The Gift: il percorso di Johnny Cash

The Gift: il percorso di Johnny Cash

The Gift: il percorso di Johnny Cash

Il film sul doppio viaggio dell’Uomo in nero

 

Di Lorenzo Randazzo per ilsussidiario

Su Youtube è disponibile gratuitamente un documentario (sottotitolato) di un’ora e mezza diretto da Thom Zimny sulla vita di Johnny Cash

“Il Signore ha messo la sua mano su di te, non dimenticare mai il Dono”. Johnny Cash rievoca le parole della madre quando lo sente cantare per la prima volta con quella voce incredibile. La Voce come Dono: “È la prima volta che lo ha chiamato così. Cantare, comporre canzoni per la mia voce, questo è il Dono”. 

Per chi ha conosciuto e amato Johnny Cash grazie alle sue canzoni, tramite i video dei suoi celebri concerti nelle prigioni o anche solo grazie al film Quando l’amore brucia l’anima – Walk the line in cui il ruolo Johnny è interpretato dall’ottimo Joaquin “Joker” Phoenix, non può perdersi la visione di The Gift: The Journey of Johnny Cash. Si tratta di un documentario di un’ora e trenta del regista Thom Zimny (Western StarsSpringsteen on Broadway) disponibile gratuitamente e in esclusiva su YouTube che percorre la vita del Man in Black tramite foto e filmati originali con la voce narrante dello stesso Cash, dei suoi figli Rosanne Cash e John Carter Cash e di artisti del calibro di Graham Nash, Jackson Browne e Emmylou Harris.

Nel documentario ci sono parecchi brani della produzione di Cash (su Spotify è disponibile l’intera playlist) e l’apertura è con il classico Folsom Prison Blues (Hello, I’m Johnny Cash!!!) in cui scorrono diverse immagini del famoso concerto nel carcere di Folsom. La colonna sonora originale del film, in cui le parole di Cash sono parte integrante, è invece opera di Mike McCready, chitarrista dei Pearl Jam, che accompagna il viaggio umano e artistico dell’Uomo in Nero dalla nascita nell’Arkansas rurale nel 1932 fino alla sua scomparsa a Nashville nel 2003.

Nei giorni nostri si sente spesso parlare del Green New Deal che innoverà la produzione industriale mondiale e che rivoluzionerà la società con una nuova impronta verde.

Nel 1935 il “New Deal” del presidente Roosevelt ha invece come obiettivo di promuovere lo sviluppo agricolo della Nazione consegnando un appezzamento di terra, una casa, un fienile e un mulo a centinaia di famiglie… il padre di Johnny è uno dei fortunati vincitori. Johnny cresce quindi in un contesto umile di provincia e di duro lavoro nei campi e dopo una breve parentesi in fabbrica alla Pontiac, si arruola nell’Air Force dapprima in Texas, dove conosce la prima moglie Vivian Liberto, e poi in Germania dove viene impiegato nel reparto radio a decifrare i codici russi.

Chi meglio di lui ha orecchio per “comprendere come le parole si combinano e come i versi e i ritmi riescono a combaciare e a stare bene insieme”, racconta il figlio John Carter Cash. Il ritorno e quindi la decisione di intraprendere una carriera musicale sono l’inizio del mito di Johnny Cash.

Bruce Springsteen contribuisce nel filmato con una riflessione sulla musica Country: “Peccato e Salvezza. La musica country è tutta sul sabato sera e la domenica mattina. Pentirsi, pentirsi la domenica per quello che hai fatto la sera prima”. Saturday Night e Sunday Mornings, questo è il Country e questa è stata la vita di Johnny Cash. Le droghe, l’alcol e le medicine, anche prescritte dai medici, servono per sostenere la vita estenuante in Tour e le performance dal vivo cariche di energia. “La vita è una questione di scelte”, si ricorda nel film, come quella di privilegiare la musica con la Columbia (anziché continuare con la piccola Sun Records), che comporta lunghi tour promozionali, piuttosto che dedicare tempo alla moglie e alle 4 figlie.

