IV Domenica di Avvento – Commento

Suor Giulia Calvino | IV domenica di Avvento, Rito Ambrosiano

Letture

 

A metà del cammino di Avvento la liturgia ambrosiana proclama la pagina dell’ingresso messianico di Gesù a Gerusalemme, che nel Rito romano invece si legge esclusivamente la Domenica delle Palme. È l’occasione per comprendere meglio quella che potremmo chiamare una delle varie epifanie (manifestazioni) del Signore. Se la più nota è quella del Tabor, nella luce della Trasfigurazione, e se tra poche settimane si rileggeranno quelle del bambino che viene mostrato ai sapienti dell’Oriente, i magi, e ai pastori, oggi Gesù si presenta al cuore del giudaismo del suo tempo, Gerusalemme.

Gesù è presentato in questa pagina anzitutto come un pellegrino, e lo si deduce dalla frase: «Benedetto colui che viene» che si trova nel Salmo 118 e che significa, anche nell’ebraico moderno, «Benvenuto». Per Marco è il modo di presentare il Messia che prende possesso della sua città, anche perché il Salmo veniva letto dai rabbini in relazione a Davide, l’antenato di Gesù, il re di Gerusalemme. Ma Gesù non è un monarca potente che occupa una città dopo averla assediata: è ritratto invece come un Messia umile. Nella legge militare del tempo, in caso di guerra, vigeva il diritto di appropriarsi di una cavalcatura e di non restituirla: Gesù si preoccupa di non compiere nemmeno la più piccola violenza e chiede insistentemente che quell’asina venga riportato al proprietario.

Scegliendo l’asina Gesù deliberatamente cancella interpretazioni dure a morire: il Messia non viene, come nelle parate dei grandi, su un destriero, non all’interno di cerimoniali imponenti, non esibendo forza, e, così facendo, indica la via ai suoi discepoli: la via della mitezza, della rinuncia consapevole a una forza che potrebbe schiacciare o limitare gli altri e che deve essere arginata per far loro spazio. “Viene mite”, seduto su un’asina, nessuna esibizione, viene con spontaneità; non viene a creare distanze o timori, ma a creare fraternità, festa e allegria. Entra senza mostrare insegne di forza, non incute paura, suscita festa, spensieratezza. E lo fa ancora oggi, come ha fatto allora. C’è da ringraziarlo a non finire perché è venuto così e che ancora oggi venga così, liberando l’uomo dal timore di un Dio severo e classificante.

È entrato così e, riflettendo sul brano, mi sono chiesta: ed io, come entro nella vita? Con irruenza e frettolosità o con passo lento, da buon “scopritore” delle novità che ogni giorno lo Spirito mi dona? Come controllore giudicante o con il cuore e lo sguardo carichi della forza della Misericordia e dell’amorevolezza?

Gesù entra su un’asina, per mostrarci che solo con umiltà, che è la consapevolezza dei desideri e delle fragilità che ci costituiscono, possiamo compiere grandi cose.
Mi ritrovo in quell’asina, vi ritrovo tutta l’umanità, che ha bisogno di essere sciolta da tanti vincoli inutili, dalle sovrastrutture che impediscono di entrare nella vita vera, nella dimensione di libertà e di pace del cuore, che unicamente la fiducia illimitata in Dio può donare

Quell’uomo di Nazareth entra in Gerusalemme: lascia le sue convinzioni, accetta il rischio di un nuovo incontro, mette in gioco tutto quello che è e tutto ciò che ha vissuto finora. 

Entrare per noi cosa può significare? Forse abitare la realtà così com’è, e portare in questa realtà uno stile nostro, proprio, lo stile di Gesù, lo stile del nostro carisma, che oggi è più che mai attuale, perché, se ben “vissuto”, è in grado di riattivare nei cuori e nelle azioni la capacità di solidarietà, di fraternità, di far lievitare la speranza lì dove sta dilagando l’opacità.