Gli italiani e la povertà educativa

Gli italiani e la povertà educativa

Gli italiani e la povertà educativa

L’indagine Demopolis

Due terzi degli italiani dichiara di aver sentito parlare di povertà educativa minorile. Nella percezione dei cittadini, è la disattenzione dei genitori (76%) la principale causa di povertà educativa dei minori. Per 9 italiani su 10 è un fenomeno grave, per l’83% degli intervistati le azioni di contrasto sono importanti per lo sviluppo del Paese. La scuola da sola non basta più, la responsabilità della crescita dei minori è di tutta la comunità (46%).

Questi tra i dati significativi emersi dall’indagine demoscopica realizzata da Demopolis per l’impresa sociale Con i Bambini nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, in vista della Giornata internazionale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza del 20 novembre.

Per l’opinione pubblica è la disattenzione dei genitori (76%) la principale causa del fenomeno.

Due intervistati su tre citano le condizioni di disagio sociale (67%), di svantaggio economico (64%), di conflittualità familiare (62%). Il 59% segnala il degrado dei quartieri di residenza fra le cause della povertà educativa. Inoltre, circa uno su due segnala la frequenza scolastica irregolare, gli stimoli inadeguati, le scarse occasioni culturali e del tempo libero, l’uso eccessivo dei social network. Tutte dimensioni rappresentate anche nei progetti di contrasto realizzati con il Fondo.

L’indagine demoscopica è stata presentata a Roma presso la sede di Acri.

La povertà educativa è strettamente legata a quella economica, come viene percepito anche dal 64% dei cittadini, ma il fenomeno ha una portata più ampia. Il Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile rappresenta una forte innovazione per il Paese, per dare un futuro a minori e famiglie – ha dichiarato il vice ministro Stefano Buffagni, Presidente del Comitato di Indirizzo Strategico del Fondo – E’ inaccettabile che un milione e 200 mila minori siano costretti a vivere sotto la soglia di povertà e che in numero ancora maggiore abbiano negate le opportunità di costruire un domani migliore. Stiamo lavorando come Governo per permettere alle tante famiglie di uscire fuori da questa condizione con interventi concreti sul territorio rafforzando il ruolo delle comunità educanti. Come Mise anche attraverso il rilancio delle imprese per garantire lavoro e sviluppo. Il punto però, e qui scatta la complementarietà, è che non si può attendere che i genitori abbiano trovato lavoro per garantire l’educazione e il futuro ai propri figli”.

Il 68% degli italiani dichiara di aver sentito parlare di povertà educativa minorile, anche se il 25% degli intervistati ammette di non sapere effettivamente di che cosa si tratti.

Appena un quarto degli intervistati cita tra i fattori di causa il mancato accesso agli asili nido ed ai servizi per l’infanzia. Le apprensioni dei cittadini si focalizzano sull’evoluzione emergenziale del fenomeno, sui casi estremi in cui gli esiti della povertà educativa, negli anni dell’adolescenza, si manifestano in fenomeni di violenza, dipendenze o fallimenti.

Del resto, le maggiori preoccupazioni avvertite dagli italiani, con riferimento ai minori, sono fenomeni per lo più adolescenziali: la dipendenza da smartphone e tablet (66%); bullismo o violenza (61%); la crescente diffusione della droga (56%), l’aggressività nei comportamenti (52%).

In un contesto in cui le disuguaglianze sociali ed economiche continuano ad aumentare, per il 63% degli italiani intervistati da Demopolis le probabilità di un ragazzo nato da una famiglia a basso reddito di avere successo sono oggi più basse rispetto a 20 o 30 anni fa.

Neanche la scuola basta più da sola. Del resto, secondo l’indagine, solo l’11% degli intervistati concorda sull’assunto che la scuola sia l’unica istituzione deputata alla crescita dei ragazzi, mentre emerge una nuova consapevolezza, in seno all’opinione pubblica, almeno in termini di dichiarazione di principio: la responsabilità della crescita dei minori è di tutta la comunità (46%).

I dati dell’indagine di Demopolis confermano che tra gli italiani è largamente diffusa la consapevolezza che il contrasto alla povertà educativa minorile è cruciale per lo sviluppo del Paese – ha commentato Francesco Profumo, Presidente di Acri – Questa è una delle idee alla base dell’avvio del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, promosso da Fondazioni di origine bancaria, Governo e Forum Nazionale del Terzo settore, che proprio su questo fronte ha stabilito di intervenire. Perché lo sviluppo sostenibile passa dall’intreccio di dinamiche economiche, sociali e ambientali. Offrire ai giovani opportunità concrete per formarsi e crescere liberi, coinvolgendo le comunità, è la chiave su cui puntare per contribuire a contrastare la povertà”.

Per far crescere bene gli attori del futuro, servirebbe maggiore protagonismo: dal genitore al cittadino senza figli che può animare e tutelare un quartiere, passando per la scuola, le associazioni, le interazioni amicali, tutto incide sulla crescita dei bambini.

