Suor Chiara Balestrieri | I Domenica di Quaresima, Rito Romano
Il Vangelo della prima domenica di Quaresima ci porta lontano dalla folla che al Giordano andava a farsi battezzare, lontano dalla rivelazione grandiosa della presenza di Dio che, squarciando i cieli, aveva detto: “Questi è il Figlio mio, l’amato, in lui ho posto il mio compiacimento (Mt 3,17)”. Ora solo solitudine, deserto e fame, eppure, in questa desolazione, c’è un particolare che colpisce: è lo Spirito che conduce nel deserto.
Oggi inizia anche per noi un tempo forte, il tempo di Quaresima, che non è un tempo di autoflagellazione, di ascesi fine a sé stessa, di narcisistico digiuno, ma è un tempo benedetto perché abitato dalla compagnia dello Spirito. Il tempo del deserto è allora, per noi come per Gesù, l’occasione di un tempo di Dio, un tempo per Dio, un tempo con Dio.
Il deserto ha molteplici significati all’interno della Bibbia. Gli israeliti prostrati dalla fame sperimentano la presenza paziente e fedele di Dio che, nonostante la loro infedeltà, manda la manna dal cielo e fa salire le quaglie dall’accampamento. Il popolo d’Israele resterà per quarant’anni nel deserto prima di entrare nella terra promessa. Quarant’anni è il tempo di una generazione, moriranno infatti i padri nel deserto e solo i loro figli oltrepasseranno il Giordano per raggiungere la terra dove scorrono latte e miele. Il deserto rimanda quindi a un rinnovamento, alla necessità di convertirsi, un richiamo per il popolo a rinnamorarsi del suo Dio.
Il deserto, infatti, non è solo il luogo della solitudine e del dolore, ma anche la terra dell’amore. Il profeta Osea scrive, mettendo in bocca al Signore le parole di uno sposo appassionato per la sua sposa: “Io la sedurrò, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore. […]Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nell’amore e nella benevolenza, ti farò mia sposa nella fedeltà e tu conoscerai il Signore”(Os 2, 16. 21-22).
Il deserto è, infine, il contesto adatto per la ricerca dell’essenziale. La terra vuota invita a spingere lo sguardo inevitabilmente verso l’alto. Facendo esperienza della propria piccolezza e del proprio limite l’uomo può davvero lasciarsi abbracciare da Dio, abbandonarsi alle sue mani e fare esperienza di quell’incolmabile nostalgia del Cielo che è poi la firma del Padre stesso sulla sua creatura. Il senso del digiuno è proprio quello di farci sperimentare nel corpo la fame fisica che diventa per noi richiamo a una fame di gran lunga più essenziale: la fame di Dio, della sua Parola e del suo Pane di Vita.
Donaci allora, Signore, il coraggio di entrare ancora nella logica di queste sabbie che è logica di alleanza (don Tonino Bello) perché qui, nel deserto, non si vede nulla. Non si sente nulla. E tuttavia qualche cosa risplende nel silenzio (Antoine de Saint-Exupéry).



