Hate speech

Hate speech

Educatori e docenti

di Sara De Carli per Vita.it

«La quotidianità dei nostri ragazzi è infarcita di hate speech: il punto è che non c’è la percezione della gravità di sistema del linguaggio d’odio, perché quello è l’unico mondo che i ragazzi conoscono. Anche quando c’è una reazione, spesso è un “regolamento di conti” in cui l’adulto non esiste mai»: la riflessione di Emanuele Russo dopo l’esperienza in 410 scuole con il progetto #iorispetto

 «Il bullismo è la punta iceberg, ma la quotidianità dei nostri ragazzi è infarcita di discorso d’odio: sui social hanno costantemente esperienza di ciò. Solo che quasi nessuno lo percepisce come tale, non percepiscono la differenza fra questo e discorsi e relazioni basati sul rispetto… di conseguenza non lo vivono come problema. Anche noi adulti siamo bersagliati dall’hatespeech, ma siamo cresciuti in un contesto diverso, lo riconosciamo e capiamo come neutralizzarlo. I ragazzi che oggi sono alle medie, no». A parlare così è Emanuele Russo, referente per i progetti di Educazione alla Cittadinanza Globale (CGE) di CIFA. Con il progetto #iorispetto, cofinanziato dall’AICS e partito a marzo 2018, hanno coinvolto 410 classi delle scuole secondarie di primo grado, in 130 comuni, con l’obiettivo di rafforzare le competenze professionali dei docenti sul contrasto al discorso d’odio, alla cittadinanza attiva e all’inclusione sociale, così da favorire, attraverso metodologie partecipative, l’attivazione consapevole degli alunni per il contrasto alla discriminazione e ai discorsi d’odio.

«Il progetto è un laboratorio di contrasto al linguaggio d’odio, diverso da un progetto sul bullismo. Siamo interessati a definire cos’è il discorso d’odio, dando a bambini e insegnanti strumenti per riconoscerlo, identificarlo e affrontarlo», spiega Russo. E cos’è l’hate speech? «Qualcosa che non è solo la singola parola o insulto, magari su momento di rabbia… il discorso d’odio è una narrazione protratta nel tempo che mina la dignità della persona ed è un primo passo lungo una china che può arrivare anche al crimine d’odio. In persone che stanno costruendo la loro personalità, fa la differenza crescere o no in un clima in cui è legittimo e accettabile denigrare un’altra persona per caratteristiche personali, religiose, etniche… Se questo è accettabile, non avranno gli strumenti interiori per opporsi e anche chi ne è bersaglio rischia di derubricare il tutto come una presa in giro. Ecco, noi abbiamo lavorato su questo, sul riconoscere, decodificare e imparare ad affrontare».

Per Russo non è tanto questione di competenze social: «già alle medie la dimensione del rapporto con i social è pervasiva, ci saranno uno o al massimo due ragazzi per classe che non hanno lo smartphone o non sono sui social, peraltro devo dire che questa cosa almeno in apparenza non viene denigrata. Conoscono bene le dinamiche dei social e le usano, il punto è che non c’è la percezione della gravità di sistema del linguaggio d’odio, perché quello è l’unico mondo che conoscono». Il tema è questo. E il fatto che, di conseguenza, i ragazzi «fanno fatica a capire la necessità di far uscire questo discorso dalla sfera privata, dalla logica del “regolamento di conti”. Difficile far passare che questa cosa deve essere affrontata da tutti, altrimenti il problema si sposta ma non si risolve. Ognuno se la gestisce da solo ed è anzi un vanto sapersi difendere da solo. Abbiamo visto anche una discreta capacità di rispondere come “branco” se viene toccato un amico particolarmente importate, ma quel che colpisce è che l’adulto non esiste mai in queste dinamiche regolamenti di conti. Si difendono e non prevedono quasi mai l’intervento di adulto, perché esiste negli adulti un tale gap di conoscenza sui social e sul digitale, che un adulto non viene preso in considerazione nella soluzione perché non sa neanche quali sono i social che usano i ragazzi. Per questo chi ha più di 40 anni, dobbiamo tutti metterci a studiare».

