Rogue one

Rogue one

Tanto tempo fa, in una galassia lontana, lontana…

Jyn Erso è la figlia di Galen Erso, un ingegnere scientifico ribelle, costretto dall’Impero alla costruzione di un’arma di distruzione di massa nota come la Morte Nera. Jyn ha cercato per quindici anni di dimenticare il padre, dandolo per morto, finché un pilota disertore non le ha consegnato un messaggio urgente segreto, proveniente da Galen stesso. Insieme al capitano Cassian Andor e al suo droide imperiale riprogrammato dai ribelli, la ragazza parte allora alla ricerca del genitore e di uno spiraglio per fermare i piani apocalittici del malvagio imperatore.

Dopo “Il risveglio della forza”, molti faticavano a capire dove collocare questo capitolo indipendente e originale. Per gli appassionati di Star Wars come me, questa storia è collocata tra il capitolo terzo (La vendetta dei Sith – 2005) e il quarto capitolo (Una nuova speranza – 1977). In questo capitolo molte sono le esperienze che si susseguono: famiglia, onore, redenzione, ribellione. Ma la più importante, oserei dire fondamentale, tra queste è una sola, la speranza. Già perché è proprio su questo semplice e ancestrale concetto che ruota tutto il film.

La speranza è la Forza che tiene insieme l’universo.

Tutti, dai ribelli agli imperiali sperano: gli uni che l’imperatore sparisca dalle galassie conosciute e gli altri che la ribellione si plachi per dare spazio a un nuovo dominio del Lato Oscuro.
La cosa sensazionale, a mio parere, è che le due speranze non sono vuote, ma possiedono un nome e un cognome, una storia.

La speranza per i ribelli è impersonata da Jyn Erson, una giovane ragazza senza padre ne madre, cresciuta da un ribelle estremista e abituata a combattere.
Una ragazza semplice che, inizialmente, sembra non avere uno scopo per vivere (cosa che gli verrà offerta dal suo strano e variegato gruppo di amici).
La speranza per gli imperiali a un nome meno aggraziato, ovvero la Morte Nera: un satellite distruggi pianeta che darà un sacco di filo da torcere ai ribelli del quarto capitolo.

Però… e qui scusatemi l’ennesima volta ma devo fare un piccolo spoiler (che a dire il vero non lo è per i fan di Star Wars): la Morte Nera, speranza dell’impero, diventa anche la speranza dei ribelli. Galen Erso, padre di Jyn Erso, è l’architetto e costruttore di questa macchina mortale: durante la costruzione comprendendo le reali intenzioni malvagie dell’imperatore decide di abbandonare questo suo progetto ritirandosi in uno sperduto pianeta lontano dai suoi vecchi datori di lavoro. La sua “latitanza” però ha vita breve e rintracciato dagli imperiali è costretto ad ultimare il suo mortale lavoro. Dentro di lui, però, si cela la voglia di ribellione e decide di nascondere un Cavallo di Troia all’interno della Morte Nera capace di distruggerla per sempre (un condotto di scarico legato al nucleo centrale).
In sostanza, quello che dovrebbe far fare “Boom” alla ribellione, farà fare “Boom” all’impero.

Comunque tutto questo discorso vuole portarci ad una semplice conclusione: la speranza che abita nella vita di ciascun uomo lo renderà speranza per l’uomo stesso.

Questo concetto risuona come un augurio. Molti ricercano la speranza per tante cose e non sanno dove trovarla quando basterebbe guardare dentro il proprio cuore per scoprire che ciò che cerchi in galassie lontane è più vicine di quanto tu creda. Sperare non è l’arte degli sciocchi che non hanno nulla da fare, sperare è l’esercizio di umiltà e amore più grande che ci sia: chi spera non solo è capace di vivere in serenità nonostante le prove che la vita pone, ma riesce anche a superare queste prove e a trasmettere agli altri il bello e buono che ha dentro.

Se si profila “una nuova speranza” è tutto merito di “Rogue one” (il primo ribelle).

Mrs. Peregrine e la casa dei bambini speciali

Mrs. Peregrine e la casa dei bambini speciali

Ciò che è diverso è speciale… basta sapere guardare!

