Suor Daniela Tognoni | I domenica di Avvento, Rito Ambrosiano
Entriamo in Avvento accompagnati da un Discorso di San Bernardo:
Conosciamo una triplice venuta del Signore. […] Nella prima il Verbo fu visto sulla terra e si intrattenne con gli uomini. […]. Nell’ultima venuta “ogni uomo vedrà la salvezza di Dio” […]. Nella prima venuta dunque egli venne nella debolezza della carne,[…] nell’ultima verrà nella maestà della gloria. [La] venuta intermedia è, per così dire, una via che unisce la prima all’ultima: nella prima Cristo fu nostra redenzione, nell’ultima si manifesterà come nostra vita, in questa è nostro riposo e nostra consolazione. (San Bernardo, Discorso 5 sull’Avvento)
Illuminato dall’insegnamento di San Bernardo l’Avvento assume tre significati: è preparazione alla celebrazione del Mistero dell’Incarnazione; è occasione per ravvivare la speranza nel ritorno del Signore alla fine dei tempi; è sollecitazione a immergersi nella verità della presenza di Cristo nel qui ed ora.
Il Vangelo proposto dalla Liturgia Ambrosiana per la prima domenica di Avvento ci aiuta a vivere tutti e tre questi significati.
Innanzitutto, con poche significative pennellate introduttive al dialogo, la pericope ci permette di fare memoria del Mistero dell’Incarnazione: in Gesù si rivela il volto e la voce di un Dio che si lascia avvicinare dagli uomini, si siede perché gli parlino, si lascia interrogare da loro, ne guida lo sguardo, ne orienta il pensiero. Gesù offre tempo e ascolto perché i discepoli possano condividere con lui l’inquietudine tipica dell’apocalittica giudaica, il fermento proprio dell’aspettativa escatologica del tempo e la frenesia nella ricerca di segni. Vivere l’Avvento come preparazione alla celebrazione del Mistero dell’Incarnazione significa chiedere la Grazia della conversione contemplando i tratti umanissimi del figlio di Dio e desiderando di conformarci sempre più a lui.
L’unica ragion d’essere della ripetitività del ciclo liturgico è quella di “rivoluzionarci” in profondità, di far crescere in noi la malleabilità di essere convertibili.
(F. Cassingena – Trévedy, La bellezza della liturgia)
Molteplici sono anche le sollecitazioni che il brano ci offre per ravvivare la speranza nella venuta gloriosa del Signore. Ne raccogliamo una in particolare: mentre i discepoli portano lo sguardo del Maestro sulla maestosità del tempio, egli li mette in guardia dicendo che non resterà pietra su pietra del segno per eccellenza della solidità. Ne deriva l’invito a coltivare il desiderio di ciò che è veramente eterno, di ciò che supera lo spazio e il tempo. Scriveva Simone Weil:
Dobbiamo tenere lo sguardo costantemente rivolto a Dio, senza muoverci mai. […] Ci illudiamo sovente di pensare a Dio, mentre in realtà amiamo delle creature che ci hanno parlato di lui o un certo ambiente sociale, o alcune abitudini, o la pace dell’anima, una qualsiasi sorgente di gioia sensibile, di speranza di conforto di consolazione. […] Bisogna invece aderire a quella parte del nostro io che reclama Dio, anche se è infinitamente piccola. (Simone Weil, L’amore di Dio).
Vivere l’Avvento nell’attesa della venuta gloriosa del Signore significa coltivare la consapevolezza della fragilità della nostra storia personale e di quella dell’umanità e ancorarsi all’Eterno.
Infine, raccogliamo indicazioni preziose per vivere l’oggi cogliendo i segni della presenza del Signore nella tensione tra già e non ancora, nel tempo in cui buon grano e zizzania crescono insieme, nella stagione in cui il chicco di frumento giace nella terra. Siamo esortati a non cadere negli inganni dei falsi profeti, a non lasciarci frastornare dalle guerre, a non farci sopraffare dalle calamità naturali. Tutto questo “deve avvenire”. Solo chi riconosce la voce di Dio e ne ascolta la Parola non cade nell’inganno delle false profezie. Solo chi vede la Sua mano che guida la storia non è disorientato dai conflitti e dalle catastrofi. Vivere l’Avvento come momento propizio per cogliere la presenza dell’Eterno nel tempo è concepirlo come
tempo della nostra umanizzazione e dell’autentica attesa. Ci occorrono avvicinamento e distanza, parola e silenzio, distacchi e innamoramento, sobrietà e passione. Fino a ricomporci nell’ascolto della Parola con la gratitudine di chi sa che è un tempo in cui Dio ci prepara, ci scruta, ci parla, ci sollecita a rischiare la familiarità con la sovrabbondanza della sua cura e sollecitudine. (F. Cecchetto, Testi inediti)