Accanto alla popolazione italiana nel suo complesso e ad un target importante di insegnanti e di rappresentanti istituzionali e del Terzo Settore impegnati nel contrasto alla povertà educativa, è stato intervistato anche un segmento significativo di genitori italiani con figli minorenni.

Una delle questioni più gravi che riguardano bambini e ragazzi di oggi è la mancanza di pari opportunità nell’accesso ai servizi– ha commentato Claudia FiaschiPortavoce del Forum Nazionale del Terzo Settore- I numeri sulla povertà educativa minorile nel nostro Paese sono allarmanti ed in forte crescita. Nel 2005 era assolutamente povero il 3,9% dei minori di 18 anni, un decennio dopo la percentuale di bambini e adolescenti in povertà è triplicata, e attualmente supera il 12% (dati Openpolis- Con i Bambini) .Il Terzo settore ha un ruolo di primo piano nel rifondare una cultura educativa che accompagni l’inserimento delle nuove generazioni nelle comunità, offrendo loro un miglioramento delle condizioni di vita ed una prospettiva di futuro.

L’approfondimento di indagine ha confermato i limiti effettivi che bambini ed adolescenti scontano in Italia nell’accesso alle più compiute esperienze di crescita.

L’unica dimensione di apprendimento non curriculare dichiarata dalla maggioranza degli intervistati (60%) è lo sport. Solo metà dei ragazzi, negli ultimi 12 mesi, ha partecipato a spettacoli, presso cinema o teatri. Il 58% dichiara che i figli, nell’ultimo anno, non hanno letto libri. Il 72% non ha potuto fruire del tempo pieno a scuola.

Meno di un quinto, infine, ha frequentato l’asilo nido: un servizio di primaria importanza per il funzionamento delle dinamiche familiari e per la compensazione delle disuguaglianze anagrafiche.

Abbiamo promosso questa indagine- ha spiegato Carlo Borgomeo presidente di Con i Bambini per confrontarci non solo con ii dati rilevati dal nostro Osservatorio e con la domanda che arriva prepotentemente dai territori, ma anche con la percezione del fenomeno nell’opinione pubblica. Il fatto che per la quasi totalità degli intervistati la povertà educativa minorile sia un fenomeno grave e che incide direttamente sullo sviluppo del Paese ci fa capire che, anche se con alcune sfumature, il livello di preoccupazione sulla dimensione del problema è ampiamente diffuso e sentito. Credere però che sia un fenomeno che riguarda solo il Sud (63%) o gli adolescenti (56%) è un errore prospettico: la povertà educativa, seppur marcata in molte aree meridionali e tra i giovanissimi, come dimostrano i tanti progetti avviati sul territorio nazionale, anche se con diversa gravità riguarda tutto il Paese e intacca il futuro dei ragazzi già dalla prima infanzia. E’ proprio da qui che dovremmo affrontare e che affrontiamo il fenomeno”.

Il Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile nasce da un’intesa tra le Fondazioni di origine bancaria rappresentate da Acri, il Forum Nazionale del Terzo Settore e il Governo. Sostiene interventi finalizzati a rimuovere gli ostacoli di natura economica, sociale e culturale che impediscono la piena fruizione dei processi educativi da parte dei minori. Per attuare i programmi del Fondo, a giugno 2016 è nata l’impresa sociale Con i Bambini, organizzazione senza scopo di lucro interamente partecipata dalla Fondazione CON IL SUD.

In tre anni, grazie al Fondo sono stati avviati 355 progetti in tutta Italia con un contribuito complessivo di circa 281 milioni di euro. Gli interventi interessano oltre 480.000 bambini e ragazzi, insieme alle loro famiglie, che vivono in condizione di disagio, coinvolgendo direttamente circa 8.000 organizzazioni, tra Terzo settore, scuole, enti pubblici e privati.

Con i Bambini inoltre ha promosso con openpolis l’Osservatorio sulla povertà educativa minorile, per qualificare il dibattito e fornire ai decisori dati e informazioni importanti sul fenomeno in Italia.

 

Fonte: Vita.it

 

Non è stato l’ennesimo convegno

Non è stato l’ennesimo convegno

Non è stato l’ennesimo convegno

QUINDI ORA COSA SI FA?
Si legge, si condivide, in una costante azione culturale

Di sr Anna Monia Alfieri, suora Marcellina

Autonomia, parità e libertà di scelta educativa in Italia e in Europa è il titolo di un importante seminario sulla scuola paritaria, organizzato dall’Unione superiore maggiori d’Italia (Usmi) e dalla Conferenza italiana dei superiori maggiori (Cism), giovedì 14 novembre a Roma.

L’obiettivo era, ancora una volta, affrontare il problema – anche ai massimi livelli – dell’esistente discriminazione economica tra scuole statali e paritarie, riconosciute queste ultime come parte integrante del servizio di istruzione pubblica del Paese dalla legge 62/2000 (a vent’anni dalla promulgazione della legge), ma non accessibili alle Famiglie a basso reddito.

