Artisti ecologisti

Artisti ecologisti

Di Luigi Rutigliani

È da diversi mesi, con un grande crescendo, che il tema della salvaguardia del nostro pianeta sta tenendo banco, anche grazie ad una ragazzina svedese di 15 anni che, dopo aver iniziato un suo personalissimo “sciopero per il clima”, aver parlato alla conferenza sul clima in Polonia, davanti ai più potenti della terra, aver ammonito un imbarazzatissimo Junkers, ha letteralmente trascinato i giovani di oltre 180 Paesi del mondo alla grande manifestazione del “Fridays for future” del 15 marzo 2019.
È una battaglia importantissima perché occorre convincerci che dobbiamo andare tutti nella stessa direzione, visto che siamo tutti sulla stessa “barca”.

Anche Papa Francesco (molto prima di Greta), riprendendo alcune riflessioni di San Giovanni Paolo II e di Papa Benedetto XVI, ha ritenuto fosse necessario e urgente scrivere addirittura una enciclica sulla “cura della casa comune”. Come titolo ha scelto quella che forse rappresenta la più alta preghiera di ringraziamento e di lode al Signore Creatore del cielo e della Terra, la lode di S. Francesco d’Assisi: “Laudato sì”.

Volendo però tornare nel nostro alveo musicale, scopriamo che il tema della salvaguardia del pianeta, ha radici lontane e si inserisce insieme alle altre tematiche di richiesta e protesta iniziate dalla fine degli anni’60: la pace, il disarmo, il rifiuto del nucleare, la lotta contro l’avanzare della cementificazione e dell’inquinamento industriale delle città…

Nel tempo, sono state diverse le canzoni di autori famosi sul tema della natura e della difesa del pianeta. Ancora una volta si comprende come attraverso le canzoni, sia possibile sensibilizzare alla tutela del nostro pianeta e risvegliare le coscienze della gente.

Voglio quindi presentarvi una piccola selezione: non mi limiterò a suggerirvi una “canzone” ma una serie di brani, italiani e stranieri, che possono esser considerate delle pietre miliari delle battaglie “ecologiche”.

Guardando in “casa nostra”, non possiamo non cominciare con una canzone che tutti abbiamo cantato e che probabilmente conosciamo a memoria. Adriano Celentano, nel Sanremo del 1966, presenta “il ragazzo della via Gluck”. Siamo in pieno periodo segnato dal boom economico e dalla grande espansione edilizia che divora ogni spazio verde per sostituirlo con il cemento. La sua canzone è una ballata orecchiabilissima, una denuncia a ritmo di musica, che ritorna anche attraverso la canzone “Il contadino”, cover della celebre Hold on! I’m coming del duo Soul Sam & Dave e in cui si elogia la vita semplice e naturale della campagna contro l’alienazione provocata dall’ambiente cittadino.

Anche Giorgio Gaber riprende il tema nell’ironica “Com’è bella la città” del 1969, in cui l’artista evidenzia tutte le contraddizioni delle metropoli moderne.

Nello stesso anno il gruppo dei Nomadi canta “Noi non ci saremo”, uno dei testi più famosi di denuncia contro l’inquinamento della terra, scritto dal celebre Francesco Guccini.

Nel 1974, Sergio Endrigo mette in musica una poesia-filastrocca di Gianni Rodari, intitolata “Ci vuole un fiore”, canzone che parla del ciclo della vita e spiega come rispettare e curare la natura con una dolcissima cantilena. Immediatamente diviene un altro brano storico della musica italiana che aiuta, fin da bambini, ad amare la natura perché insegna un concetto tanto fondamentale, quanto semplice, ossia che per “far fare tutto ci vuole un fiore”.

All’estero, gli artisti, come solito, amano fare le cose in grande e così, nel 1979, sulla scia dei mega concerti degli anni precedenti (Woodstock, fra tutti), viene organizzato il “No Nukes” per protestare contro la minaccia del nucleare, sia come arma che come fonte energetica inquinante e pericolosissima per l’ambiente.
Vi partecipano artisti come Jackson Brown, James Taylor e il sempre presente Bruce Springsteen.

