazione ha da dire, come giudizio, sulla liberazione che si festeggia? Che cos’è che libera davvero l’uomo da ogni dittatura?
È chiaro che un lavoro di questo tipo è tutto fuorché intimista: esso rappresenta il contributo più alto che una persona possa dare al bene comune, si palesa come suggerimento potente di una strada per tutti coloro che cercano di essere liberati dalle dittature dell’esistenza.

 

Non diverso, se vogliamo più drammatico, è l’invito che ci fa il Primo Maggio.
La Festa del lavoro richiederebbe, infatti, di concepire il lavoro come una festa. Anche qui occorre non perdere di vista il metodo: quand’è stata l’ultima volta che ho fatto esperienza del lavoro come di una festa? In questo frangente storico molti ventenni vivono un rapporto col lavoro intrinsecamente malato: essi odiano il lavoro, vorrebbero che non esistesse.
Il motivo è che per tanti di loro, se non tutti, il lavoro non è una festa, non è un appuntamento per la propria crescita personale, non è un’occasione di scoperta in cui imparare di più ad amare la fidanzata, il marito, i figli, il tempo. Non si vive per le ferie, ma si vive per la festa e dentro ogni lavoro c’è una festa che ci aspetta.
Certamente la società deve garantire le condizioni migliori, a livello salariale e umano, perché l’esperienza del lavoro sia buona e fruttuosa, ma non c’è una condizione lavorativa che rende impossibile sperimentare la festa, una passione per la vita che rende ogni lavoratore un costruttore, uno che realmente può contribuire al bene di tutti con la sua fatica e i suoi limiti.

Quello che oggi manca non sono le circostanze in cui testimoniare una strada diversa, più buona e più vera; quello che oggi manca è un impegno concreto con la materialità del vivere, con le occasioni che ci vengono date per approfondire di più la coscienza di noi stessi e l’urgenza di vita che ci portiamo dentro. Altrimenti finirà come con la pandemia o con la guerra in Ucraina: tutto si risolverà in una dialettica sterile in cui non cresce più nessuno.

È chiaro che un impegno di questo tipo cambia la vita, cambia la mentalità, non ci permette di stare attaccati alle certezze che abbiamo maturato, ma apre ad un cammino in cui tutto è rimesso in discussione. Non c’è niente che non porti impressa una delicatissima possibilità di bene, pronta a svelarsi a chi accetta la fatica di un cammino.
Ma occorre volerla questa fatica, riaccorgersi delle verità per cui la vita sussiste, per contendere palmo a palmo il terreno alla notte, a quella ottusità sub-umana con la quale a volte al mattino ci alziamo, facciamo colazione e iniziamo la giornata.

Non esiste festa se non c’è l’Io. Se sapremo accettare questa sfida allora le ricorrenze smetteranno di essere terreno di scontro ideologico, per tornare ad essere quello che sono: un appuntamento da non perdere con la nostra umanità.

 

Fonte: ilsussidiario