Si potrebbe pensare: ecco l’ennesimo convegno, i soliti, improbabili principi di massima condivisi solo tra sognatori… Eppure ancora oggi, in Italia, i genitori che scelgono le scuole pubbliche non statali sono costretti a pagare due volte l’istruzione per i loro figli: prima con le tasse, poi con una retta.

La situazione sembra apparentemente bloccata. Eppure i Relatori del 14 u.s. rivelano che si stanno compiendo passi decisivi nel percorso di diritto che archivia qualsiasi strumentalizzazione ideologica. Non si chiede alcun privilegio, nessun favore dalla politica, ma soltanto il permesso di esistere agli ideologi che studiano poco e parlano molto; si chiede invece alla politica e alle istituzioni di garantire il diritto che è già stato ampiamente riconosciuto.

Sono stato compiuti passaggi di diritto importanti dai quali non si recede. Converrebbe condividere i contenuti e diffonderli presso le scuole pubbliche paritarie, gli studenti, i genitori, i docenti, gli amici e anche presso i detrattori che sono invitati a studiare e ad argomentare il contrario.

Qui è in gioco il pluralismo educativo, che non può essere compromesso e perso perché i nemici lo ostacolano con l’ideologia e gli “amici” con lo scoraggiamento…

Con fermezza si afferma che è un bene di interesse pubblico garantire il diritto di apprendere degli studenti senza discriminazione, dei genitori ad esercitare la propria responsabilità educativa in modo libero, e dei docenti a scegliere se insegnare in una buona scuola pubblica, statale o paritaria.

Certamente in Italia non basta che il diritto venga “riconosciuto”: si necessita di cittadini coraggiosi, audaci, disposti a dare la vita (tempo, dedizione…) perché tale diritto sia anche “garantito”. Cosi è dalla notte dei tempi. Quanto ci rimanda l’evento del 14.11.2019 è che USMI e CISM si sono poste accanto al diritto degli studenti, dei genitori, dei docenti, NON a favore dei contributi alla scuola cattolica come la strumentalizzazione è stata solita dire in questi anni, camuffando l’attacco alla famiglia con un attacco alla scuola (più politically correct). Il re è nudo.

Se guardiamo

  1. alla numerosa e sentita partecipazione all’evento;
  2. alla lucidità degli interventi magistrali nei contenuti e nella profondità culturale della Presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati e del presidente della Cei card. Gualtiero Bassetti;
  3. alla generosa chiarezza delle Presidenze USMI nella persona di sr Nicla Spezzati, CISM nella persona di padre Luigi Gaetani;
  4. al confronto serenounitario e propositivo con i componenti del Consiglio Nazionale della Scuola Cattolica presso la Cei che hanno redatto il documento Autonomia, parità e libertà di scelta educativa nel 2017  (Agesc, Cdo-Foe, Cism, Confap, Fidae e Fism); abbiamo ragione di credere che il processi positivo è partito e non si può più fermare.

 

Tre i punti positivi emersi dal Seminario:

1) una chiara posizione di diritto; 
allo scopo suggerisco di voler leggere e approfondire il magistrale intervento della Presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti CASELLATI.
Per la seconda carica dello Stato, “il diritto all’istruzione” da un lato “realizza il diritto fondamentale di libertà, dignità e autonomia del singolo individuo” e dall’altro “pone in essere le migliori condizioni perché ciascuno di noi contribuisca alla costruzione di una cittadinanza responsabile”. “Attraverso l’istruzione – ha osservato – formiamo le future generazioni, ma riusciamo anche a dare nuova linfa a quel patto sociale su cui si regge l’essenza stessa della nostra società”.

E se “la Costituzione indica la via: sancisce i diritti, prescrive i doveri”, la presidente del Senato ha evidenziato che “è compito delle Istituzioni fare in modo che quei diritti vengano garantiti, che quei doveri siano assolti” (clicca qui per l’intervento)


2) Il valore del pluralismo educativo da garantire e non perdere.
Chiaro l’intervento di Sua
 Em.za Rev.ma il Card. Gualtiero BASSETTI, Presidente dei Vescovi Italiani.
La Chiesa ha un patrimonio di valori educativi che non può disperdersi solo per ragioni economiche. Tuttavia, “nonostante l’impegno profuso dalle realtà ecclesiali nel promuoverle e sostenerle, la vita delle scuole cattoliche non è facile, perché manca in Italia quella vera parità che altri Paesi riescono a garantire tra scuole statali e non statali. Ciò può spiegare, insieme ad altri fattori, il calo progressivo nel numero di scuole cattoliche registrato negli ultimi anni in Italia, e ancor più il calo nel numero degli alunni di queste scuole” (clicca qui per l’intervento).