Facendo un salto negli anni novanta, nel 1993 è Sting a farsi portavoce per la salvaguardia della foresta Amazzonica. Coinvolge artisti del calibro di Tina Turner, James Taylor, George Michael e Bryan Adams, più l’orchestra dell’intramontabile Herb Alpert e Dustin Hoffman in veste di conduttore-protagonista.
“L’Amazzonia sta morendo. Noi, abitanti di altre nazioni, non siamo testimoni neutrali e indifferenti di questa catastrofe” commenta Sting “Ne dividiamo la responsabilità e dobbiamo trovare un modo di arrestarla”.

Nel 1995 è Michael Jackson a scrivere un brano di pianto e, nello stesso tempo, di amore per la Terra: “Earth song”: “Ti sei mai fermato a vedere questa Terra piangente, questa costa in lacrime? …Che dire di noi? Che dire del valore della natura? …Dove abbiamo sbagliato? Qualcuno mi dica perché…”

Tornando in Italia e in tempi più recenti, abbiamo “Sorella Terra”, la canzone di Laura Pausini del 2008 in cui si celebra la bellezza del nostro pianeta e si evidenzia l’incuria dell’uomo verso le risorse che essa ci mette a disposizione, un tema già avviato anche da Giorgia in “Mal di Terra” del 2007.

Anche Jovanotti è uno degli artisti italiani maggiormente schierati a favore dell’ambiente, un impegno portato avanti anche attraverso i suoi tour a “impatto zero”.
Dopo il “Safari Tour 2008” grazie al quale, per compensare le emissioni di anidride carbonica prodotte dall’evento, sono stati piantati circa 2.262 nuovi alberi, l’artista ha deciso di replicare il progetto con il tour del 2011 dedicato alla riforestazione di un’area del Camerun soggetta al taglio illegale e selvaggio di legname.
In questi mesi sta però tenendo banco la sua ultima idea di effettuare un grande evento in alta montagna, evento che molti considerano poco “ecologico” anche se dovessero esser messe in atto azioni attente di salvaguardia dei luoghi: si sa, decine di migliaia di persone, non sono proprio ad impatto “zero”.

Anche la musica quindi, da tempo, porta avanti gesti concreti di sensibilizzazione e tutela a favore dell’ambiente.

Infine non posso dimenticare di invitarvi a cercare in rete, articoli e video sulla originalissima ed ecologissima “Orquesta de reciclados”, la “Recycled Orchestra”: la prima orchestra al mondo nata dai… rifiuti.
In realtà è qualcosa di molto più grande della “semplice” azione di “riciclo di rifiuti”: è un’orchestra di strumenti costruiti con materiali di riciclo, diretta da Favio Chávez e nata da una sua idea nel 2006.
È formata da bambini, adolescenti e giovani che vivono, in condizioni di degrado, nella comunità del Bañado Sur, situata attorno alla discarica di Cateura di Asunción, capitale del Paraguay e accoglie anche ragazzi di altre comunità desiderosi di condividere questa esperienza. La caratteristica distintiva del gruppo è l’interpretazione di opere musicali con strumenti riciclati costruiti a partire dai rifiuti solidi urbani raccolti in discarica.
Il suo motto è: “Il mondo ci manda spazzatura, noi gli restituiamo musica”.

Cogliamo questo invito dunque: al mondo doniamo musica, non spazzatura.
Buon ascolto.

Preghiera con il creato
(preghiera di conclusione della enciclica “Laudato si’)

Ti lodiamo, Padre, con tutte le tue creature, che sono uscite dalla tua mano potente.
Sono tue, e sono colme della tua presenza e della tua tenerezza.
Laudato si’!
Figlio di Dio, Gesù, da te sono state create tutte le cose.
Hai preso forma nel seno materno di Maria,
ti sei fatto parte di questa terra, e hai guardato questo mondo con occhi umani.
Oggi sei vivo in ogni creatura con la tua gloria di risorto.
Laudato si’!
Spirito Santo, che con la tua luce orienti questo mondo verso l’amore del Padre
e accompagni il gemito della creazione, tu pure vivi nei nostri cuori per spingerci al bene.
Laudato si’!
Signore Dio, Uno e Trino, comunità stupenda di amore infinito,
insegnaci a contemplarti nella bellezza dell’universo, dove tutto ci parla di te.
Risveglia la nostra lode e la nostra gratitudine per ogni essere che hai creato.
Donaci la grazia di sentirci intimamente uniti con tutto ciò che esiste.
Dio d’amore, mostraci il nostro posto in questo mondo come strumenti del tuo affetto
per tutti gli esseri di questa terra, perché nemmeno uno di essi è dimenticato da te.
Illumina i padroni del potere e del denaro perché non cadano nel peccato dell’indifferenza,
amino il bene comune, promuovano i deboli, e abbiano cura di questo mondo che abitiamo.
I poveri e la terra stanno gridando:
Signore, prendi noi col tuo potere e la tua luce, per proteggere ogni vita, per preparare un futuro migliore, affinché venga il tuo Regno di giustizia, di pace, di amore e di bellezza.
Laudato si’!  Amen