Il progetto #iorispetto, di cui CIFA è capofila, vede un partenariato composto anche da Amnesty International Italia, Ammi, Corep e Icei. Fra gli strumenti utilizzati c’è uno speciale kit di Amnesty Kids dedicato all’hatespeech, con quaderni operativi per alunni per attivarsi e diventare cittadini attivi; il teatro sociale di comunità; l’incontro con mediatori multiculturali. «Non entriamo in classe chiedendo “avete vissuto situazioni di hatespeech? Come vi siete comportati?”, ma esordiamo chiedendo ai ragazzi “sapete che le parole hanno pesi diversi e possono fare male?”», continua Russo. In 410 classi è stato distribuito il kit costruito apposta per il progetto, con cinque unità didattiche, AMMI ha partecipato con un mediatore che ha affrontato la dimensione multiculturale del discorso d’odio, COREP ha messo la sua esperienza nelle metodologie teatrali e partecipative per affrontare l’hatespeech in classe e non lasciar cadere i problemi che si presentassero in classe. Sono stati formati 90 insegnanti, con tre corsi residenziali (a Palermo, Albano Laziale e Torino), i ragazzi sono stati coinvolti anche in due iniziative di raccolta firme lanciate da Amnesty International per bambini che avevano subito violazioni di diritti umani e in un contest di disegni per un mondo senza odio, con una delegazione di 10 ragazzi che ha consegnato migliaia di disegni al MIUR.

Crediamo molto nella necessitò del protagonismo giovanile e in attività di educazione alla cittadinanza e ai diritti umani volte a far sì che le persone diventino attive sul loro territorio. Perché diritti umani e inclusività sono cose che si praticano, non che si studiano. Emanuele Russo, CIFA

«Noi come CIFA crediamo molto nella necessitò del protagonismo giovanile e in attività di educazione alla cittadinanza e ai diritti umani volte a far sì che le persone diventino attive sul loro territorio, poiché diritti umani e inclusività sono cose che si praticano, non che si studiano. La filosofia di approccio, come CIFA, è quella dei tre cerchi: il primo cerchio è il bambino, beneficiario ultimo, che può imparare e decidere di attivarsi ma che non può fare molto se la comunità educante intorno a lui non è sensibilizzata, perché un bambino parla se ha qualcuno che lo ascolta. Il secondo cerchio è la comunità educante – genitori, insegnanti, associazionismo, abbiamo fatto alcuni laboratori con i genitori, qualche volta venuti bene qualche volta no. Il terzo cerchio è la comunità pubblica, se la comunità educante non sta in un contesto in cui la componente politica è sensibile, poco si può fare. Il progetto deve raggiungere tutti e tre i cerchi, altrimenti resta un po’ monco. Il lavoro al terzo livello lo abbiamo fatto su pochi Comuni (Palermo, Milano, Matelica e Pomezia, Albano laziale) servirebbero fondi diversi e tempi più ampi, di almeno due o tre anni».

Dall’11 al 13 novembre, sei classi che si sono particolarmente distinte, andranno a Torino per una tre giorni di incontro e chiusura del progetto: il 12 novembre lasceranno i loro messaggi e disegni su un grande tappeto rosso che verrà consegnato al Comune di Torino.

Fridays for future e noi

Fridays for future e noi

Educatori e docenti

​Non si sogna mai da soli.

Dedicato agli Educatori

 

Di Mauro Magatti, in generativita.it

 

Fridays For Future è un movimento che va preso sul serio perché, forse persino aldilà della consapevolezza dei suoi attori, sta dicendo qualcosa di importante al nostro mondo, portando alla luce una critica di cui chi sta all’interno dell’ordine normale delle cose (noi adulti) sembra non riuscire a cogliere portata e urgenza. Bisogna saper discernere. Ma sarebbe sbagliato non ascoltare.

In fondo, è la prima volta dal 1968 che le nuove generazioni si organizzano per protestare contro il mondo degli adulti. Un mondo che, formatosi proprio negli ultimi cinquant’anni, oggi si scontra con una serie di gravi contraddizioni. Nel 1968 si protestò contro l’autorità, il paternalismo, la rigidità dei modelli di vita; oggi la protesta è centrata sui temi del riscaldamento globale, degli stili di vita, della distruzione dell’ecosistema.