Jacob ha sedici anni, una madre distratta e un padre pragmatico. Timido e impacciato è cresciuto col nonno, Abraham Portman, sfuggito alle persecuzioni naziste e riparato in un orfanotrofio diretto da Miss Peregrine. Di quell’infanzia, spesa in un’isola a largo del Galles, Abraham racconta meraviglie incantando Jacob e cogliendone la natura peculiare. Perché Jacob, proprio come suo nonno, è un ragazzino speciale che scoprirà la sua vocazione in circostanze drammatiche. Alla morte del nonno, ucciso dal suo peggiore incubo, Jacob decide di lasciare la Florida per il Galles, alla ricerca di qualcosa che possa spiegare le sue ultime volontà. Spiaggiato sull’isola, scopre molto presto che Miss Peregrine non era un’invenzione di una mente senile ma una giovane donna che accudisce ragazzi con doni speciali. Doni che mostri avidi e voraci vorrebbero possedere. Protetti da un loop temporale, Jacob e compagni risponderanno alla minaccia.

L’ultima opera di Tim Burton, c’è da dire, è semplice ma davvero interessante. Sviluppa una tematica che credo essere molto discussa e presa in considerazione, soprattutto oggi: la tematica del diverso. Tra telegiornali, quotidiani, discorsi politici e religiosi, questo argomento tocca tutto e tutti. Il diverso c’è ed è inutile negare il contrario, esiste e non possiamo fare come se non ci fosse. Diverse sono le persone che vengono da altri continenti o altre regioni, diverse sono le persone che credono in qualcosa (o qualcuno) a cui nemmeno si pensa, diverse sono anche quelle persone che condividono con me una storia e una quotidianità. Tutti siamo diversi gli uni dagli altri. E allora, se tutti siamo diversi a nostro modo, perché ci fa tanto paura la diversità? Burton, nel suo film mostra il perché, ma non solo, ci mostra anche come vivere e condividere con chi e con ciò che mi è diverso, oserei dire “alieno” (= estraneo, sconosciuto).

Perché il diverso, a volte spaventa? Perché semplicemente non lo si conosce.

Il nostro protagonista, Jacob, non sembra essere toccato dalla logica comune, che anche la sua famiglia condivide, che è quella del “lascia perdere… sono solo storielle, non è vero nulla!”. Il padre cerca di convincerlo (mandandolo addirittura da una psicologa) che il diverso non esiste, che è frutto di sogni o fantasie di un vecchio nonno pazzo. Questo è un modo comune per eliminare la questione: esiste solo quello che conosco e che so io, se c’è altro o non è vero o non mi interessa. Ma fortunatamente Jacob non è come suo padre, ma è come suo nonno e quindi spinto da una forza interiore a ricercare, a capire, a conoscere e anche ad accettare ciò che gli altri rifiutano di credere. Molte volte si usa questa modalità anche per le persone: faccio finta di non vederle, quasi non esistessero e non esistesse la diversità e cercando di omologarle a me e al mio modo di pensare e vedere la realtà. Ma non è così semplice…

E allora? Come convivere con il diverso da me?
Sempre il nostro giovane eroe/protagonista ci mostra il segreto. Bisogna imparare a fare due cose: guardare e accettare. Guarda chi ti sta intorno, guarda chi è diverso da te e non disprezzarlo, ma accettalo, custodiscilo e se necessario proteggilo rischiando te stesso per lui.

Questa non è altro che la logica evangelica del “dare la propria vita…”. Jacob da la sua stessa vita per i bambini speciali (attenzione… non diversi) e rischia molto, anzi rischia tutto. C’è comunque un però: nonostante Jacob rischi tutto e sembri perdere ogni cosa, non è così.

Nel film, come nella vita, chi è capace di donarsi totalmente, senza ricercare un tornaconto, non perde nulla, ma acquista tutto… e Jecob ce lo mostrerà e dimostrerà molto bene!

Penso che sia proprio un bel film, dove gli effetti speciali non tolgono nulla al racconto gotico in stile Burton, anzi lo arricchiscono e lo rendono gradevole e avvincente. La morale c’è, anche se apparentemente velata, e il titolo ne è la prova: ciò che è diverso è speciale.
Ma anche noi siamo diversi, come dicevo all’inizio, gli uni dagli altri, quindi anche noi siamo speciali.

E quindi? E quindi guardatevi il film e ispiratevi a Jacob, un ragazzo apparentemente normale, ma speciale, molto speciale.