 

Genitori & figli

Genitori & figli

Di  Luigi Rutigliani

Genitori/figli: è la tematica divenuta molto presente di questi tempi. Si sente parlare persino di “emergenza educativa”. Numerose sono le attività che esperti, scuole e associazioni varie propongono per promuovere un rinnovato e autentico rapporto fra generazioni, anche se, da sempre, in ogni epoca, gli adulti hanno fatto “fatica” con le nuove generazioni.

Il rapporto in famiglia e a scuola, tra il mondo gli adulti e quello degli adolescenti, è sempre “frizzante” e continuamente in oscillazione tra la bellezza di questa relazione e tutte le difficoltà che essa comporta. Non è quindi una sorpresa se, guardando al panorama musicale passato e presente, praticamente in ogni artista troviamo una o più canzoni scritte pensando alla relazione famigliare; che sia da genitore guardando il proprio figlio o da figlio che, attraverso la canzone, parla, chiede, ringrazia, urla, si arrabbia coi propri genitori.

Ci sono testi con storie difficilissime e talvolta tragiche e ci sono testi che esprimono tutta la bellezza di questa viscerale relazione.

Possiamo fare un veloce elenco, necessariamente non esaustivo, se ricordiamo alcuni grandi della musica italiana come Baglioni, Guccini, Ramazzotti, Ligabue, Jovanotti per poi spostarci sul panorama internazionale con Cat Stevens, Eminem, Simple Plan, One republic, Lynyrd Skynyrd…

Voglio lasciarvi meditare con due testi, per certi versi simili, uno molto popolare e conosciuto, l’altro più da appassionati musicali.

Entrambi però sono un dialogo tra un genitore e un figlio, fatti senza nessuna enfasi emotiva ma con quella tenerezza che sa plasmare il cuore e animata desiderio che dovrebbe essere in ogni genitore: vedere il proprio figlio felice perché ha compreso che la vera felicità nella vita è fatta dalla quotidianità, dalle piccole cose, dalla semplicità.

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CAT STEVENS – PADRE E FIGLIO

Non è il momento di fare cambiamenti,
rilassati soltanto, prenditela comoda
Sei ancora giovane, questo è il tuo problema,
c’è così tanto che devi sapere
trovati una ragazza, sistemati,
se vuoi, puoi sposarti
guarda me, sono vecchio, però sono felice

Un tempo ero come tu sei ora,
E so che non è facile, restare calmo quando trovi
che qualcosa bolle in pentola
ma prenditi il tuo tempo, pensa molto
beh, pensa a tutto quel che hai
domani tu sarai ancora qui,
ma i tuoi sogni potrebbero non esserci

Come posso provare a spiegare?
quando lo faccio lui si gira dall’altra parte
è sempre stata la solita
la solita vecchia storia
dal momento in cui potevo parlare
mi è stato ordinato di ascoltare
ora c’è una via e io so
che devo andare via
io so che devo andare

Non è tempo per cambiamenti
siediti soltanto, fai le cose con calma
Sei ancora giovane, questo è il tuo problema, c’è così tanto che devi vivere
trovati una ragazza, sistemati,
se vuoi, puoi sposarti
guarda me, sono vecchio, però sono felice

Tutte le volte che ho pianto,
tenendomi tutto ciò che sapevo dentro
è difficile, ma è più difficile ignorare ciò
se loro avessero ragione, io sarei d’accordo
ma è loro che conoscono, non sono io
ora c’è una via e io so
che devo andare via
io so che devo andare

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LYNYRD SKYNYRD  – UN UOMO SEMPLICE

Mia madre, quando ero piccolo, mi disse
“Vieni qui, siediti vicino a me, mio unico figlio
E ascolta attentamente ciò che ti dico
Se lo farai ti aiuterà un bel giorno”

(interruzione strofa)

“Prenditi il tuo tempo, non vivere con la fretta
I problemi vengono e vanno
Troverai una donna, troverai l’amore
E non dimenticarti, figlio mio, che c’è qualcuno lassù”

(interruzione strofa)

“E sii un uomo semplice
Oh, sii qualcosa che tu possa amare e comprendere
Piccolo, sii un uomo semplice
Lo fai per me se puoi?”