Allora a scendere in piazza furono i giovani studenti che frequentavano le università più prestigiose dell’Europa e degli Stati Uniti d’America; oggi i protagonisti sono adolescenti che vivono nelle principali città di tutto il mondo. A dire che per trovare una voce critica si è dovuti andare ancora più a ritroso nell’età, tra chi ancora è sulla soglia della vita: se a prendere l’iniziativa sono oggi gli adolescenti forse è perché i giovani che hanno qualche anno di più sono già stati in buona misura assimilati al modo di vita dominante. «Ci avete rubato i nostri sogni», è stata l’espressione ripresa dalla stampa mondiale per riassumere il discorso che la piccola Greta – simbolo suo malgrado di questo movimento globale emergente – ha pronunciato davanti all’assemblea dell’Onu.

Una frase potente ed evocativa ma il cui significato rimane ambivalente. Che cosa vogliono dire i ragazzi? Per alcuni aspetti, questa frase sembra esprimere risentimento. Come se gli adolescenti fossero arrabbiati perché si rendono conto di essere la prima generazione che rischia di non poter accedere ai livelli di benessere che sono stati goduti dagli adulti. Tagliati fuori da quel ‘godimento’ che vedono attorno a loro e a cui pure aspirerebbero.

Ma l’espressione di Greta può rinviare anche a un diverso significato. La domanda che bisogna farsi è infatti la seguente: perché e chi ha rubato i sogni visto che nessuno ne aveva intenzione? Non è questa una cosa sorprendente – e forse persino scandalosa – per una generazione di adulti che l’ultima cosa che avrebbe pensato è di arrivare ad un tale risultato? Vista in questa prospettiva, la protesta dei ragazzi – che non può che essere un po’ naïve – può diventare una preziosa occasione per riflettere criticamente sul nostro modo di vita. Il problema è la radice antropologica del modello di sviluppo che si è affermato negli ultimi cinquant’anni, a partire dal ’68 e cresciuto poi nell’habitat neoliberista: l’origine dei nostri problemi non è forse aver detto che ogni singolo individuo è portatore del proprio sogno e che l’economia è il sistema deputato ad aumentare le opportunità disponibili? È perché ha creduto in questa idea che la nostra generazione ha finito per costruire un mondo in cui alla fine i sogni non esistono più. Semplicemente perché ce li distruggiamo a vicenda, distruggendo nel contempo tutto ciò che ci circonda.

È questo il nodo che va affrontato per aprire una prospettiva davvero nuova e impegnativa. La natura della crisi sistemica di quel riscaldamento globale che minaccia il futuro della vita è il sintomo della reazione del pianeta Terra nei confronti di quella modalità predatoria adottata da miliardi di Io, ‘ciascuno perso dietro ai fatti suoi’ per citare Vasco Rossi. I sogni di tutti possono essere coltivati solo a condizione che si torni a comprendere che siamo tutti intimamente legati gli uni gli altri, nel quadro di una serie di compatibilità (che abbiamo invece rimosso). E chiaro che il movimento degli adolescenti non riesce a cogliere tutte implicazioni profonde della protesta che pure ha il merito di portare alla luce.

Ma non ci si illuda. Come è successo col ’68, ci aspettano anni in cui la faglia apertasi con Fridays For Future si approfondirà, trasformando un po’ per volta il nostro modo di vivere. Con tutte le ambivalenze che processi di questi tipo necessariamente generano. Da un lato, le spinte fondamentaliste miranti alla contrapposizione frontale nei confronti dell’organizzazione esistente; dall’altro la rapida omologazione di ogni discorso col tentativo da parte dei grandi interessi di appropriarsi e sterilizzare le idee espresse degli adolescenti. In mezzo c’è lo spazio per un cammino di cambiamento culturale vero, che superi l’idea individualistica e restituisca centralità della dimensione relazionale della nostra vita personale e sociale. Che è la vera questione da affrontare. I giovani hanno tutto il diritto di sognare. Non smettano di farlo! Imparando però la lezione che i fallimenti della nostra generazione insegna: non si sogna mai da soli. Si sogna sempre con gli altri, su un pianeta che ci ospita e in un cosmo che ci abbraccia.

Persone e linguaggio

Persone e linguaggio

Educatori e docenti

di Bruno Mastroianni

Le parole sono importanti.

