Suor Chiara Dieni | V domenica di Avvento, Rito Ambrosiano
Il brano di questa Quinta domenica di Avvento si trova “incastonato”, come una gemma, nel Prologo del Vangelo di Giovanni, nel quale l’evangelista, dopo aver presentato il Verbo, la Parola che “era presso Dio e che è vita e luce degli uomini”, ci parla di Giovanni il Precursore, di colui che viene come lampada a preparare la strada alla Luce, a Cristo, Luce del mondo. Questo ‘mandare avanti Giovanni’ rivela chiaramente lo stile di Dio che, conoscendo la lentezza e gli ostacoli degli uomini a credere, invia testimoni, prepara la strada, ammorbidisce il terreno.
L’evangelista, prima di tutto, apre una finestra sul senso profondo della missione di Giovanni, sottolineando che egli “venne come testimone”: la sua identità è interamente definita dal rimandare a un Altro. Giovanni non trattiene nulla per sé, non pretende di essere la luce. Accetta di essere voce, segno, trasparenza. Giovanni è testimone della Luce, perché non frappone nulla tra sé e il Signore. È così libero e decentrato da sé, che non vive per se stesso e tutto ciò che fa è in funzione di un Altro, perché chi lo ascolta possa rivolgere il suo cuore a Cristo e credere in lui.
Che bella questa scuola di umiltà: la grandezza non nasce dall’essere al centro, ma dal rivelare, con la propria vita, la presenza di Dio nella storia!
Il cuore del brano si concentra sulla relazione tra Giovanni e Cristo: “Colui che viene dopo di me è avanti a me, perché era prima di me”. L’affermazione racchiude il paradosso cristiano: Gesù, pur venendo cronologicamente dopo Giovanni, lo precede, perché è il Logos eterno, la Parola preesistente, che dà senso al tempo e alla storia. In queste parole traspare tutta la meraviglia del Battista davanti a una Presenza che lo supera, e, insieme, la gioia di preparare la strada a un Compimento già all’opera nel mondo. Giovanni indica così il cammino della fede: riconoscere in Cristo non solo un maestro, ma il principio e il fine dell’esistenza.
L’evangelista prosegue affermando che “dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia”. Questa espressione sottolinea la sovrabbondanza e la gratuità del dono di Dio, una grazia che non si esaurisce e che continuamente rinnova chi la accoglie. Una luce che non lascia zone d’ombra, una pienezza che si riversa su ciascun uomo, indipendentemente dalle sue capacità o meriti. La rivelazione di Dio in Gesù non è dunque limitata a pochi eletti: è universale, capace di toccare ogni esistenza, con la forza della misericordia e dell’amore. La Legge data per mezzo di Mosè non è rinnegata, ma compiuta nella persona di Gesù Cristo, nel quale grazia e verità diventano accessibili e tangibili. Non si tratta più di osservare un insieme di precetti, ma di entrare in relazione con una Presenza viva, che illumina e trasforma.
Il brano si chiude con il rimando al mistero dell’Incarnazione: “Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito […] è lui che lo ha rivelato”. Qui il cielo scende sulla terra. Dio non resta lontano, non è un’idea. Si mostra in volto umano, in vita condivisa, in tocchi di tenerezza che parlano più delle parole. La luce si è fatta carne. È vicina, palpabile, tremante tra le nostre mani, … eppure infinita!
Il volto invisibile del Padre si rende visibile nel Figlio. In Cristo, Dio non rimane un mistero irraggiungibile. Si lascia incontrare nella storia, nella carne, nella relazione. È il grande annuncio del Vangelo di Giovanni: Dio si è fatto vicino! … Un bambino!
Lasciamoci stupire ancora una volta dal nostro Dio, che sceglie di farsi accanto all’uomo di ogni tempo. La Parola che era fin dal Principio, la Parola che era presso Dio, la Parola per mezzo della quale tutto è stato creato, la Parola che è vita e luce, la Parola che è Dio stesso: questa Parola ha bisogno di una Voce per essere annunciata, di una voce che le dia fiato e corpo; ha bisogno di un testimone: di Giovanni, e di ognuno di noi dopo di lui.