(interruzione strofa)

“Lascia perdere l’ingordigia del denaro dell’uomo ricco
Tutto ciò di cui hai bisogno è nella tua anima
Puoi farcela se ci provi
Tutto ciò che voglio per te, figlio mio, è la tua soddisfazione”

(interruzione strofa)

“E sii un uomo semplice
Oh, sii qualcosa che tu possa amare e comprendere
Tesoro, sii un uomo semplice
Lo fai per me se puoi?”

Sì, lo farò.

Ragazzo, non preoccuparti, troverai te stesso
Segui nient’altro che il tuo cuore
Puoi farcela, tesoro, se ci provi
Tutto ciò che voglio per te, figlio mio, è la tua soddisfazione”

(interruzione strofa)

“E sii un uomo semplice
Oh, sii qualcosa che tu possa amare e comprendere
Piccolo, sii un uomo semplice
Lo fai per me se puoi?”

“E sii un uomo davvero semplice
Oh, sii qualcosa che tu possa amare e comprendere
Tesoro, sii un uomo semplice…”

 

Wind of change

Wind of change

di Luigi Rutigliani

La “canzone simbolo” dei muri che crollano e delle speranze di pace e fraternità dei giovani.

Il 12 e 13 agosto del 1989, nell’Unione Sovietica, ancora per poco URSS, si tiene, nello Stadio Lenin di Mosca, il “Moscow Music Peace Festival”, primo festival rock, organizzato dalla Make A Difference Foundation, in cooperazione tra le due superpotenze degli Stati Uniti d’America e dell’Unione Sovietica, con lo scopo di promuovere la pace e combattere l’abuso di droghe e alcool.

È il primissimo festival in un paese che aveva da sempre censurato il rock visto come pericolosa influenza occidentale sulla cultura sovietica. L’evento eccezionale viene trasmesso in tutto il mondo. Prendono parte a questo storico momento musicale, artisti del calibro di Bon Jovi, Mötley Crüe, Ozzy Osbourne e gli Scorpions che si esibiscono davanti ad oltre 250.000 giovani sovietici.

Proprio grazie alle emozioni e al “vento” respirato in quel contesto, gli Scorpions, band Hard Rock tedesca, compongono la canzone che diverrà il simbolo per eccellenza dei venti di cambiamento che stavano soffiando ormai da tempo: la fine della guerra fredda, la progressiva dissoluzione dell’impero Sovietico con la “Perestrojka” di Gorbaciov, l’abbattimento del muro di Berlino nel novembre del 1989 con la relativa unificazione della Germania e il colpo di Stato del 1991 che apriva definitivamente l’ex Unione sovietica all’incontro con l’Europa occidentale.

Il cantante Klaus Meine ricorda: “Era come se il mondo stesse cambiando davanti ai nostri occhi. Tornando a casa da Mosca, nel settembre del 1989, le emozioni erano così forti, e quello che abbiamo visto tra il 1988 a Leningrado e il 1989 a Mosca era un sentimento forte di speranza nel fatto che il mondo sarebbe cambiato per il meglio”.

Nel 1990, in Europa, divisa tra Est ed Ovest, soffiava una nuova brezza, un vento che sembrava aver finalmente abbattuto muri e regimi. Wind of Change, è la canzone del vento del cambiamento e risuonava forte e chiara nelle stazioni radio, nelle televisioni sparse per il continente e per il mondo, sui palchi di numerosi concerti.

“Quando aprimmo il concerto con Blackout, tutti i soldati dell’Armata Rossa, tutti i membri della sicurezza, si sono girati verso il palco e hanno lanciato in aria i loro berretti e le loro giacche. È stato fantastico. Era come se il mondo stesse cambiando proprio sotto i nostri occhi. In Unione Sovietica molti ragazzi percepivano che l’epoca della Guerra fredda sarebbe finita presto. C’era una sensazione di speranza: ed è quella che ho cercato di esprimere in Wind Of Change” (Klaus Meine)

La canzone trae ispirazione da una serie di concerti realizzati a partire dal 1988 nell’Unione Sovietica (da qui l’unico chiaro riferimento fisico nei primi versi al fiume Moskva e al Gorky Park).

