Riportiamo la riflessione del mese dal Quaderno di lavoro “Alzati e vai. Saldi nella fede.”

 

Il mese di marzo accompagna la riflessione sulla comunità da una lettera di don Quadrio. Spesso la parola comunità viene utilizzata senza avere ben chiaro di cosa si sta parlano, o meglio quali sono le esigenze per costruire comunità e quali i benefici di abitare la comunità. A ciascuno il compito, in questo tempo di preparazione alla Pasqua, di impegnarsi nel fare comunità più che parlarne.

 

Testo di riflessione: Quadrio – Lettera 27 settembre 1960

 

Caro L.
grazie dei saluti.
Ricambio. Prego.

Non ha bisogno dei miei consigli. Però mi permetta di ricordare a me e a lei qualcuna delle solite vecchie verità. In segno di fraterna solidarietà. Assuma la sua carica come una missione affidatale da Cristo e dalla sua Chiesa. Per i suoi ragazzi Lei rappresenta ed è Cristo e la Chiesa. Ami il suo lavoro.

Scopo della sua missione è di edificare la Chiesa nella casa di A. cioè fare dei suoi ragazzi e confratelli una Comunità di fede, di amore, di gioia, una Comunione di Santi tra voi e con lui. La Comunione si fa con la Messa. Sia sua aspirazione portare la sua Casa a «sentire» e vivere la Messa La strada è lunga e difficile; ma non c’è altro mezzo per fare la Chiesa. Ogni giorno un passo, instancabilmente. Messa è comunione nell’Amore. Diffonda carità. Non mormori mai. Non litighi mai. Cerchi l’accordo con superiori e confratelli. Avvicini con coraggio, specialmente gli scontenti e sofferenti. Ascolti sempre: con pazienza, con comprensione, ma senza connivenza. La malattia e il dolore sono una porta aperta per entrare in un’anima, Abbia con ciascuno relazioni personali. Si informi, si interessi direttamente e discretamente. Sia custode gelosissimo dei segreti.

Non tradisca mai la confidenza. Se il bene comune esige una rivelazione, si intenda prima con l’interessato. Per quanto è possibile corregga direttamente, personalmente, e non per interposta persona. Parli poco. Ascolti volentieri.

Dia importanza a tutti. Mostri fiducia. Si consigli con l’autorità. Non sia fanatico, se non di Cristo. Non attenda ricambio. Sia magnanimo di fronte alla ingratitudine. Tutti sentano che lei dona, non vende. Disinteressatamente. Non si meravigli però di sentirsi talvolta ferito. Sappia nasconderlo e mostrarsi superiore. Dimentichi il bene fatto e il male ricevuto. Sappia sorridere di sè con serena «ironia».

Suo primo dovere è pregare. Il resto viene dopo. Ogni suo gesto, parola, intervento, lavoro, deve essere sacro e sacerdotale, e come tale, deve apparire a tutti, in privato e in pubblico. È sempre in servizio. Sempre Prete. Anche per i suoi Confratelli. Anche piantando chiodi o scherzando in cortile.

Allo spirito salesiano (e prima ancora allo spirito evangelico) appartiene la «ragionevolezza» che vuol dire, tra l’altro, non imporre se non ciò che è ragionevole, imporlo in modo ragionevole, cioè ragionando e persuadendo. Questo vale soprattutto per le pratiche religiose. Nulla è più irriverente per Dio, più contrario al Vangelo, più controproducente pedagogicamente, che costringerli a fare ciò che non comprendono, non vogliono, non amano. L’importante non è che i ragazzi dicano il Rosario, ma che la loro recita del Rosario sia una preghiera. Prima far capire e poi far fare. Si può essere contro lo spirito salesiano, anche osservando tutte le prescrizioni. Non sia formalista.

Basta. Perdoni la filastrocca inutile perché già praticata e risaputa. Un’ultima cosa importantissima: sappia scaricarsi, distendersi, respirare, dormire a sufficienza, mangiare con tranquillità.

Non se la prenda. Rida. Sia allegro e ottimista!

Aff.mo
G. Quadrio