Apprezzatissima la generosa chiarezza del cardinale Bassetti. Non c’è spazio per i fraintendimenti e la scuola cattolica in sala ha trovato, da un lato, la conferma di essere una presenza al servizio del diritto dei genitori, dall’altro ha sentito con forza il chiaro appello a cercare di fare tutto ciò che è possibile per restare garanzia di pluralismo. Che senso avrebbe la libertà di scelta educativa dei genitori, senza un pluralismo garantito da scuole pubbliche statali e pubbliche paritarie?
Queste ultime si indebitano per restare al servizio della Nazione, e quindi della Famiglia. E’ bene dirlo a quanti pensano che la scuola paritaria abbia altri interessi che non siano quelli di impedire al Paese di cadere nel monopolio educativo.
NON SI CHIEDONO PRIVILEGI, SCONTI, PERMESSI AD ESISTERE. Chi vuole alimentare la confusione si assuma la responsabilità della discriminazione perpetuata verso le persone indicate. E se il soggetto è lo Stato, è grave. Il monopolio è sempre un danno, a maggior ragione quello scolastico. Ne va… ne va la vita delle teste pensanti di uno Stato.

3) La chiara volontà dei presenti tutti a schierarsi a garanzia dei tre diritti;
diritto di apprendere, diritto della libertà di scelta educativa, diritto di insegnamento senza discriminazione economica. 
E’ qui che si colloca il costo standard di sostenibilità come strumento per uscire dalla zona franca che legittima l’inerzia.
Venga declinato dalla politica come vuole…

Ma che si attui!

A parole la politica converge oltre ogni schieramento politico … si attende la riapertura del tavolo  di lavoro indetto dalla Ministra Fedeli.

E’ nato un nuovo oratorio!

E’ nato un nuovo oratorio!

E’ nato un nuovo oratorio!

Un oratorio che nasce come un albero in silenzio

 

Di Marco Pappalardo

 

Mentre la conclusione e le prime conclusioni del Sinodo sull’Amazzonia giustamente riempiono l’interesse dei media, porto l’attenzione su una piccola notizia diocesana – come un albero piantato nel silenzio che dà speranza di diventare una foresta – cioè l’inaugurazione di un nuovo oratorio a Catania.

Non distoglierà di certo i riflettori dalle grandi questioni, ma può aiutare a riportare i piedi per terra sul cammino silenzioso e ordinario, fedele e creativo, che avviene nelle Chiese locali.

Anche perché, fra pochi giorni, così sarà pure dell’Amazzonia, poiché – dobbiamo essere onesti – se non fosse stata per la scelta di Papa Francesco di indire un Sinodo, se ne sarebbe parlato solo per le questioni ambientali e non certo ecclesiali o pastorali. Vuol dire, pure, che con una spinta nuova in quelle terre si ritornerà a servire Cristo e l’umanità senza clamori, come prima del Sinodo, allo stesso modo in cui – seppure in circostanze diverse – lo si farà nell’Oratorio San Filippo Neri del capoluogo etneo.

Se il paragone sembrasse troppo ardito, aggiungo che le due realtà tanto lontane hanno un importante elemento in comune, cioè la “valorizzazione” dei laici, in più forme emerso nel documento sinodale e nella modalità di gestione di questo oratorio salesiano, visto che è animato da una coppia di sposi con ben quattro figli piccoli.

Nadia e Lorenzo, lei è avvocato, lui psicologo e docente, tutta l’adolescenza e la giovinezza impegnata con passione nel mondo salesiano. Senza lasciare le proprie professioni, con sacrifici e con un’ottima capacità organizzativa, hanno accolto anni fa la scommessa di diventare responsabili laici di un oratorio particolarmente significativo in città, dove i salesiani non riuscivano più ad essere presenti con una comunità, pur mantenendo la cura spirituale.

L’inizio – 12 anni fa – non è stato semplice, l’accoglienza non da tutti calda, persino da parte di alcuni laici; già capita quando cambia il prete o la suora per l’obbedienza dei superiori, figuriamoci se al posto di un religioso arriva una coppia di laici. Si sono dovuti ricredere tutti ed in poco tempo!

L’oratorio è rifiorito, la comunità educativa rinata, i cortili e la sale piene di ragazzi dalle 14 fino a tarda sera, tanti giovani ed adulti hanno riscoperto la propria vocazione educativa, alcuni – insieme a Nadia e Lorenzo – facendo la promessa come Salesiani Cooperatori.

Nel frattempo la famiglia cresce – fino a pochi mesi fa! – ed i piccoli si trovano in una grande famiglia, respirando l’aria buona dell’amorevolezza, in una casa bene inserita all’interno dello stesso istituto quasi per una specie impegno ad “inculturarsi”, per stare più vicini al territorio ed alla gente. Ma non finisce qui e sembrerebbe non concludersi bene!

La struttura, ampia e in una bella posizione in città, viene messa in vendita dai Salesiani, all’interno di una meditata e sofferta riorganizzazione della presenza in Sicilia, e acquistata da un’altra realtà educativa con finalità scolastica e culturale.