Quindi l’incontro con June Carter che si unisce ai suoi concerti nel ’62 per non lasciarlo più: si sposa in seconde nozze e rimarrà la sua compagnia per il resto dei suoi giorni.

Tra i passaggi chiave della sua vita, la morte da ragazzino dell’amato fratello Jack per via di un incidente in segheria e il suicidio di Glen Sherley carcerato di Folsom e autore di “Greystone Chapel” che Johnny aveva coinvolto nei suoi show musicali. Johnny Cash continuerà a fare del bene al prossimo, ma questi due eventi drammatici lo aiuteranno a comprendere meglio che la vita degli altri e la loro salvezza non dipendono direttamente dalle sue azioni. Fervente cristiano e amante della Bibbia, Johnny Cash ha sempre tirato dritto per la sua strada, I walk the line.

Il cantautore Claudio Chieffo, attento conoscitore dell’animo umano, cantava in Favola: “Non arrenderti al buio che le cose divora, ora è notte ma il giorno verrà ancora”. Johnny Cash ha camminato più volte nel buio, ma poi ha sempre ritrovato la luce. Loss and Salvation, dolore e luce: la religione e la spiritualità hanno determinato la personalità e hanno sempre guidato la vita artistica di Johnny.

“Quale vantaggio ha un uomo che guadagna il mondo intero ma perde se stesso”?

Ottenuto un successo clamoroso, in cui l’apice viene raggiunto con lo spettacolo televisivo Johnny Cash Show in cui diventa la “Voce d’America”, Cash decide di cambiare rotta artistica e di dedicarsi alla musica gospel e alla difesa di più deboli: “Le vendite dei miei dischi precipitarono quando dichiarai la mia fede”. Per quanto negli anni ’70 le vendite sono scarse a Johnny importa poco, come dice il figlio John Carter Cash in quegli anni il padre: “Individuò uno scopo, chi era e dove era diretto. Da allora visse con gioia la vita”.

Eppure negli anni ’80 Johnny ricade nuovamente con la dipendenza agli stupefacenti e ancora la sua carriera sembra giungere al termine. Nel 1992 ci vuole l’intuizione di quel genio di Rick Rubin che con gli American Recordings riesce a trovare una nuova dimensione all’arte e al talento di Johnny Cash.

In tutto il film emerge la profonda spiritualità che caratterizza non solo la sua produzione musicale, ma anche il suo modo di affrontare la vita. Successo, fallimento, redenzione e rinascita questa è la parabola umana di Johnny Cash che si è ripetuta più volte. Il film si conclude con la musica di Spiritual di Josh Haden degli Spain incisa da Cash per l’album Unchained. Le parole sono quelle di un peccatore che invoca la salvezza prima di morire: “Jesus, oh Jesus I don’t want to die alone, Jesus if you hear my last breath, don’t leave me here, left to die a lonely death”. Johnny certo di quello che ha incontrato in vita si affida completamente al Mistero “Ora tutto quello che ho sei tu”.

 

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Qualcosa di meraviglioso

Qualcosa di meraviglioso

Qualcosa di meraviglioso

​Di Gianluca Bernardini per sdcmilano.it

 

La vita del piccolo profugo come una partita a scacchi

Ritorna il tema degli scacchi al cinema, e questa volta lo fa con una storia toccante dedicata ai piccoli che ogni giorno lottano per il loro diritto a una vita serena.

«La Francia è il Paese dei diritti dell’uomo o è solo il Paese della dichiarazione dei diritti dell’uomo?».

Una bella domanda provocatoria presente nel film di Pierre-François Martin-Laval, tratto del libro autobiografico scritto da Fahim Mohammad pubblicato nel 2014.

Un racconto a lieto fine che porta però sullo schermo un dramma che molti rifugiati e profughi vivono in diverse parti del mondo. Persone costrette a fuggire come il piccolo Fahim (Ahmed Assad) che, insieme a suo padre, raggiunge Parigi dal Bangladesh con l’idea di incontrare «un grande maestro». A otto anni si può, infatti, far credere anche questo, pur sapendo che non è possibile nascondere a lungo l’amara realtà.

