Di Chiara Tintori

Il 22 aprile è la Giornata della Terra (Earth Day), una ricorrenza simbolica che, dal 1970 coinvolge milioni di cittadini in tutto il mondo.

Come spesso accade, le questioni ambientali interessano l’opinione pubblica in seguito a disastri; così è stato quando, nel 1969, vi fu un’enorme fuoriuscita di petrolio dal pozzo della Union Oil al largo di Santa Barbara, in California. L’Earth Day prese definitivamente forma l’anno successivo, e da allora non ha più smesso di essere un punto di riferimento per i 193 Stati delle Nazioni Unite.

L’anno scorso si è posta attenzione sulla plastica, l’anno prossimo saranno i 50anni dalla sua istituzione; quest’anno il tema scelto è “proteggere le nostre specie”.

L’invito è rivolto a educare e sensibilizzare l’opinione pubblica sul tasso di accelerazione di estinzione di milioni di specie viventi, incoraggiare azioni individuali quali l’adozione di diete a base vegetale, l’arresto di pesticidi e l’uso di erbicidi. 

Può sembrare un tema “di nicchia”, ma in realtà persino l’enciclica Laudato si’ dedica un intero paragrafo del capitolo primo alla perdita di biodiversità (nn. 32-42), per un motivo molto semplice: “non basta pensare alle diverse specie solo come eventuali “risorse” sfruttabili, dimenticando che hanno un valore in sè stesse” (n. 33). Se tutto è connesso, tutto è in relazione, come ci ha insegnato l’ecologia integrale, allora educarsi a riconoscere il valore di ogni creatura con “affetto e ammirazione” è il primo passo per ristabilire un ordine più giusto sul nostro Pianeta.

Che si tratti dell’Amazzonia, del bacino fluviale del Congo, di frandi falde acquifere e ghiacciai, degli oceani, delle barriere coralline (che ospitano un milione di specie viventi), o delle api, il dovere di cura e responsabilità non muta.

Infatti vi sono funghi, alghe, vermi, piccoli insetti e molteplici varietà di microorganismi di cui non conosciamo nemmeno l’esistenza, ma che giocano un ruolo fondamentale per stabilizzare l’equilibrio di un luogo e del suo ecosistema.

Convertire il nostro modo di produrre, di pescare, di coltivare, di mangiare per limitare l’impatto che l’inquinamento e il degrado ambientale possono avere sulle altre specie viventi è l’obiettivo ultimo. In mezzo c’è la presa di coscienza che la perdita di biodiversità non riguarda solo i san Francesco del XXI secolo, ma ciascuno di noi.

Come convertire il nostro modo di guardare, pensare e vivere da un’ottica predatoria a una di condivisione e cura con qualunque essere vivente? Come prestare attenzione e sostenere quelle comunità locali danneggiate irreparabilmente dalla perdita di biodiversità?

Ben venga la Giornata della Terra 2019, se non metteremo a tacere queste domande!

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