– suor Rita Fallea –
24 gennaio 2026
San Francesco di Sales[1]
Inciampare in un Santo
È da poco cominciato un nuovo anno. Le vacanze sono ormai terminate da diverse settimane e con loro, probabilmente, anche una certa quiete: una cosa dietro l’altra e ci ritroviamo già quasi alla fine del mese! Infatti, tutto ha ripreso a scorrere – o a correre? – come se niente fosse, come in balia una costante accelerazione: più prestazioni, più impegni, più attività…
Forse non è per tutti così, ma è inutile negare che basta abbassare un attimo la guardia e ci ritroviamo travolti dal fare, da un attivismo che riempie il tempo e – può succedere – svuota il cuore.
Ed ecco che, quasi a metà tra l’Epifania e la festa di don Bosco, il nostro calendario ci fa inciampare nella festa di San Francesco di Sales: il 24 gennaio. E quest’anno cade pure di sabato! Possiamo quindi fermarci, respirare, bere un tè caldo o una cioccolata dolce, e ascoltare che cosa potrebbe mai dirci quest’uomo, vescovo di Ginevra, vissuto ormai più di 400 anni fa…
La dolcezza di vivere nell’amore di Dio
“Se ti domandano perché fai la comunione così spesso,
rispondi che è per imparare ad amare Dio”.
Filotea XXI
San Francesco di Sales desidera parlarci, ancora oggi, della vera devozione. Utilizzando questa espressione, che ci può apparire antica, egli ci porta però alle sorgenti di una vita piena, di un’esistenza semplice e lieta, poiché ancorata in profondità all’amore di Dio.
Infatti, per San Francesco devozione è la carità giunta a un tale livello di intensità e perfezione da dare la forza di agire bene e di operare il bene con cura, spesso, con prontezza e affetto. Questo rende il nostro animo lieto e contento. Devozione, potremmo dire, è la carità viva e operosa che si manifesta esternamente, tanto più che è radicata internamente nel cuore dell’uomo.
La cosa interessante è che San Francesco di Sales intende offrire i suoi insegnamenti alle persone normali, a tutti noi: “a quelli che vivono nelle città, in famiglia […], e che, in forza del loro stato, sono costretti, dalle conveniente sociali, a vivere in mezzo agli altri”[2]. Egli si rivolge proprio a chi, come noi[3], è costantemente impegnato, attivo, ma, allo stesso tempo, avverte nel cuore il desiderio di trovare uno spazio di quiete, di riposo, a chi cerca ancora oggi quello spazio interiore abitato da Dio.
Un suggerimento che il Santo Vescovo di Ginevra ci rivolge è quello di elevare di tanto in tanto il pensiero a Dio, anche mentre siamo impegnati nelle occupazioni, oppure nelle piccole pause o addirittura in quelle conversazioni che magari stiamo ascoltando distrattamente: “Ricordati sempre, Filotea, di raccoglierti spesso nella solitudine del tuo cuore, mentre materialmente ti trovi coinvolta nelle conversazioni e negli affari […]. Abitualmente le conversazioni non sono così impegnative che non si possa, ogni tanto, sottrarre il cuore per condurlo in quella solitudine divina”[4].
Questa abitudine non sottrae tempo alle incombenze che dobbiamo portare avanti, ma offre un orizzonte di senso, un respiro, una nuova motivazione a continuare sulla via intrapresa, oppure l’intuizione e il coraggio per cambiare strada.
Il cuore di Gesù si commuove quando vede che un anima si mantiene a lui vicino, anche nelle cose più piccole e quotidiane: “San Francesco di Sales […] diceva, nelle cose più semplici e ordinarie rubiamo il cuore al Signore: «Sarà contento di noi solo se avremo cura di servirlo bene nelle cose importanti e di rilievo come nelle piccole e insignificanti; sia con le une che con le altre, possiamo rapirgli il cuore […]. I piccoli gesti quotidiani di carità, un mal di testa, un mal di denti, un lieve malessere, una stranezza del marito o della moglie, un vaso rotto, un dispetto, una smorfia, la perdita di un guanto, di un anello, di un fazzoletto; quel piccolo sforzo per andare a letto presto la sera e alzarsi al mattino di buon’ora per pregare, per fare la comunione…»”[5].