Nadia e Lorenzo sono naturalmente al corrente della situazione, non hanno alcun obbligo, possiedono un’abitazione al di fuori dell’istituto, lavorano entrambi, i figli richiedono sempre più attenzione crescendo. Non guardano tuttavia a sé stessi e, forti dell’amore di Dio, saldi come sposi, confortati dalla comunità oratoriana, si mettono a cercare in zona un luogo dove trasferire l’oratorio sull’esempio di Don Bosco agli inizi della sua esperienza a Torino.

La Provvidenza, come allora, aiuta chi non si dà per vinto ed un parroco gli mette a disposizione alcuni ambienti provvisori, accogliendoli familiarmente. Come il Santo dei giovani, si spostano là con uno stuolo di ragazzi, animatori, educatori e materiale, mentre sognano una “casa” stabile, e la “casa” arriva, là vicino, tutta da ristrutturare ma è il posto giusto, quello di un Oratorio per tutti, inaugurato dopo alcuni mesi di intenso lavoro pochi giorni fa, a servizio di due quartieri popolari della città.

Non c’è per questa realtà un “documento finale”, ci sono ancora sforzi economici da fare, ma tutto comincia ora con le parole di ringraziamento di Nadia e Lorenzo: «Un grazie a Don Bosco che ci chiama a rendere ogni giorno la nostra vita un capolavoro ricevendo più di quanto doniamo!».

La povertà in Italia

La povertà in Italia

La povertà in Italia

In Italia sono oltre un milione e 260 mila i bambini che vivono in condizioni di povertà assoluta; negli ultimi dieci anni sono triplicati: passando dal 3,7% del 2008, pari a 375 mila, al 12,5% del 2018. Di questi bambini: 563 mila vivono nel sud, 508 mila al nord e 192 mila al centro. A denunciare la condizione dei minori in Italia è Save the Children nell’Atlante dell’Infanzia a rischio

Un paese «vietato ai minori», dove negli ultimi dieci anni il numero dei bambini e ragazzi in povertà assoluta è triplicato, raggiungendo quota 1,2 milioni. Dove ci sono sempre meno nascite, si riducono sempre più gli investimenti nella spesa sociale per l’infanzia e l’istruzione, cresce la dispersione scolastica e gli studenti sono costretti in scuole non sicure: oltre 7mila sono vecchi e più di 21mila senza certificato di agibilità. È la fotografia dell’Italia scattata dal decimo Atlante dell’Infanzia di Save The Children, la pubblicazione a cura di Giulio Cederna e intitolata “Il tempo dei bambini” che fa il bilancio della condizione dei bambini e adolescenti in Italia negli ultimi dieci anni. Scoprendo che i giovani italiani leggono sempre meno libri ma passano sempre più tempo on line: la percentuale di”iperconnessi” è aumentata di quasi il 40% tra il 2008 e il 2018.

Il rapporto è stato presentato in 10 città italiane in occasione del lancio della nuova edizione della campagna “Illuminiamo il futuro” contro la povertà educativa. Campagna accompagnata da una petizione on line con l’hashtag #italiavietatAiminori per il recupero di 16 spazi pubblici abbandonati sparsi per la penisola, da destinare ad attività extrascolastiche gratuite per i bambini e a spazi scolastici sicuri.

Minori in povertà

Secondo Save The Children la percentuale di minori che in Italia oggi vivono in povertà assoluta, ovvero senza i beni indispensabili per condurre una vita accettabile, è più che triplicato, passando dal 3,7% del 2008 al 12.5% del 2018. Un record negativo tra i Paesi europei, dicono i dati, che è peggiorato negli anni più duri della crisi economica, tra il 2011 e il 2014, quando è passato dal 5% al 10%. In termini assoluti, sottolinea l’organizzazione per l’infanzia, i numeri sono ancora più impressionanti: nel 2008 i minori in questa condizione erano circa 375mila, nel 2014 già sfioravano 1, 2 milioni. Oggi sono 1,26 milioni (563mila nel mezzogiorno, 508mila a nord e 192mila al Centro). «Fortissimi», secondo il rapporto, i divari territorialise in Emilia Romagna e Liguria poco più di un bambino su 10 vive in famiglie con un livello di spesa molto inferiore rispetto alla media nazionale, questa condizione peggiora in regioni del Mezzogiorno come la Campania (37,5%) e la Calabria (43%). Una povertà che si manifesta nella mancanza di beni essenziali, lo stretto indispensabile per una vita dignitosa: un’alimentazione e un’abitazione adeguata: nel 2018, infatti, sono 453mila gki under 15 che hanno beneficiato di pacchi alimentari.

La spesa per l’infanzia: «Bassa e ingiusta»

«In un paese impoverito, in cui si fanno sempre meno figli e in cui il tema dell’integrazione dei “nuovi italiani” diventa sempre più urgente», dice Save The Children, l’Italia continua a «non avere un Piano strategico per l’infanzia dotato di adeguati investimenti». Secondo i numeri, infatti, siamo tra i paesi Ue che meno investe nell’infanzia, con forti divari anche a livello territoriale: a fronte di una spesa sociale media annua per famiglia e minori di 172 euro pro capite da parte dei comuni, la Calabria si attesta sui 26 euro e l’Emilia Romagna a 316. Un divario che penalizza il Sud e in particolare tutte quelle aree che sono state colpite dalla mancata definizione dei Livelli essenziali delle prestazioni sociali (LEP) previsti dalla riforma del Titolo V della Costituzione. In mancanza di un intervento di riequilibrio da parte dello Stato centrale, i divari territoriali e regionali sono cresciuti, piuttosto che diminuire, nel corso degli anni.