“I follow the Moskva, down to Gorky Park, listening to the wind of change…”

Sempre il frontman della band ci dice: “Durante il nostro soggiorno a Mosca si sentiva una nuova energia nei giovani sovietici, volevano essere parte del resto del mondo, e questo mi ha motivato a comporre la canzone nel settembre del 1989. Due mesi dopo, il muro di Berlino si sgretolava”

Un anno dopo, la canzone celebrava sì i cambiamenti politici in atto a quei tempi nell’Europa dell’Est – come la caduta del Muro di Berlino, l’aumento della libertà nel blocco comunista (che avrebbe presto portato alla distruzione dell’URSS), la chiara e imminente fine della guerra fredda. Ma Wind of Change celebrava soprattutto il profumo della rivoluzione, di ciò che si avverte nell’aria alla vigilia di un cambiamento.

Wind of Change celebrava la riconciliazione di due mondi all’apparenza distanti (l’Ovest con Elvis, i jeans, i chewing-gum e l’Est con la riluttanza alla novità, con il suo balalaika, popolare strumento russo a corde), divenendo la canzone simbolo della pace e di una speranza concreta cantata a voce alta senza più censure, senza più paure.

“did you ever think, that we could be so close, like it brothers?
The future’s in the air I can feel it everywhere, blowing with the wind of change.

“Hai mai pensato che potremmo essere così vicini, come fratelli?
Il futuro è nell’aria, Posso sentirlo soffiare ovunque in questo vento del cambiamento”

 

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VENTO DEL CAMBIAMENTO

Seguo la Moskva
giù al Gorky Park
ascoltando il vento del cambiamento
una estiva notte d’agosto
i soldati passano oltre
ascoltando il vento del cambiamento

Il mondo è vicino
avresti mai pensato
che noi potessimo essere così vicini, come fratelli?
il futuro è nell’aria
lo posso sentire ovunque
soffiare con il vento del cambiamento

Portami alla magia del momento
in una notte gloriosa
dove i bambini di domani sognano
nel vento del cambiamento

Camminando per la strada
ricordi lontani
sono sepolti nel passato per sempre
seguo la Moskva giù al Gorky Park
ascoltando il vento del cambiamento

Portami alla magia del momento
in una notte di gloria
dove i bambini di domani condividono i loro sogni
con te e con me
Portami alla magia del momento
in una notte di gloria
dove i bambini di domani condividono i loro sogni
nel vento del cambiamento

Il vento del cambiamento
soffia diritto in faccia al tempo
come un tempesta che suonerà la campana della libertà
per la pace della mente
lascia cantare la tua balalaika
ciò che la mia chitarra vuole dire

Portami alla magia del momento
in una notte di gloria
dove i bambini di domani condividono i loro sogni
con te e con me
Portami alla magia del momento
in una notte di gloria
dove i bambini di domani condividono i loro sogni
nel vento del cambiamento

Born to run

Born to run

Lo dovevo!
Lo dovevo a chi ha avuto l’idea di inserire anche uno spazio dedicato alla musica. A quella musica che parla al cuore e al cervello. Sì, perché, con buona pace di alcuni, una canzone non è altro che “poesia in musica”. Come la poesia, le canzoni raccontano la vita: parlano di gioie e dolori, di speranze e illusioni, di valori e di cose effimere, di impegno e di disinteresse…

Nelle canzoni si trova la vita con tutte le sue contraddizioni e, insieme alla poesia tradizionale, non fanno altro che accompagnarci e sostenerci nelle diverse tappe del nostro cammino.

Pensateci: per ogni momento significativo della nostra vita, abbiamo una o più canzoni associate e ogni qualvolta la radio passa quella canzone, non possiamo fare a meno di richiamare al nostro cuore e alla nostra mente, quella persona, quella esperienza, quella gioia, quella sofferenza… Potremmo dire che è la musica il vero e prezioso diamante: “una canzone è per sempre”.

Mi sono quindi chiesto: “con quale canzone inizio?”

Poi ho pensato a Suor Lucia Brasca, al suo amore per la musica e al suo “amato” in musica: Bruce Frederick Joseph in arte Bruce Springsteen, “The Boss”.