Senza lavoro e senza casa, mentre il padre farà richiesta di asilo politico, Fahim, abile con gli scacchi, incontra Sylvain (Gérard Depardieu), uno dei più bravi allenatori in Francia che prepara giovani campioni. Insieme al gruppo di nuovi amici e al suo maestro, mentre la minaccia di espulsione per il padre è alle porte, Fahim decide di partecipare al campionato nazionale.

«Qualcosa di meraviglioso» risulta così essere una sorta di parabola sportiva piuttosto prevedibile, ma che sa scaldare il cuore su temi sensibili che rimettono al centro, in fondo, la nostra umanità.

Se tutti, infatti, hanno il diritto di sognare sembra che il fato, a volte, voglia togliere pure questo.
Ma ciò che vince, in fondo, è sempre la speranza. Come diceva del resto Schopenhauer:
«Nella vita accade come nel gioco degli scacchi: noi abbozziamo un piano, ma esso è condizionato da ciò che si compiacerà di fare nel gioco degli scacchi l’avversario, nella vita il destino».

Sarà vero? Forse il film una risposta la può dare. Da vedere.

 

Temi: fuga, immigrazione, sogno, speranza, destino, talento, scacchi, gioco, infanzia

L’ufficiale e la spia

L’ufficiale e la spia

L’ufficiale e la spia

di Beppe Musicco per Sentieri del Cinema

Il 5 gennaio 1895 il giovane capitano dell’esercito francese Alfred Dreyfus viene degradato con l’accusa di avere passato segreti militari alla Germania e condannato alla detenzione a vita nell’Isola del Diavolo, nella Guyana francese.

L’ufficiale e la spia è il titolo italiano dell’originale francese J’accuse, che è il titolo dell’articolo a tutta pagina del quotidiano L’Aurore col quale lo scrittore Émile Zola si scagliò contro la società benpensante e antisemita del tempo.

Tratto dal libro di Robert Harris che espone con grande accuratezza i fatti, il film di Roman Polanski è stato presentato alla Mostra del Cinema di Venezia 2019, dove ha vinto il Gran Premio della Giuria – Leone d’Argento e il Premio della Federazione Internazionale della Stampa Cinematografica (Fipresci).

Il caso Dreyfus, nonostante siano passati più di cent’anni, è ancora una delle pagine più scandalose della giustizia di un paese democratico come la Francia. Menzogne, campagne di disinformazione, diffamazioni rimangono ancora come segni di infamia e sono tutt’oggi oggetti di studio. Se Alfred Dreyfus (Louis Garrel) è la vittima innocente del film, il vero protagonista dell’opera di Polanski è il capitano Georges Picquart (Jean Dujardin) che, dopo aver contribuito alla condanna del giovane ufficiale, viene promosso a un nuovo ruolo come capo del servizio segreto militare. Da questa posizione ha l’occasione per seguire nuovi sospetti e nuove piste, una delle quali sembra portare alla scoperta dell’innocenza di Dreyfus. Da qual momento Picquart, tormentato dal dubbio, si getta anima e corpo per arrivare a scoprire la verità, noncurante anche dei rischi per la sua carriera e per la sua stessa incolumità.

Polanski, a 86 anni, sfodera ancora il talento del grande maestro, immediatamente visibile nella cura con la quale il film è stato realizzato: la ricostruzione degli ambienti e dell’atmosfera del tempo fin nei minimi dettagli, i costumi, le scenografie; tutto è impressionante. La fotografia rende perfettamente l’assenza di luce elettrica, e conseguentemente l’angustia di certi luoghi, la penombra data dalle candele o dalle lampade a gas; l’approssimazione, ammantata di scientificità, con la quale venivano condotte indagini basate in gran parte sul pregiudizio.