Meno fondi, più abbandoni e scuole non sicure

Secondo l’Ocse l’Italia spende per istruzione e università circa il 3,6% del Pil a fronte di una media degli altri paesi del 5 per cento, ricorda Save The Children, sottolineando che la causa di questo ritardo «va ricercata in un’azione precisa, consapevole e devastante», ovvero la spending review dispensata dalla riforma del 2008, che «ha scippato alla scuola e all’università 8 miliardi di euro in 3 anni». Così la spesa per l’istruzione, spiega ancora l’organizzazione per l’infanzia, è crollata dal 4,6% del Pil del 2009 fino al minimo storico del 3,6% del 2016 (ultimo dato Ocse disponibile), mentre nello stesso periodo «molti paesi europei» portavano «gli investimenti nel settore istruzione e ricerca al 5,3% di Pil, per poi scendere al 5% negli anni a seguire». Un «tempo perso» che, secondo Save The Children, si traduce ogni anno «in centinaia di migliaia di bambini persi alla scuola», ovvero i cosiddetti “Early school leavers”, su cui l’Italia – pur avendo fatto significativi passi in avanti – resta indietro, attestandosi attualmente a un 14,5%. Resta il nodo della sicurezza: i dati parlano di 21.662 istituti scolastici che in Italia non hanno un certificato di agibilità e di 24mila senza certificato di prevenzione per gli incendi.

Sempre meno libri, sempre più Web

L’indigenza diventa anche povertà educativa: nel 2008, secondo i dati, i ragazzi che non leggevano nemmeno un libro oltre quelli scolastici erano il 44,7%, dopo 10 anni sono diventati il 47,3 per cento. Meno stimoli culturali e meno sport – un under 17 su 5 non pratica nessuna attività sportiva – ma sempre più Web: nel 2008 il 23,3% dei minori non usava quotidianamente Internet, quota che è scesa nel 2018 a solo il 5,3%, con una riduzione del digital divide tra Nord e Sud del paese.

 

Fonte: Vita.it

Hate speech

Hate speech

Hate speech

di Sara De Carli per Vita.it

«La quotidianità dei nostri ragazzi è infarcita di hate speech: il punto è che non c’è la percezione della gravità di sistema del linguaggio d’odio, perché quello è l’unico mondo che i ragazzi conoscono. Anche quando c’è una reazione, spesso è un “regolamento di conti” in cui l’adulto non esiste mai»: la riflessione di Emanuele Russo dopo l’esperienza in 410 scuole con il progetto #iorispetto

 «Il bullismo è la punta iceberg, ma la quotidianità dei nostri ragazzi è infarcita di discorso d’odio: sui social hanno costantemente esperienza di ciò. Solo che quasi nessuno lo percepisce come tale, non percepiscono la differenza fra questo e discorsi e relazioni basati sul rispetto… di conseguenza non lo vivono come problema. Anche noi adulti siamo bersagliati dall’hatespeech, ma siamo cresciuti in un contesto diverso, lo riconosciamo e capiamo come neutralizzarlo. I ragazzi che oggi sono alle medie, no». A parlare così è Emanuele Russo, referente per i progetti di Educazione alla Cittadinanza Globale (CGE) di CIFA. Con il progetto #iorispetto, cofinanziato dall’AICS e partito a marzo 2018, hanno coinvolto 410 classi delle scuole secondarie di primo grado, in 130 comuni, con l’obiettivo di rafforzare le competenze professionali dei docenti sul contrasto al discorso d’odio, alla cittadinanza attiva e all’inclusione sociale, così da favorire, attraverso metodologie partecipative, l’attivazione consapevole degli alunni per il contrasto alla discriminazione e ai discorsi d’odio.

«Il progetto è un laboratorio di contrasto al linguaggio d’odio, diverso da un progetto sul bullismo. Siamo interessati a definire cos’è il discorso d’odio, dando a bambini e insegnanti strumenti per riconoscerlo, identificarlo e affrontarlo», spiega Russo. E cos’è l’hate speech? «Qualcosa che non è solo la singola parola o insulto, magari su momento di rabbia… il discorso d’odio è una narrazione protratta nel tempo che mina la dignità della persona ed è un primo passo lungo una china che può arrivare anche al crimine d’odio. In persone che stanno costruendo la loro personalità, fa la differenza crescere o no in un clima in cui è legittimo e accettabile denigrare un’altra persona per caratteristiche personali, religiose, etniche… Se questo è accettabile, non avranno gli strumenti interiori per opporsi e anche chi ne è bersaglio rischia di derubricare il tutto come una presa in giro. Ecco, noi abbiamo lavorato su questo, sul riconoscere, decodificare e imparare ad affrontare».