È forse una delle frasi più ripetute in assoluto ogni volta che si parla di linguaggio e di comunicazione. Ed è una frase fondata: le parole sono ciò che ci rende capaci di esprimere il nostro pensiero di fronte agli altri e a nostra volta di capirli.

Ma questa importanza delle parole va bene intesa e in un certo senso relativizzata: va messa in rapporto, infatti, a ciò a cui le parole rimandano. Esse non sono meri pacchetti codificati di significati che ci scambiamo indicando in maniera più o meno chiara i nostri pensieri; sono molto di più. Ce ne accorgiamo quando entriamo in discussione con l’altro ed emerge il dissenso, cioè il diverso modo di vedere e di sentire la realtà. In quei momenti ci rendiamo conto che nelle parole mettiamo tutti noi stessi, le nostre relazioni, il valore che diamo alla realtà attorno a noi.

Questo insieme di relazioni significative che noi esprimiamo nelle parole dice chi siamo e chi vogliamo essere, dice come ci poniamo nei confronti degli altri, dice cosa è per noi il mondo e che posto vogliamo ritagliarci in esso. Per questo una discussione non è mai un semplice scambio di parole, è piuttosto un incontro (o uno scontro) tra mondi. È per questo che spesso finiamo in litigio: quella tensione che nasce dalla presenza di un altro mondo che mette alla prova il nostro ci spinge a rompere la relazione con l’altro e a porre fine al confronto.

Oggi, in un situazione di incontro costante prodotta dall’interconnessione, una delle capacità fondamentali per comunicare diventa allora l’autoironia, cioè il distacco da sé stessi.

Solo accettando con benevolenza i nostri limiti sapremmo anche accettare i limiti degli altri: è solo se ci si riconosce “manchevoli” che si riesce a stabilire punti di incontro con altri.

L’autoironia è la strada per sviluppare due capacità fondamentali nei confronti.

La prima è quella di saper ignorare le provocazioni: chi è autoironico sa passar sopra alla parte aggressiva delle espressioni altrui, senza offendersi, per prendere invece in considerazione la parte significativa, che c’è sempre. Ciò può ridare fiato al confronto anche quando sembra compromesso.

La seconda è quella di perdere la foga dell’ultima parola, che online è ancora più intensa visto che l’ultima frase rimane scritta a chiusura di una trafila di scambi. Chi ha un po’ di distacco in una discussione, una volta che ha espresso bene il suo pensiero si ferma perché sa che andare avanti all’infinito non porterebbe da nessuna parte.

L’autoironia è il “guardarsi da fuori”, anzi meglio: il sapersi guardare dal mondo dell’altro cercando di sintonizzarsi con ciò che per lui ha valore. Quando lo facciamo ci scopriamo capaci di far emergere nelle parole – pur nei mondi in conflitto – ciò che ci accomuna come persone. Che poi è la strada per comunicare.

 

Fonte: worldsocialagenda.org

Un’avventura con e per i giovani

Un’avventura con e per i giovani

Educatori e docenti

di Anna Spena per Vita.it

Ad un anno dall’inizio del progetto “Donmilani2: Ragazzi Fuoriserie”, selezionato dall’impresa sociale Con i Bambini, la fondazione organizza un momento d’incontro per raccontare gli adolescenti di oggi. «L’adolescenza non è una malattia», dice lo psichiatra e scrittore Vittorino Andreoli che ha partecipato alla tavola rotonda. «Quindi smettiamo di “psichiatrizzarla”»

Immaginate un convegno. Poi smontate quest’idea. È quello che è successo a Milano per la giornata conclusiva del 31° Capitolo “Cercando l’Altro”, organizzato dalla Fondazione Exodus di don Antonio Mazzi nella sua prima storica sede nel Parco Lambro.