Un pregiudizio che era già una condanna per chi era sempre sospettato di appartenere alla fantomatica “Internazionale ebraica” il cui scopo era l’arricchimento a dispetto delle nazioni di nascita. In un tempo di “fake news” e di un’informazione drogata, il film di Polanski ha il merito di riportare l’attenzione su temi come la coscienza, il dovere di cercare la verità, il rispetto per la persona, contro la scontatezza, l’indifferenza o il sospetto nei confronti di chi non appartiene alla stessa classe sociale, religione o altro. Polanski dirige magnificamente un cast di grande talento, a partire da Jean Dujardin nei panni di Picquart, e poi Garrel, Emmanuelle Seigner nei panni dell’amante di Picquart, e tutta una serie di attori, molti dei quali provenienti dalla Comédie Française (ma c’è anche l’italiano Luca Barbareschi, anche coproduttore dell’opera).

Fermo nella sua fiducia nell’esercito, antisemita, felice dell’umiliazione inflitta a Dreyfus, Picquart è tuttavia un uomo che crede nell’onore, soprattutto che non tollera che la verità venga sacrificata sull’altare dell’immagine dei militari. Condotto sempre con grande tensione, quasi come un thriller alla Hitchcock, L’ufficiale e la spia quando si sofferma sugli alti gradi dell’esercito francese ricorda anche molto Orizzonti di gloria di Stanley Kubrick, nel dipingere la supponenza e la vanagloria dei generali o l’ottusità degli ufficiali per i quali un ordine va eseguito senza mai farsi domande. Ebreo come il protagonista del film, costantemente sotto inchiesta (e si veda anche il marchio ricevuto dalla presidente della giuria di Venezia a inizio Mostra: e meno male che questo non ha impedito di assegnargli un meritato premio), Polanski ci dà ancora una volta una grande lezione di cinema, e nuovi (o vecchi) temi sui quali sarebbe bene soffermarsi ancora.

 

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Solo cose belle

Solo cose belle

Solo cose belle

Le cose belle prima si fanno e poi si pensano

 

di Suor Cristina Merli

 

 

Geniale come la vita, bizzarro come la diversità, sorprendente come lo sguardo bambino sulle cose.

È la storia di un incontro tra persone e famiglie. Famiglie “regolari”, come quella iniziale del sindaco della cittadina dell’entroterra riminese, e famiglie stravaganti, come quella di Roberto e Diana, che vive con un figlio naturale, un immigrato, una ex-prostituta e sua figlia piccola, un ragazzo in pena alternativa e due ragazzi con gravi disabilità.

Il loro arrivo inaspettato e improvviso in paese crea scompiglio.

È Benedetta, la figlia del sindaco, ad accompagnarci in questo mondo ai margini, “in cui tutti sembrano sbagliati o difettosi, ma in realtà sono solo davvero umani”.

Ed è proprio questa umanità ferita e gioiosa che genera vita attorno a sé. L’impatto con la famiglia appena arrivata non lascia nessuno neutrale: qualcuno sta alla larga, altri cercano il modo di cacciarla, altri ancora si avvicinano per caso e riducono sempre più le distanze.

Nessuno resta indifferente, statico, tutti cominciano a muoversi, realmente o metaforicamente, spinti dalle relazioni vere, gentili, attente, disinteressate e semplici che si respirano in quella casa.

Leggero, profondo, umano, simpatico e commovente, generativo e mai consolatorio, il film è tratto dalla vita vera.

Solo cose belle è un film dedicato all’attenzione per gli altri e al rispetto della diversità e parte dall’esperienza dell’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, fondata da Don Oreste Benzi nel 1968.

La Comunità è un’associazione diffusa su tutto il territorio nazionale e internazionale, nota per il suo impegno a favore degli ultimi e degli emarginati. Il film rappresenta la ricchezza di questo mondo e ne coglie gli aspetti più interessanti e attuali.

È proprio per questo che i ruoli delle persone con disabilità sono interpretati da persone realmente disabili.

Il film ruota attorno alla storia di una Casa Famiglia della Comunità, famiglie speciali in cui mamme e papà donano la propria vita 24 ore su 24, sette giorni su sette a bambini, disabili, persone sole e abbandonate, anziani e chiunque necessiti di essere accolto, aiutato e amato ogni giorno.