Tutto ciò che viviamo con il Signore, davanti a lui e per lui, porta una soave consolazione del cuore che ci conduce docilmente verso una via semplice di santità: vivere abitualmente alla sua presenza.
Questa pratica di rimanere davanti a lui, alla sua presenza, porta frutto: “tutti diventano più cordiali e simpatici […]: la cura per la famiglia diventa serena, più sincero l’amore tra moglie e marito, più fedele il servizio […] e tutte le occupazioni più dolci e piacevoli”[6].
Piccole attenzioni, piccoli atteggiamenti del cuore che diventano gesti concreti, i quali allenano in noi una carità operosa e costante. Una carità concreta, che accompagna le nostre giornate, che ci aiuta a permeare di amore tutto ciò che facciamo, attingendo sempre nuova forza dall’amore tenero e forte del cuore di Cristo:
“In definitiva, la chiave della nostra risposta all’amore del Cuore di Cristo è l’amore per il prossimo: un amore stabile, costante, immutabile, che, non soffermandosi sulle inezie, né sulle qualità o sulle condizioni delle persone, non è soggetto a cambiamenti o ad antipatie. […] Nostro Signore ci ama senza interruzione, sopporta i nostri difetti come le nostre imperfezioni; dobbiamo quindi fare lo stesso nei confronti dei nostri fratelli, senza mai stancarci di sopportarli” [7].
[1] Note biografiche su San Francesco di Sales
Francesco nasce il 21 agosto 1567 nel castello di Sales, nell’Alta Savoia. Dalla famiglia riceve un’educazione cavalleresca. Studia nel collegio dei Cappuccini ad Annecy e, in seguito, a Parigi nel collegio dei Gesuiti (studi classici) e infine a Padova (studi giuridici).
Nel periodo degli studi parigini vive una profonda crisi spirituale relativa a idee circolanti sulla predestinazione. Francesco supera questa difficoltà abbandonandosi all’amore di Dio e all’intercessione della Vergine. Tornato ad Annecy, Francesco accoglie la vocazione ecclesiastica e viene ordinato sacerdote il 18 dicembre 1596, all’età di ventisei anni.
La sua opera pastorale è vastissima. Dapprima prevosto della Cattedrale, poi vescovo di Ginevra, si adopera con zelo per riconquistare la città, caduta in mano ai calvinisti, alla fede cattolica. La sua linea d’azione è decisamente la carità: “La carità sincere può tutto, vince su tutto”. Pastore delle anime con cuore grande e generoso, si occupa di donare al popolo una via accessibile alla santità cristiana. Conosce Giovanna di Chantal e fonda l’ordine delle Figlie della Visitazione, una forma di vita religiosa caratterizzata dalla semplicità, dalla preghiera, dalla cura ai malati (almeno nell’intenzione originaria di Francesco).
Francesco muore il 28 dicembre 1622 a Lione. Il suo corpo viene portato ad Annecy il 29 gennaio 1623 e sepolto nella chiesa del primo monastero della Visitazione. Subito inizia il processo di canonizzazione: è dichiarato santo nel 1665. È per don Bosco e per tutta la famiglia salesiana patrono e modello di dolcezza, virtù e santità.
[2] Filotea, Prefazione
[3] “Rivolgo le mie parole a Filotea. Uso il nome comune a tutte le anime: Filotea infatti vuol dire desiderosa o amante di Dio”. Filotea, Prefazione
[4] Filotea, cap. XII
[5] Dilexit nos, Lettera enciclica di Papa Francesco, n.178
[6] Filotea, cap. III
[7] Dilexit nos, Lettera enciclica di Papa Francesco, n.178