La Tavola rotonda, alla quale hanno partecipato il Prefetto di MilanoRenato SacconeVittorino Andreoli, Psichiatra e Scrittore, Eraldo Affinati, Scrittore, Docente e Direttore Scuola “Penny Wirton”, lo psicologo e psicoterapeuta Matteo LanciniVincenzo De Bernardo di “Con i Bambini”, Franco Taverna, Responsabile Progetto ”Donmilani2: Ragazzi Fuoriserie” e, ovviamente il “padrone di casa”, Don Antonio Mazzi, è nata per raccontare quello che è successo durante il primo anno del progetto “Don Milani2: Ragazzi Fuoriserie”, selezionato dall’impresa sociale Con i Bambini nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile – Bando Adolescenza. Un vero momento d’incontro e confronto su un tema difficile, complesso eppure tanto affascinante che è l’adolescenza, al quale ha preso parte anche Caterina AntolaPresidente Municipio 3 del Comune di Milano, in cui si torva la Cascina Molino Torrette di Exodus.

“Invece di fare una comunità”, ha esordito don Mazzi, “tanti anni fa ho deciso di intraprendere un’avventura con e per i giovani. Questa avventura continua ancora oggi, anzi, si allarga”. “Questa”, ha sottolineato appunto don Mazzi, “non è la solita tavola rotonda ma un momento di relazione che ho fortemente voluto per raccontarvi uno straordinario progetto educativorischioso e bellissimo – ma che sentiamo di dover fare. Quando parliamo di adolescenti usciamo dai soliti schemi. Gli adolescenti di oggi vanno capiti, ascoltati e hanno bisogno di iniziative nuove”.

Per questa ragione da alcuni anni la Fondazione prova a dare il suo contributo per realizzare una scuola nuova. “Grazie al contributo dell’impresa sociale Con i Bambino”, dice Franco Taverna, “siamo riusciti a potenziare ancora di più il nostro impegno per contrastare la povertà educativa. Il Don Milani2: Ragazzi Fuoriserie, presente in dieci poli su tutto il territorio nazionaleha un obiettivo preciso: “Lavorare sulle relazioni”, continua Franco Taverna, Coordinatore Nazionale del progetto, “perché quello che abbiamo imparato dalla nostra esperienza è che la povertà educativa non è solo diretta conseguenza di quella economica, ma affonda le sue radici nella difficoltà di gestione delle relazioni: tra genitori e figli, tra studenti e insegnanti, tra giovani ed educatori”.

“La presa in carico”, continua Vincenzo De Bernardo, “non è più solo delle persone svantaggiate, ma dei territori interi. E quindi sì, è sulle relazioni che si deve investire. Perché è vero: la povertà educativa non è solo una questione economica. Basti pensare ai figli dei camorristi o dei boss mafiosi: non si può dire di loro che siano poveri. Ma sono anche loro privati di qualcosa no?

Un conto è la crescita, un altro è lo sviluppo. E non può esserci sviluppo senza libertà. E quando si ottiene la libertà? Solo quando le persone sono messe in condizioni, fin da bambini, di esigere certi diritti: il diritto di studiare, di leggere, quello di vedere la bellezza.

Ecco, la Fondazione con il Sud, da cui l’impresa sociale Con i Bambini è nata, vuole lavorare sulle persone”.

Ma che cos’è davvero l’adolescenza? Quella dello psichiatra e scrittore Andreoli è stata una risposta onesta: “Non è una malattia”, ha detto (e il pubblico di 500 giovani ha sorriso ndr), “ma un periodo della vita che poi passa. Oggi tutti cercano di “psichiatrizzarla”, ma io non sono d’accordo. L’adolescenza è innanzitutto uno spazio in cui, per natura, “si è contro”.

a volte l’essere contro insegna ai giovani a capire il mondo fatto di contraddizioni. Mi sento anche di aggiungere un’altra considerazione: oggi non è più possibile parlare di adolescenza, ma dovremmo invece parlare di “adolescenze”. Io ne riconosco tre. Quella “conflittuale”, che si potrebbe anche chiamare adolescenza normale. Conflittuale significa “desiderare due cose diverse” e il nostro ruolo come adulti è quello di aiutare i ragazzi e fargli capire che c’è sempre una scelta da fare, senza mai giudicarli.

Poi c’è l’adolescenza difficile, che si caratterizza per un comportamento ripetitivo e dominante di non accettazione al quale dobbiamo prestare attenzione e infine c’è l’adolescenza malata che è rara. Quindi smettiamo di trattare tutti i ragazzi come materiali da psichiatria, non lo meritano”. Ma con i ragazzi bisogna lavorare anche su tre grandi temi che caratterizzano l’adolescenza e quasi ossessionano i giovani: la bellezza, la morte e il denaro.