Per Russo non è tanto questione di competenze social: «già alle medie la dimensione del rapporto con i social è pervasiva, ci saranno uno o al massimo due ragazzi per classe che non hanno lo smartphone o non sono sui social, peraltro devo dire che questa cosa almeno in apparenza non viene denigrata. Conoscono bene le dinamiche dei social e le usano, il punto è che non c’è la percezione della gravità di sistema del linguaggio d’odio, perché quello è l’unico mondo che conoscono». Il tema è questo. E il fatto che, di conseguenza, i ragazzi «fanno fatica a capire la necessità di far uscire questo discorso dalla sfera privata, dalla logica del “regolamento di conti”. Difficile far passare che questa cosa deve essere affrontata da tutti, altrimenti il problema si sposta ma non si risolve. Ognuno se la gestisce da solo ed è anzi un vanto sapersi difendere da solo. Abbiamo visto anche una discreta capacità di rispondere come “branco” se viene toccato un amico particolarmente importate, ma quel che colpisce è che l’adulto non esiste mai in queste dinamiche regolamenti di conti. Si difendono e non prevedono quasi mai l’intervento di adulto, perché esiste negli adulti un tale gap di conoscenza sui social e sul digitale, che un adulto non viene preso in considerazione nella soluzione perché non sa neanche quali sono i social che usano i ragazzi. Per questo chi ha più di 40 anni, dobbiamo tutti metterci a studiare».

Il progetto #iorispetto, di cui CIFA è capofila, vede un partenariato composto anche da Amnesty International Italia, Ammi, Corep e Icei. Fra gli strumenti utilizzati c’è uno speciale kit di Amnesty Kids dedicato all’hatespeech, con quaderni operativi per alunni per attivarsi e diventare cittadini attivi; il teatro sociale di comunità; l’incontro con mediatori multiculturali. «Non entriamo in classe chiedendo “avete vissuto situazioni di hatespeech? Come vi siete comportati?”, ma esordiamo chiedendo ai ragazzi “sapete che le parole hanno pesi diversi e possono fare male?”», continua Russo. In 410 classi è stato distribuito il kit costruito apposta per il progetto, con cinque unità didattiche, AMMI ha partecipato con un mediatore che ha affrontato la dimensione multiculturale del discorso d’odio, COREP ha messo la sua esperienza nelle metodologie teatrali e partecipative per affrontare l’hatespeech in classe e non lasciar cadere i problemi che si presentassero in classe. Sono stati formati 90 insegnanti, con tre corsi residenziali (a Palermo, Albano Laziale e Torino), i ragazzi sono stati coinvolti anche in due iniziative di raccolta firme lanciate da Amnesty International per bambini che avevano subito violazioni di diritti umani e in un contest di disegni per un mondo senza odio, con una delegazione di 10 ragazzi che ha consegnato migliaia di disegni al MIUR.

Crediamo molto nella necessitò del protagonismo giovanile e in attività di educazione alla cittadinanza e ai diritti umani volte a far sì che le persone diventino attive sul loro territorio. Perché diritti umani e inclusività sono cose che si praticano, non che si studiano. Emanuele Russo, CIFA

«Noi come CIFA crediamo molto nella necessitò del protagonismo giovanile e in attività di educazione alla cittadinanza e ai diritti umani volte a far sì che le persone diventino attive sul loro territorio, poiché diritti umani e inclusività sono cose che si praticano, non che si studiano. La filosofia di approccio, come CIFA, è quella dei tre cerchi: il primo cerchio è il bambino, beneficiario ultimo, che può imparare e decidere di attivarsi ma che non può fare molto se la comunità educante intorno a lui non è sensibilizzata, perché un bambino parla se ha qualcuno che lo ascolta. Il secondo cerchio è la comunità educante – genitori, insegnanti, associazionismo, abbiamo fatto alcuni laboratori con i genitori, qualche volta venuti bene qualche volta no. Il terzo cerchio è la comunità pubblica, se la comunità educante non sta in un contesto in cui la componente politica è sensibile, poco si può fare. Il progetto deve raggiungere tutti e tre i cerchi, altrimenti resta un po’ monco. Il lavoro al terzo livello lo abbiamo fatto su pochi Comuni (Palermo, Milano, Matelica e Pomezia, Albano laziale) servirebbero fondi diversi e tempi più ampi, di almeno due o tre anni».

Dall’11 al 13 novembre, sei classi che si sono particolarmente distinte, andranno a Torino per una tre giorni di incontro e chiusura del progetto: il 12 novembre lasceranno i loro messaggi e disegni su un grande tappeto rosso che verrà consegnato al Comune di Torino.

Fridays for future e noi

Fridays for future e noi

Fridays for future e noi

​Non si sogna mai da soli.