La produzione del film è stata quindi, attenta e rispettosa nei confronti di storie, situazioni e persone in difficoltà; perciò ex carcerati, ex prostitute, ex tossicodipendenti ed ex senza fissa dimora hanno collaborato al film a supporto della produzione”. (www.solocosebelle.it)

Il film è ancora nelle sale. A breve uscirà in DVD.

This is us

This is us

This is us

di Sergio Perugini per AgenSir.it

 

“This Is Us”, family drama a stelle e strisce targato Nbc e prodotto dalla Fox, disponibile sulla piattaforma Amazon Prime Video. Da martedì 24 settembre la serie tv sbarca finalmente in chiaro su Tv2000, emittente della Conferenza episcopale italiana (canale 28 del digitale terreste). Per la rete costituisce uno dei prodotti di punta, sul fronte delle acquisizioni internazionali, nella nuova stagione tv appena partita. Ai 71esimi Emmy Awards, gli Oscar della televisione negli Stati Uniti promossi dalla Academy of Television Arts & Sciences, era in corsa con 5 candidature, tra cui miglior serie drammatica e migliori interpreti.

Stiamo parlando di “This Is Us”, family drama a stelle e strisce targato Nbc e prodotto dalla Fox, disponibile sulla piattaforma Amazon Prime Video. Da martedì 24 settembre la serie tv sbarca finalmente in chiaro su Tv2000, emittente della Conferenza episcopale italiana (canale 28 del digitale terreste). Per la rete costituisce uno dei prodotti di punta, sul fronte delle acquisizioni internazionali, nella nuova stagione tv appena partita.

Il concept di “This Is Us”

Ideata e scritta da Dan Fogelman – sceneggiatore di successo di cartoon della Disney come “Cars” (2006) e “Rapunzel” (2010) così come della commedia “Crazy, Stupid, Love” – la serie “This Is Us” (18 episodi a stagione) ruota attorno alla famiglia Pearson. Conosciamo subito Jack (Milo Ventimiglia) e Rebecca (Mandy Moore) nel 1980, che stanno mettendo su casa in attesa del primo figlio. In verità si tratta di un parto gemellare. La coppia, per una serie di vicissitudini, si trova poi ad accogliere anche un terzo bambino, Randall, un neonato di colore abbandonato in ospedale in concomitanza del parto di Rebecca.

La narrazione successivamente ha continui salti temporali, mostrandoci la famiglia Pearson 36 anni dopo.

Troviamo tre giovani adulti, Randall (Sterling K. Brown), Kate (Chrissy Metz) e Kevin (Justin Hartley), alle prese con famiglie, carriere, amori e irrisolti del passato. Ogni episodio ci regala in maniera convincente vedute sui Pearson nel corso di questi tre decenni, con un viavai temporale che compone un quadro coinvolgente e spesso poetico.

 

I temi

Cuore del racconto è ovviamente il tessuto familiare. Quello che un individuo diventa da adulto è frutto delle influenze sociali, ma soprattutto delle radici familiari, affettive ed educative.

Vediamo una famiglia che avanza negli anni con grandi sacrifici, quelli di due giovani genitori, Jack e Rebecca, dal lavoro precario e impreparati all’arrivo di tre bambini.

In loro c’è sì fatica, ma anche tanta gioia e desiderio di dare il massimo, di regalare ai propri figli un futuro di possibilità e speranza. Figli amati e supportati sempre.

Poi, ritroviamo quei bambini adulti, coscienziosi ma anche impantanati in problemi quotidiani: c’è Kate alle prese con un’obesità che non accetta, che vorrebbe affrontare ma non riesce a trovare stimoli necessari; Kevin, popolare attore di sit-com, insofferente per una carriera finita nelle secche della ripetitività e della superficialità vanesia dello star system; e infine Randall, il più realizzato di tutti, sposato, padre di due bambine e affermato medico. Randall però convive con lo strappo dell’adozione; seppure tanto amato, non riesce a scordare l’esistenza di un padre biologico che lo ha lasciato in fasce.