“La prima”, continua Andreoli, “è che la bellezza non può essere chiusa in uno schema. E se non si è simili a questo schema i ragazzi non si sentono all’altezza. Quindi, aiutiamoli a gestire il non sentirsi belli. Secondo insegniamoli che cos’è la morte. Perché è il primo passaggio per capire che la vita è sacra e non si può giocare con la morte: né uccidere né uccidersi. E poi dobbiamo aiutare i nostri ragazzi a capire che la vita ha bisogno del denaro, ma non è il denaro”.

Uno dei grandi problemi delle “adolescenze di oggi” è che si cresce dentro a dei modelli.

“Società”, dice lo psicoterapeuta Matteo Lancini, “che fin da piccoli crescono i ragazzi nell’illusione del “successo a tutti i costi e alla popolarità”. E poi se i ragazzi non raggiungono queste false aspettative si sentono dei falliti. E allora educhiamo i nostri ragazzi al fallimento senza però confondere l’educazione al fallimento con la mortificazione.

E prepariamoci anche ad essere delusi, che anche la delusione servecome genitori, insegnanti ed educatori”.

“Io sono stato uno studente difficile, ma poi quella “difficoltà” mi è servita nella vita”, racconta lo scrittore e fondatore della scuola Penny Wirton, Eraldo Affinati, ai ragazzi in platea. “La scuola non è un luogo dove devono essere curati i sani, ma i malati. Anche per questo, con mia moglie, ho fondato la scuola. Oggi insegniamo “la lingua” ai ragazzi migranti. Perché se non conosci la lingua non puoi neanche esprimere le tue emozioni. Insegnare una lingua significa sanare una piega, cucire uno strappo, asciugare una lacrima. E agli educatori voglio dire che esistono più sconfitte che vittorie. Educare a volte significa ferirsi e stare attenti alle domande dei giovani, più che alle risposte. La nostra è la responsabilità dello sguardo altrui, lo sguardo dei ragazzi”.

Adesso la Fondazione si prepara ad affrontare il secondo anno di progetto…

 

La fragile felicità delle nuove generazioni

La fragile felicità delle nuove generazioni

Educatori e docenti

Di Alessandro Rosina

L’estate è un periodo di lunga vacanza per i ragazzi italiani. 

In modo crescente tale periodo è utilizzato per fare esperienze di volontariato di vario tipo.
Le offerte stesse di impegno (sociale, civile, ambientale), sono in continua evoluzione, con proposte mirate da organizzazioni e associazioni (Legambiente, Libera, Amnesty International, Fai, Aiesec, Arci, Acli, Caritas, Misericorde d’Italia, tanto per citarne alcune).
Si tratta di una conferma del fatto che la felicità per i giovani non sta nel tempo sprecato o nel tempo spensierato, ma nel tempo riempito di esperienze positive che producono valore nel fare con gli altri. I dati del Rapporto giovani dell’Istituto Toniolo mostrano come i più felici siano proprio i giovani che oltre a studiare, lavorano e ancor più fanno attività di volontariato. Mentre, al contrario, i meno felici sono I NEET, i giovani che non studiano e non lavorano.
Quest’ultima condizione produce un effetto corrosivo, come evidenziano i dati dell’Osservatorio giovani dell’Istituto Toniolo: al «non» studio e lavoro tendono ad associarsi anche altri «non» sul versante delle scelte di autonomia, di formazione di una famiglia, di partecipazione civica, di piena cittadinanza.

È crescente la consapevolezza dell’importanza di aiutare i giovani ad immettersi, concretamente, all’interno di un circuito virtuoso in cui “imparare” e “fare” si stimolano e sostengono a vicenda, con al centro il miglioramento continuo delle competenze (non solo tecniche, ma anche sociali, che aiutano a rispondere in modo versatile ed efficace alle sfide del lavoro e della vita).  Tutto questo come parte più generale del processo di comprensione della realtà che cambia e della capacità di agire con successo al suo interno. I Neet sono i giovani che non riescono ad inserirsi in tale circuito virtuoso.
Di fronte alle grandi trasformazioni demografiche, alle sfide poste dalla globalizzazione e dall’innovazione tecnologica – destinate a produrre un grande impatto sulle vite dei singoli, sull’organizzazione sociale, sulla crescita economica – è cruciale, anzi vitale, aiutare le nuove generazioni a produrre nuove mappe della realtà che muta e individuare i percorsi più promettenti per raggiungere obiettivi condivisi. Il rischio è altrimenti quello per i giovani di perdersi e per la collettività di impoverirsi e veder aumentare diseguaglianze e tensioni sociali.