Non c’è più religione

Non c’è più religione

Una commedia sicuramente originale (fin troppo), ma con tanti se e tanti ma…

Nel paesino di Portobuio non nascono più figli, ed è un problema soprattutto quando bisogna allestire il presepe vivente di Natale. Il sindaco Cecco – nato a Portobuio, emigrato nell’hinterland milanese (per giustificare l’accento lombardo di Claudio Bisio che lo interpreta), e poi tornato nei luoghi dell’infanzia – si fa carico di trovare un infante cui affidare il ruolo del Bambin Gesù, e non trova di meglio che rivolgersi alla comunità islamica che convive con una certa difficoltà con gli abitanti storici del paese. A capo della comunità islamica c’è Marietto detto Bilal, amico d’infanzia di Cecco convertito alla fede musulmana per amore della bella moglie Aida. Chiude il cerchio, o per meglio dire il triangolo, suor Marta, amica d’infanzia di Cecco e Bilal, poi diventata monaca, levatrice disoccupata e ristoratrice.

La trama ricorda molto quella di “Benvenuti al Sud”: un Bisio che da Cusano Milanino si ritrova sindaco pugliese, una stereotipizzazione dei costumi e dell’immagine (in questo caso di islamici), un’impresa improbabile e scontata (un presepe), un lieto fine fiabesco e confuso. Anche se lo ricorda, difficilmente raggiunge il livello del sopracitato “Benvenuti al Sud” dove la sceneggiatura era ben strutturata e con molta più credibilità, infatti “Non c’è più religione” abbandona non solo ogni realismo ma anche ogni congruenza logica, facendo approdare a Portobuio animali esotici e immigrati orientali apparentemente piovuti dallo spazio.

Anche se questa moderna fiaba natalizia non sia un gran film in termini strettamente cinematografici, racchiude dentro di se un senso che, a parer mio, è molto interessante. Credo che sia importante focalizzarsi sulla vicenda di questi tre amici che, dopo anni di lontananza e di scelte di vita differenti (una suora, un politico e un imam) si ritrovano per perseguire un interesse comune: la rappresentazione di un presepe. La relazione che unisce suor Marta, Cecco e Marietto/Bilal è sicuramente interessante.

Da qui spoilero un pochettino, ma per comprendere meglio la vicenda… assicuro che non toglierei nulla al film, comunque.

Tre amici, due dei quali innamorati da adolescenti della stessa ragazza e che ora hanno fatto diverse scelte di vita. Un’amicizia che sembrava apperentemente finita e lontana, nascosta da relazioni politico/religiose obbligatorie e, in certi casi, faticose se non contrastanti.
Il Natale, o meglio il presepe, chiede loro di rimettersi insieme per riformare la storica “banda dei re magi”. Emerge quindi un’idea particolare di amicizia: un’amicizia che, nonostante il tradimento e l’abbandono, non muore mai poiché vera e profonda; un’amicizia che né politica, né religione può ostacolare o frenare. Purtroppo però il film dedica poco spazio nell’approfondire questo tema delle relazioni tra i tre protagonisti, lasciandosi trasportare in una trama scontata, banale, stereotipata e imporbabile, cosa che, a parer mio, toglie un po’ di realismo e un pizzico di comicità in più (le scene più divertenti sono quelle dove sono presenti tutti e tre), ma soprattutto avrebbe potuto dare un po’ più di senso e struttura al film stesso.

Di un’Italia dove non si fanno più figli, dove la gente è sempre più vecchia, dove gli immigrati aumentano, dove “non c’è più religione”, dove i politici t’imbrogliano sempre, dove anche la chiesa si omologa per “non urtare la sensibilità di qualcuno”, di questa idea d’Italia abbiamo pieni i Social. Forse un film non dovrebbe portare avanti la cultura “social”, ma la sua cultura cinematografica, capace di abbattere barriere e non di confermarle, capace di far sognare lo spettatore e non imboccarlo della solita minestra, capace di mostrare come alla base del vivere ci siano le relazioni e non gli stereotipi.

Comunque: anche se non credo sia un “filmone”, lo consiglio perché approfondire l’idea di amicizia a partire dalla vicenda Bisio/Finocchiaro/Gassmann è cosa interessante, e poi dopotutto è una commedia e le risate non mancano… ricordiamoci solo che oltre a ridere/sorridere per le vicende, riflettiamoci su e chiediamoci: è davvero così?

Animali fantastici e dove trovarli

Animali fantastici e dove trovarli

Quando Yates incontra Rowling il risultato è garantito… non sarà un Kolossal, ma il film merita tutti i soldi per il biglietto.