Era il 25 agosto 1975 quando il giovane Bruce incide il terzo disco “Born to run”.

Nella sua testa vuole ravvivare nei giovani il mito americano: così riempie le canzoni di personaggi che di nome fanno Wendy, Mary o Scooter e sono in fuga. Alcuni troveranno fortuna. Lui diventerà una star. Nella mitologia del rock tradizionale, i ribelli nascevano per perdere e perdersi.

Nell’idea di Springsteen la soluzione era un’altra: imparare a correre, a non restare fermi, rassegnandosi al quotidiano.

Il romanticismo è la soluzione: “Voglio morire con te nella strade stanotte in un bacio senza fine”, canta proprio in “Born To Run”. È l’elevazione della poesia di strada.

Il desiderio di andare lontano, di irrompere nella vita adulta, fatta di romanticismo e morte era il movente.

“Born to run” è il disco dell’età matura, col quale Springsteen si mise alle spalle la definizione adolescenziale dell’amore e della libertà intrisa di idealismo e sogni, per avviarsi verso la loro concretizzazione in esperienze e azioni: Ragazza, voglio sapere se l’amore è vero”.

“Born to run” traducibile in “nati per correre-per fuggire” è l’invito per i ragazzi a fuggire dalla città verso il riscatto dalla loro condizione e da quello che banalmente viene loro offerto, per raggiungere qualcosa di più “alto”.

Occorre però evitare un errore molto comune: interpretare la fuga come una azione di vigliaccheria, incapacità e debolezza. Non è così. Anzi…

«Fuggite il male con orrore, attaccatevi al bene!». (Rm 12,9) Nella sua lettera ai Romani, San Paolo ci aiuta a comprendere come il “fuggire” dal male, non sia segno di debolezza ma di forza: è dire “no” al male per seguire il bene anche se questo costa fatica, anche se questo vuol dire lasciare le proprie sicurezze, i propri affetti, il proprio paese.

Il “Boss”, sulle ali di un rombo di motore, decide che quella descritta nell’altra canzone “Thunder Road”, era una città di perdenti e Lui e Mary se ne andavano da lì per vincere, non per scappare.

Sono passati 43 anni ma questa canzone sembra più che mai attuale perché le canzoni sono come le poesie: non passano. Restano eterne.

“È una città piena di perdenti e io me ne sto andando via per vincere”: non è forse il pensiero che muove tanti nostri giovani che scelgono o sono costretti a lasciare l’Italia per vincere altrove?

 

Luigi Rutigliani

 

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Nati Per Correre | Traduzione a cura di Ermanno Tassi

Di giorno teniamo duro nelle strade
Di uno sfrenato sogno Americano
Di notte sfrecciamo fra case signorili di prestigio su macchine da suicidio
Usciti dalle bare di cemento verso l’autostrada 9
Su ruote cromate, motori a iniezione
Correndo sulla linea bianca
Piccola, questa città ti strappa le ossa dalla schiena
E’ una trappola mortale, un invito al suicidio
Dobbiamo fuggire finché siamo giovani
Perché i vagabondi come noi, tesoro, sono nati per correre

Wendy, fammi entrare, voglio essere tuo amico
Voglio proteggere i tuoi sogni e le tue fantasie
Accavalla le gambe su questi sedili di velluto
E afferra con le mani i miei motori
Insieme potremo rompere questa trappola
Correremo fino a cadere, piccola, non torneremo mai indietro
Camminerai fuori con me sul cavo
Perché piccola, sono soltanto un viaggiatore spaventato e solo
Ma voglio sapere come ci si sente
Voglio sapere se il tuo amore è selvaggio
Ragazza, voglio sapere se l’amore è vero

Oltre il Palace motori a metà giri rombano lungo il boulevard
Le ragazze si aggiustano i capelli nei retrovisori
E i ragazzi provano gli sguardi da duro
Il parco dei divertimenti spicca alto e solenne
I ragazzi si rannicchiano sulla spiaggia nella foschia
Voglio morire con te sulla strada stanotte
In un bacio senza fine

Le autostrade sono piene di eroi distrutti
Alla guida della loro ultima possibilità
Sono tutti in fuga, stanotte
Ma non è rimasto più nessun posto dove nascondersi
Insieme Wendy possiamo sopportare la tristezza
Ti amerò con tutta la pazzia della mia anima
Un giorno ragazza, non so quando, arriveremo in quel posto
Dove davvero vogliamo andare e cammineremo al sole
Ma fino ad allora i vagabondi come noi sono nati per correre.