I giovani chiedono a chi guida il paese di impegnarsi maggiormente a migliorare le condizioni dei cittadini e del contesto sociale e ambientale in cui vivono. Ma è crescente la convinzione che serva anche una spinta dal basso, che nessun vero miglioramento sia possibile senza un protagonismo attivo dei cittadini e in particolare dei giovani stessi. Da varie ricerche emerge come la maggioranza dei giovani non si senta inclusa nei processi decisionali e politici e ritenga che le nuove generazioni dovrebbero essere maggiormente coinvolte. È però anche vero che le modalità di partecipazione tradizionali funzionano sempre meno. I giovani di questo secolo, in particolare, tendono a prediligere una partecipazione meno guidata da ideologie, più orientata al risultato direttamente riscontrabile e associata a una propria esperienza positiva di arricchimento personale. Ciò che li ingaggia maggiormente è poter fare un’esperienza condivisa in cui si esercita la propria capacità di esprimere un protagonismo positivo nel migliorare il contesto di riferimento. Sempre i dati del “Rapporto giovani” mostrano come la partecipazione sociale risulti più bassa rispetto ai coetanei degli altri grandi Paesi europei, ma più alta è la domanda potenziale espressa. Il che significa che anche sul volontariato e sull’impegno civile stiamo sottoutilizzando la voglia di essere e fare delle nuove generazioni italiane.

Questo vale ancor più sul tema dell’ambiente. Più che nelle generazioni precedenti c’è l’idea di un pianeta inteso come casa comune e del patrimonio naturale come bene comune. C’è poi la volontà di uscire dalla gabbia del presente e di reagire al rischio di essere una generazione che subisce passivamente le trasformazioni del proprio tempo, per passare a una idea positiva di futuro da realizzare con il proprio impegno e in coerenza con proprie aspettative e sensibilità.

La felicità non è qualcosa da trovare nel futuro (come un tesoro in un’isola sperduta chissà dove) ma sta nel sentirsi oggi parte attiva e riconosciuta di un processo di costruzione collettiva di un domani migliore del presente. È prendere in mano la propria vita e accettare la sfida di renderla qualcosa di valore, di bello, di unico. Come scrivo nel mio libro Il futuro non invecchia, questo richiede un nuovo approccio soprattutto nei confronti del presente, superando la propensione a farne il tempo delle scelte a difesa del benessere raggiunto, per renderlo il tempo dell’investimento sul benessere futuro. Tutto ciò che consente ai giovani di fare oggi esperienze positive, che aiutano a sperimentarsi nell’essere e nel fare con gli altri, inserendole in un percorso di arricchimento di senso e valore, aumenta nel presente la felicità dei singoli e rafforza la capacità collettiva di generare benessere futuro.

Fonte: http://rivista.vitaepensiero.it//news-vp-plus-la-fragile-felicita-delle-nuove-generazioni-5162.html

Ora corri

Ora corri

Educatori e docenti

Messaggio dell’Arcivescovo Mario Delpini per la Festa di apertura degli oratori 2019

Perché hai preso le scarpe?

Ci sono anche quelli che comprano le scarpe solo perché ci sono i saldi e le offerte speciali.
Hanno le scarpe per la montagna, perché erano quasi gratis, ma non sono mai andati in montagna. Hanno le scarpe con i tacchetti per il calcio, perché c’è stata una svendita, ma non hanno ancora deciso se iscriversi a calcio. Hanno le scarpe per la danza classica, ma con i balletti si annoiano. Hanno una scarpiera piena di scarpe nuove.

Ci sono, invece, quelli che prendono le scarpe perché hanno ricevuto una promessa, una specie di chiamata e si affrettano a procurarsi quello che serve per non perdere l’occasione: è stata organizzata la conquista di una vetta e sanno di essere attesi; sono stati convocati per una partita e vogliono far parte della squadra.