Animali fantastici e dove trovarli non è il Pokemon Go dei maghi, ma un viaggio emozionante dentro l’universo creato dalla Rowling prima e dopo Harry Potter.

Il giovane magizoologo Newt Scamander arriva a New York dall’Inghilterra con una valigia piena delle creature fantastiche che ha raccolto e salvato in molti anni di viaggi e ricerche. Senza volere, scambia però il prezioso carico con quello di Jacob Kowalski, pasticcere e No-Mag (è il nome americano dei Babbani), il quale libera inavvertitamente le creature, violando lo Statuto di Segretezza e mettendo Newt nei guai. È il 1926 e il Paese è in grande subbuglio: l’oscuro Gellert Grindewalt è introvabile, qualcosa di misterioso semina caos e distruzione per le strade della città e i fondamentalisti della caccia alle streghe sono sempre più infervorati. Il mondo magico e quello dei No-Mag sono pericolosamente vicini ad entrare in guerra.

Sicuramente la storia che non ha nulla a che vedere con il maghetto più famoso, mantiene comunque il suo fascino e la carica magica. Non ci sono i personaggi che per otto anni e più abbiamo imparato ad amare e odiare, non ci sono più i grandi atri goticheggianti della stupenda Hogwarts e le caccie al tesoro nel castello di notte attraverso passaggi segreti protetti da cani a tre teste o Dorso rugosi di Norvegia (draghi per i profani). Siamo nella Grande Mela, dopo un conflitto mondiale, negli anni della sua ripresa e prima di un crollo storico della Borsa, precisamente nel 1926. Ma… che ci facciamo qui? Semplice, siamo a caccia di creature magiche.

Una battuta concedetemela: mi chiedo ormai da un po’, come sia possibile che tutti i disastri più apocalittici avvengano sempre a New York e sempre, quasi a farlo apposta, sulla stessa strada (mostri magici che devastano – Animali fantastici – , Tsunami che distruggono – The day after tomorrow -, Ghitauri che cercano di invadere la terra – Avengers…). A parte questo e pensando alla povera New York, possiamo dire che il luogo e la storia creano un’atmosfera non poco suggestiva e densa di emozione.

Ma il vero bello che esce da questo film non è dato solo da draghi, snasi, stecchi e altri animali fantastici, ma anche da un concetto caro alla Rowling, e anche a noi: quello dell’amicizia. Potremmo vedere questo semplice ed elementare concetto in tre livelli: l’amicizia tra Newt e le sue fantastiche creature, tra Jacob e Newt e infine tra Graves e Credence.

Non vorrei anticiparvi nulla (e cercherò di non farlo ovviamente), però questi tre legami sono davvero molto forti e oserei dire fondamentali anche per la narrazione del film.

Il rapporto di amicizia che lega Newt ai suoi simpatici animaletti è qualcosa, scusate se lo dico così, di magico: il nostro magizoologo riesce a instaurare con tutte le creature anche con quelle che sembrano le più temibili, un rapporto profondo di affetto. Il suo obiettivo è quello di dimostrare al mondo magico che questi animali non vanno temuti o cacciati, ma possono essere dei veri amici e temibili alleati. Questo concetto di amicizia, umanamente parlando, aiuta a superare la paura per il diverso dimostrando che ciò che non conosciamo non va temuto o distrutto, ma accolto, amato e compreso.

C’è poi il rapporto umano di amicizia tra due perfetti sconosciuti quali Jacob e Newt. Le loro strade si uniscono per uno sfortunato e bizzarro incidente e in una sociatà, come quella descritta, dove No-Mag e Maghi non possono stringere nessun tipo di rapporto, questa relazione che nasce ha dell’incredibile. Qui, invece, troviamo un concetto di amicizia che supera qualsiasi muro che la società mette, un’amicizia senza limiti e barriere, dove il pregiudizio lascia spazio alla libertà e all’accoglienza.

Infine tra Graves e Credence emerge un’amicizia negativa, dove a farla da padrona sono l’inganno e l’opportunismo: questa sarà non solo la più debole, ma anche quella più devastante. L’amicizia che si sviluppa solo per un profitto o per raggiungere uno scopo “obscuro”, non porta da nessuna parte, anzi da qualche parte porta, alla morte. Troppo spesso leggiamo dalle pagine di cronaca come amicizie sbagliate, nate dall’imbroglio, dalla prepotenza o addirittura dalla paura, non facciano vivere ma morire.