 

Il punto critico-pastorale Sir-Cnvf

Senza dubbio quello che si rileva nel guardare la prima stagione di “This Is Us” è che si tratta di una serie scritta molto bene e interpretata dall’intero cast (tutti!) in maniera intensa e convincente.

È un racconto sulle dinamiche familiari – relazioni moglie-marito, genitori-figli nonché tra fratelli – che tiene conto delle difficoltà e insidie della società contemporanea, esplorando tutti i suoi fronti problematici (e nella serie ce ne sono diversi in campo, gestiti però con compostezza e attenzione) e regalando comunque un ritorno di senso.

È vero, la famiglia può essere difficile da gestire: far quadrare i conti spesso richiede un master in business administration e l’organizzazione dei figli comporta continuamente un surplus di energie e pazienza; ma quello che “This Is Us” ci mostra è che alla fine, nonostante gli ostacoli, vale sempre la pena: la famiglia è il nostro tutto, l’ambiente che ci accoglie, in cui ci formiamo e per cui ci mettiamo continuamente in gioco.

Questo viene tratteggiato bene nella serie, con un calibrato mix di poesia e garbato umorismo. A ben vedere, come già indicato, si riscontrano nel racconto dei passaggi non poco scivolosi, ma rispetto alle tante fiction a sfondo familiare di matrice Usa (il più delle volte abbondantemente sopra le righe), questa si rivela centrata e dallo sguardo equilibrato.

Con “This Is Us”, dunque, Tv2000 allarga ulteriormente il proprio orizzonte di programmazione, andando sempre più incontro alla realtà con i suoi problemi ma anche con i suoi tanti guadagni.

Yesterday

Yesterday

Yesterday

La fama e l’amore in un «nuovo» mondo grazie alla musica dei Beatles

Come sarebbe il mondo senza Beatles? È la domanda che guida Yesterday, di Danny Boyle una divertente commedia musicale.

Di Gianluca Bernardini per sdcmilano.it

È facile credere che ogni persona sulla faccia della terra conosca, o abbia ascoltato almeno una volta nella vita, la musica del Beatles. Ma cosa succederebbe se, un giorno qualsiasi, un musicista incompreso come Jack Barth (Himesh Patel) si risvegliasse in ospedale dopo essere stato investito da un bus, a causa di un improvviso generale blackout, mentre tornava a casa con la sua bicicletta, e si mettesse a suonare la musica dello storico gruppo di Liverpool in un “nuovo” mondo… dove nessuno li ricorda? Un exploit!

Danny Boyle, che abbiamo conosciuto tutti probabilmente per il film “The Millionaire”, che gli è valso un premio Oscar, o “Trainspotting”, porta in scena “Yesterday”: un’assurda, nonché romantica, commedia musicale. Il film è sceneggiato da Richard Curtis, autore noto per avere ideato classici istantanei come “Bridget Jones” e “Notting Hill”. “Yesterday”, il cui titolo richiama la celebre canzone dei Beatles, offre un mix di buoni sentimenti con tanto di passione amorosa del protagonista per l’amica, collega, manager e confidente da una vita, Ellie (Lily James), alla quale non si è mai, naturalmente, dichiarato.

Una storia classica, dunque, che sottolinea però quanto il desiderio della fama e del successo carpiti con la menzogna non possano rendere felici. Soprattutto per chi è un buono dentro e una persona onesta. Perché la verità, alla fine, vince sempre su tutto. Se si è onesti fino in fondo, nulla sembra impossibile. Diverte in particolare modo il cameo (ma forse è qualcosa di più) del cantante Ed Sheeran, ironico e piacevolmente auto ironico. Luci, colori, buona musica e tanti, troppi, “finali”, purtroppo, in un film che diverte senza andare mai in profondità. Ma il “genere” di film, richiede anche questo. Piacevole e distensivo. Fa bene all’animo.

Temi: musica, Beatles, successo, fama, amore, desiderio, verità, felicità, senso della vita.

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