Dedicato agli Educatori

 

Di Mauro Magatti, in generativita.it

 

Fridays For Future è un movimento che va preso sul serio perché, forse persino aldilà della consapevolezza dei suoi attori, sta dicendo qualcosa di importante al nostro mondo, portando alla luce una critica di cui chi sta all’interno dell’ordine normale delle cose (noi adulti) sembra non riuscire a cogliere portata e urgenza. Bisogna saper discernere. Ma sarebbe sbagliato non ascoltare.

In fondo, è la prima volta dal 1968 che le nuove generazioni si organizzano per protestare contro il mondo degli adulti. Un mondo che, formatosi proprio negli ultimi cinquant’anni, oggi si scontra con una serie di gravi contraddizioni. Nel 1968 si protestò contro l’autorità, il paternalismo, la rigidità dei modelli di vita; oggi la protesta è centrata sui temi del riscaldamento globale, degli stili di vita, della distruzione dell’ecosistema.

Allora a scendere in piazza furono i giovani studenti che frequentavano le università più prestigiose dell’Europa e degli Stati Uniti d’America; oggi i protagonisti sono adolescenti che vivono nelle principali città di tutto il mondo. A dire che per trovare una voce critica si è dovuti andare ancora più a ritroso nell’età, tra chi ancora è sulla soglia della vita: se a prendere l’iniziativa sono oggi gli adolescenti forse è perché i giovani che hanno qualche anno di più sono già stati in buona misura assimilati al modo di vita dominante. «Ci avete rubato i nostri sogni», è stata l’espressione ripresa dalla stampa mondiale per riassumere il discorso che la piccola Greta – simbolo suo malgrado di questo movimento globale emergente – ha pronunciato davanti all’assemblea dell’Onu.

Una frase potente ed evocativa ma il cui significato rimane ambivalente. Che cosa vogliono dire i ragazzi? Per alcuni aspetti, questa frase sembra esprimere risentimento. Come se gli adolescenti fossero arrabbiati perché si rendono conto di essere la prima generazione che rischia di non poter accedere ai livelli di benessere che sono stati goduti dagli adulti. Tagliati fuori da quel ‘godimento’ che vedono attorno a loro e a cui pure aspirerebbero.

Ma l’espressione di Greta può rinviare anche a un diverso significato. La domanda che bisogna farsi è infatti la seguente: perché e chi ha rubato i sogni visto che nessuno ne aveva intenzione? Non è questa una cosa sorprendente – e forse persino scandalosa – per una generazione di adulti che l’ultima cosa che avrebbe pensato è di arrivare ad un tale risultato? Vista in questa prospettiva, la protesta dei ragazzi – che non può che essere un po’ naïve – può diventare una preziosa occasione per riflettere criticamente sul nostro modo di vita. Il problema è la radice antropologica del modello di sviluppo che si è affermato negli ultimi cinquant’anni, a partire dal ’68 e cresciuto poi nell’habitat neoliberista: l’origine dei nostri problemi non è forse aver detto che ogni singolo individuo è portatore del proprio sogno e che l’economia è il sistema deputato ad aumentare le opportunità disponibili? È perché ha creduto in questa idea che la nostra generazione ha finito per costruire un mondo in cui alla fine i sogni non esistono più. Semplicemente perché ce li distruggiamo a vicenda, distruggendo nel contempo tutto ciò che ci circonda.

È questo il nodo che va affrontato per aprire una prospettiva davvero nuova e impegnativa. La natura della crisi sistemica di quel riscaldamento globale che minaccia il futuro della vita è il sintomo della reazione del pianeta Terra nei confronti di quella modalità predatoria adottata da miliardi di Io, ‘ciascuno perso dietro ai fatti suoi’ per citare Vasco Rossi. I sogni di tutti possono essere coltivati solo a condizione che si torni a comprendere che siamo tutti intimamente legati gli uni gli altri, nel quadro di una serie di compatibilità (che abbiamo invece rimosso). E chiaro che il movimento degli adolescenti non riesce a cogliere tutte implicazioni profonde della protesta che pure ha il merito di portare alla luce.

Ma non ci si illuda. Come è successo col ’68, ci aspettano anni in cui la faglia apertasi con Fridays For Future si approfondirà, trasformando un po’ per volta il nostro modo di vivere. Con tutte le ambivalenze che processi di questi tipo necessariamente generano. Da un lato, le spinte fondamentaliste miranti alla contrapposizione frontale nei confronti dell’organizzazione esistente; dall’altro la rapida omologazione di ogni discorso col tentativo da parte dei grandi interessi di appropriarsi e sterilizzare le idee espresse degli adolescenti. In mezzo c’è lo spazio per un cammino di cambiamento culturale vero, che superi l’idea individualistica e restituisca centralità della dimensione relazionale della nostra vita personale e sociale. Che è la vera questione da affrontare. I giovani hanno tutto il diritto di sognare. Non smettano di farlo! Imparando però la lezione che i fallimenti della nostra generazione insegna: non si sogna mai da soli. Si sogna sempre con gli altri, su un pianeta che ci ospita e in un cosmo che ci abbraccia.

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