Sono un prof, mi autodenuncio!

Sono un prof, mi autodenuncio!

Le limitazioni proposte nel nuovo contratto scuola in discussione, viste dal prof Luigi Rutigliani.

Sono un docente con un profilo Facebook pubblico, liberamente aperto anche ai miei studenti. Ho sempre creduto di svolgere il lavoro di insegnante con “etica e buon senso” e ora, ascoltando le parole del Ministro della Istruzione, mi sento confuso se non addirittura messo sotto “accusa”. Di fronte alla incapacità di formare, selezionare, gestire e responsabilizzare i docenti, li si minaccia. Vietare Facebook è il più becero intervento di facciata.
Controllare e garantire che i docenti siano dei buoni educatori, che rispettino gli allievi e che svolgano il proprio delicato ruolo educativo con “etica e buon senso”, è ben altro, ma occorre dare il “contentino” mediatico ai genitori spaventati che leggono certe notizie.

Ci si dimentica di una cosa: io non “faccio” il docente, io “SONO” un docente. E quando “sei”, non lo sei ad “ore”. Lo sei sempre. 24 ore su 24. 365 giorni all’anno e persino quando andrai in pensione.

Quando esci dall’aula, quei ragazzi sono ancora i tuoi ragazzi: se li incontri nei corridoi, per strada, al mare o in montagna, durante un viaggio in giro per il mondo, restano sempre i tuoi ragazzi. Sei felice di rivederli e spesso, ti commuovi anche.

Ho tanti allievi che mi chiamano e mi salutano con entusiasmo e io faccio altrettanto e quasi sempre, se il tempo lo concede, offro una colazione, un caffè, una pizza, ci mettiamo attorno ad un tavolino in un bar con una birretta a scambiar due parole…

Allora mi autodenuncio: per quelle volte che ho offerto ad una intera classe la pizzata di fine anno; per quelle volte che abbiamo fatto colazione insieme; per quelle volte che abbiamo fatto partite di calcetto (sì, anche con le ragazze!!); per quelle volte che mi avete invitato a cena e io ho accettato con gioia; per quelle volte che in pigiama, in piena notte, sono entrato nelle vostre stanze durante le gite a “controllarvi”; per quelle volte che ti ho portato di notte, in taxi, in giro per Praga alla ricerca di un Pronto Soccorso, per quelle volte che in preda ad una crisi con i genitori o con il ragazzo/a, sono venuto a trovarti; quelle volte che mi hai chiamato alle 1.30 di notte perché disperato e ubriaco e abbandonato dagli amici per strada; per quelle volte che mi hai scritto fiumi di parole perché avevi bisogno di qualcuno che ti ascoltasse; per quella volta che ti ho ospitato per qualche ora quando eri scappato di casa; per quella volta che ti ho accompagnato in farmacia per prendere il test di gravidanza e aiutato a dire ai tuoi genitori che eri incinta… senza dimenticare gli inviti a casa mia da sette anni a questa parte per le grigliate di fine maturità e i diffusissimi abbracci donati e ricevuti nei momenti di gioia e soprattutto di difficoltà e dolore che abbiamo condiviso.

Ho sempre aiutato a comprendere che esiste il “confine” che differenzia i ruoli, distinguendoli da quei confini che invece “separano”, quei confini che fanno sentire “estranea ed insignificante” una persona nei confronti di un’altra.

Se sei insegnante, la vita di ogni ragazzo che hai incontrato, ti appartiene per sempre e se un allievo ti chiama, non si riesce a rispondere: “il contratto di lavoro lo vieta”, “sono fuori orario di scuola per cui non posso incontrarti”, “attendi dopo le vacanze”…

La mia gioia più grande è quando ad un allievo “scappa” un TU anziché un lei perché senti in quel TU, non mancanza di rispetto e prepotenza ma “confidenza”. Sì, confidenza!

Perché confidenza non è “approfittarsi o prendersi gioco dell’altro” ma l’apice e meta di ogni percorso e relazione umana: Con-fidarsi è “fidarsi insieme”, fidarsi l’uno dell’altro, sapere che, pur nella distinzione dei ruoli, ci si può affidare l’uno all’altro.

Che bellezza per chi ci arriva.

Luigi Rutigliani

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