L’oratorio rivolge un invito a mettersi in cammino. Fai parte di una squadra, sei atteso e apprezzato. Procurati le scarpe. Cioè non perdere l’occasione per essere dei nostri: una impresa affascinante ci aspetta.

Dov’è la meta?

Ci sono anche quelli che corrono per tenersi in esercizio: non vanno da nessuna parte. Però ogni giorno dedicano del tempo a correre. Più o meno sempre lo stesso percorso, più o meno lo stesso tempo. Più o meno la stessa gente. Poi, a un certo punto si stancano e lasciano perdere: perché poi dovrei fare tutti i giorni questa fatica?

Ci sono quelli che corrono per allenarsi. Fanno esercizi e movimenti talora un po’ bizzarri. Si stancano, talora si innervosiscono perché l’allenatore ha pretese e non risparmia rimproveri. Accettano però la fatica. Si preparano alla partita o alla corsa o al concorso. Ma, se dopo tanto allenamento non sono convocati, si arrabbiano e hanno l’impressione di aver perso tempo: l’allenamento non è servito a niente!

Ci sono quelli che corrono perché hanno una meta, un luogo in cui sanno di essere attesi, non vogliono arrivare tardi alla festa. La meta non è un risultato; la meta non è un successo; la meta è dove è bello stare, l’amicizia che merita di essere coltivata, la vita che merita di essere vissuta, il bene di cui si può essere fieri, la salvezza desiderata, dove si può riposare, vivere felici.

Chi ci crede?

Mi capita di incontrare adulti (genitori, educatori, preti e consacrate) che con i loro discorsi sembrano scoraggiati e inducono allo scoraggiamento. Sembra che l’impresa di educare sia un investimento fallimentare: i ragazzi d’oggi sono distratti, irrequieti e non ascoltano; le famiglie d’oggi sono indaffarate in una vita frenetica e non hanno tempo né energie per educare i figli; il mondo d’oggi è insidioso, invadente, prepotente e dispone di mezzi enormi per attrarre i giovani: noi siamo così pochi e così sprovveduti di risorse che non abbiamo speranza.

Ammiro invece coloro che ci credono: credono che il Signore continui ad attrarre tutti; credono che l’oratorio e la proposta educativa cristiana abbiano delle risorse straordinarie; credono che i ragazzi d’oggi, come quelli di ieri, siamo come un terreno promettente che attende un seminatore per produrre molto frutto.

Il Messaggio per la Festa di apertura degli oratori di quest’anno, nel pieno dell’operazione Oratorio 2020, chiama i ragazzi a considerare la bellezza della meta e a procurarsi scarpe adatte all’impresa e chiede agli adulti di credere nel Signore e di aver fiducia nei ragazzi e nelle ragazze che, in verità, sono chiamati alla pienezza della gioia, la gioia di Dio.

La Chiesa di Milano lancia questo messaggio per i ragazzi, le ragazze e per i loro genitori: «C’è la meta, sei attrezzato, c’è chi ti sta accanto e ti incoraggia: ora corri!».

 

PREGHIERA PER L’ORATORIO

Padre, come possiamo condividere la gioia di chiamarti “Padre”?
Donaci la grazia di ritrovarci in oratorio
per imparare a pregare, a sognare, a servire
nel tuo nome:
Padre, sia santificato il tuo nome!

Padre, che cosa possiamo sperare?
Donaci la grazia di vivere in oratorio
amicizie, feste, solidarietà con chi soffre ed è solo,
per coltivare i segni del tuo regno:
Padre, venga il tuo regno!

Padre, che senso ha la nostra vita?
Donaci la grazia di trovare in oratorio
la tua parola vivente, le buone ragioni per aver stima di noi stessi,
la presenza di giovani e adulti, uomini e donne di fede,
perché ci aiutino a riconoscere
che tu ci chiami alla pienezza della gioia:
Padre, sia fatta la tua volontà!

 + Mario Delpini, Arcivescovo di Milano

 

 

Fonte: https://www.chiesadimilano.it/pgfom/oratorio-e-ragazzi/messaggio-per-la-festa-di-apertura-degli-oratori-5-42743.html

 

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