Quindi in un’opera così semplice emerge un concetto altrettanto semplice che troppo spesso dimentichiamo, o meglio, vogliamo dimenticare. Ma il film ci mostra come si può essere amici di chi fa anche paura a molti (perché non conoscono), si può essere amici se siamo capaci di abbattere le barriere che noi stessi costruiamo e che l’amicizia è un sentimento semplice, ma molto forte il cui tradimento rende gli uomini imprevedibili… scegliere bene le proprie amicizie, ma soprattutto viverle bene potrebbe essere un consiglio tanto obsoleto e ridondante, quanto vero e “salva-vita”.

Doctor Strange

Doctor Strange

Stephen Strange è un neurochirurgo dal talento straordinario e dall’ego smisurato. Incapace di accontentarsi di salvare delle singole vite, ambisce a qualcosa che vada oltre e che rivoluzioni la medicina conosciuta. Dopo un grave incidente d’auto perde l’uso delle terminazioni nervose delle mani e quindi la possibilità di intraprendere il proprio lavoro. Strange non accetta la sua nuova condizione e si spinge fino in Nepal in cerca di una cura misteriosa.
A Katmandu scoprirà dei segreti che vanno ben oltre quelli spiegabili con la sola scienza.

Meglio non aggiungere altro, potrei rovinarvi il finale e il susseguirsi di eventi da cardiopalma che da qui in poi vengono messi in scena.

Credo che, tra tutti i film dell’universo Marvel, questo sia inevitabilmente quello più Strano: di solito quelli con super poteri sono alieni, come Asgardiani o Ghitauriani, e la crem della crem degli Avengers è composta da supersoldati che la scienza ha reso tali, basti pensare a un Ironman, a un Capitan America, o che l’addestramento S.H.I.E.L.D. ha plasmato. Pensare dunque a un dottore che impossibilitato nell’operare scientificamente diventa una sorta di monaco Shaolin, mago e affiliato a una qualche dottrina e religione New Age, sembra proprio Strano. Lo so, è divertente il gioco di parole tra il cognome e la stranezza del film, ma è così: il film sembra proprio strano.

Però, indipendentemente dalla storia di un altro vendicatore, ha il suo perché che è possibile ritrovare nel senso che la storia ci propone. Questo film ci racconta di un cammino di rinascita di un dottore molto famoso e pieno di sé, consapevole non solo della sua grandezza, ma anche dell’abilità, che mette ogni singolo respiro della sua vita dentro al lavoro e agli strumenti di lavoro: le mani. Ed è proprio quando un incidente in macchina lo priva delle sue preziose mani che incomincia il cammino. Questo percorso, inizialmente, ha un unico scopo che è quello di ritornare a ciò che era. Così Stephen percorre molte strade per raggiungere il Nepal e per tornare a com’era prima, ma ben presto si accorgerà che questo cammino è per ritrovare se stesso e per mettersi al servizio di un bene più grande.

Questa parabola umana potrebbe essere anche la nostra: troppo concentrati sui risultati e sui riconoscimenti, potremmo perderci dentro noi stessi e il ritrovarsi sembra essere cosa assurda e impossibile. A volte ci vuole un vero e proprio trauma che resetti la nostra vita, ci apra gli occhi e ci aiuti a riscoprirne il senso più vero e profondo. Questo non significa che allora tutti dovremmo vivere un evento traumatico per entrare a far parte di un gruppo di supereoi vendicatori (anche se sarebbe davvero molto cool), ma che il cammino per diventare un grande e un eroe per la propria vita si cela proprio dentro ogni singola persona. Soffermarsi solo su ciò che è esteriore, che da un guadagno immediato e che rende bella l’apparenza, per quanto sembri appagante, non è tutto! Il bello che si cela dentro la vita sta nella felicità, una felicità che nasce da talenti che ci sono stati donati o insegnati e che siamo chiamati a mettere in comunione con gli altri.

Dottor Strange ci insegna che il successo, davvero, non è tutto nella vita, anzi a volte basta un niente per perdere tutto, e ci mostra quale sia davvero il tutto della vita. Altruismo, solidarietà e sacrificio di sé sono valori che, seppure sembrano più deboli di altri, sono la vera essenza per una vita piena e reale.

Dentro ogni persona si cela una grande supereroe, spetta a noi decidere se vale la pena camminare per tirarlo fuori e rendere la nostra vita uno spettacolo, proprio come questo film.

Strange ma vero!

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