Esperienze di educazione e integrazione a Portofranco

Da alcune settimane è in libreria ‘Fuochi accesi: i ragazzi di Portofranco. Un’esperienza di educazione ed integrazione’, il libro scritto dal giornalista Davide Perillo, che racconta la storia di ‘Portofranco’, che con 4.000 ragazzi, una cinquantina di sedi in Italia ed 800 volontari, è una realtà semplice e grande insieme.

Nato a Milano nel 2000 da un’intuizione di don Giorgio Pontiggia, amico di don Giussani, è un centro di aiuto allo studio, completamente gratuito, rivolto ai ragazzi delle scuole superiori, di cui circa un terzo sono immigrati o italiani di seconda generazione: cinesi e sudamericani, mediorientali e africani, musulmani e ortodossi.

Oltre a essere un’esperienza educativa straordinaria e una risposta concreta a problemi come il recupero scolastico e la lotta alla dispersione, ‘Portofranco’ è una finestra spalancata su temi cruciali (integrazione, dialogo tra generazioni, futuro) e sulle domande di senso ultimo, come testimoniano le storie e i ritratti di ragazzi e volontari che Davide Perillo ha raccontato nel libro, la cui prefazione è scritta dall’arcivescovo di Bologna, card. Matteo Zuppi, che cita una frase di san Giovanni Bosco (‘Ricordatevi che l’educazione è cosa del cuore’):

“Per parlare dell’esperienza di Portofranco mi piace partire da questa frase di san Giovanni Bosco che, a mio avviso, è una parafrasi perfetta della frase che troviamo scritta in caratteri cubitali all’ingresso dei locali dell’associazione: ‘I ragazzi non sono vasi da riempire, ma fuochi da accendere’. E solo il cuore, che accende la mente e la tiene viva, può accendere i cuori anziché riempirli, spesso in maniera disordinata…

Portofranco è un luogo in cui i ragazzi vengono accolti come persone, in cui si intraprende la lotta alla dispersione che, spesso, significa disoccupazione, in cui si impara a vivere l’impegno scolastico come un’occasione di crescita umana, attraverso una forte esperienza di condivisione e di integrazione sociale”.

 

A Davide Perillo, che fino al 2020 ha diretto il mensile internazionale di Comunione e Liberazione, ‘Tracce’, ed ha curato la raccolta di scritti ‘Caro don Giussani: dieci anni di lettere a un padre’, chiediamo di spiegarci il significato del nome:

“All’ingresso della sede di Milano c’è un cartello con una frase di Plutarco: ‘I ragazzi non sono vasi da riempire, ma fuochi da accendere’. Portofranco l’ha scelta come motto. Ma devo dire che corrisponde a quello che ho visto nel mio viaggio tra le sedi che questa realtà ha in tutta Italia: si vedono ragazzi accendersi, rimettersi in moto. Spesso quando non pensavano più che fosse possibile, ed erano sull’orlo di abbandonare scuola e futuro”.

 

Allora ci può spiegare cosa è Portofranco?

“E’ un centro di aiuto allo studio, nato nel 2000 dall’idea di don Giorgio Pontiggia, sacerdote di CL, e di un gruppo di insegnanti suoi amici. Il punto era: ‘Ma i ragazzi dove fanno più fatica? Qual è la cosa che li impegna di più? Lo studio? Bene, aiutiamoli in quello’. Da lì è nata una rete che oggi coinvolge 800 volontari e 4mila studenti. I ragazzi prenotano l’ora di lezione, vanno e si trovano un docente tutto per sé che li aiuta nella materia in cui hanno bisogno.

Gratis, perché poggia tutto sul volontariato. E con una dinamica che apre finestre davvero interessanti su problemi caldissimi: l’educazione, ovviamente. Ma anche la lotta alla dispersione scolastica. O l’integrazione, visto che più di un terzo di loro sono stranieri o italiani di seconda generazione”.

 

Quale esperienza educativa si vive in Portofranco?

“Un’esperienza centrata sul rapporto personale. Non solo perché docenti e studenti si ritrovano ‘uno ad uno’, e il lavoro con i ragazzi viene fatto su misura del loro bisogno, un passo alla volta. Ma perché in una dinamica di questo tipo si punta tutto su due aspetti: la gratuità e la libertà.

Non si aiuta ‘in cambio di qualcosa’, fosse pure il loro miglioramento negli studi: si aiuta il ragazzo perché c’è, ed ha un valore infinito di per sé, a prescindere da quello che sa fare.

D’altra parte, però, ci vuole una sua decisione, una mossa personale perché il lavoro si possa svolgere. Non c’è niente di automatico. Papa Francesco parla spesso dell’educazione come di un ‘corpo a corpo’. Ecco, direi che Portofranco è esattamente questo”.

 

In quale modo la scuola può essere un punto di integrazione?

“A scuola si trovano tutti, è per natura un posto dove l’integrazione diventa perlomeno una possibilità. Tra tanti problemi, perché spesso i ragazzi stranieri arrivano da realtà lontanissime e si trovano catapultati in un contesto di cui non conoscono nemmeno la lingua, figuriamoci certi riferimenti culturali. Non è semplice spiegare Dante o il Medioevo a un adolescente arrivato magari dall’Egitto da poche settimane.

Però dipende moltissimo dai docenti e dal tipo di proposta che si fa. Perché il cuore dei ragazzi è uguale dappertutto. Se lo ‘Stil Novo’ è raccontato in un certo modo, anche un ragazzo del Bangladesh si può stupire di ‘come i vostri poeti parlano delle donne’.

O se un insegnante si rende conto che sotto il velo delle ragazze musulmane ci sono storie diverse e mondi da scoprire (‘mi sono accorta che sono persone, non stranieri’, mi diceva una professoressa), le cose cambiano. E si aprono rapporti, connessioni, amicizie che facilitano molto l’ìntegrazione”.

 

Quale scuola si vive a ‘Portofranco’?

“Una scuola che accoglie, che ha veramente al centro i ragazzi e il loro bisogno. E capace di sfidare continuamente anche i docenti, che si tratti di professionisti di lungo corso o di universitari, a recuperare la ragione profonda del loro lavoro: aiutarli a diventare uomini.

Come mi diceva una professoressa andata in pensione da poco e tornata sui banchi proprio a Portofranco, ‘della scuola non mi mancavano le riunioni, i collegi di classe, la burocrazia: mi mancava il rapporto con i ragazzi’. La capisco bene, perché non c’è niente di più bello che vedere fiorire l’umano. Ed a Portofranco succede”.

 

Fonte: korazym