2^ domenica dopo l’Epifania

2^ domenica dopo l’Epifania

2^ domenica dopo l’Epifania

19 gennaio 2020 – Anno A

 

 

Vangelo di Giovanni 1, 29-34

 

Commento di suor Cristina Merli, FMA

 

Mi sono sempre chiesta come mai, per il suo primo miracolo, Gesù abbia accettato di porre un segno apparentemente secondario rispetto a guarigioni, liberazioni di indemoniati, uscita da sepolcri.

 

Ho trovato risposte teologiche di grande illuminazione.

 

Qui, però, vorrei prendermi la licenza di partire dalle nozze di Cana per operare una piccola deviazione, magari non proprio ortodossa, rispetto al Vangelo proposto questa domenica: voglio guardare “le piccole gioie della vita” che anche Gesù ha gustato. Come un bicchiere di vino buono, un pasto saporito, il sole che se ne va con la promessa sempre mantenuta del suo ritorno, lo sguardo dell’amico, il caldo del camino, un frutto dell’orto che matura sotto i nostri occhi.

 

Fermarsi e assaporare questi momenti, a volte, ci fa provare la triste impressione di “perdere tempo”. Allora riprendiamo a correre, a lavorare, ad affannarci per silenziare i sensi di colpa. Ed è una sensazione triste perché, se ci allontaniamo da lì, ci allontaniamo dalle cose belle, buone e vere che Dio ci ha dato per farci più felici.

 

Nel medioevo, epoca da sempre considerata “buia”, dove per arrivare alla perfezione dovevi disprezzare le cose del mondo, campeggia un gigante delle “piccole gioie della vita”: Francesco d’Assisi.

Il Cantico di Frate Sole ne è l’emblema, ma ci sono episodi della vita di Francesco che stupiscono per la sua capacità di godere di tutto ciò che parla di Dio.

Ottobre 1226. Francesco sa che ha ancora poco da vivere e fa scrivere una lettera ad una sua amica.

“A donna Jacopa, serva dell’Altissimo, frate Francesco poverello di Cristo, augura salute nel Signore e la comunione dello Spirito Santo. Sappi, carissima, che Cristo benedetto, per sua grazia, mi ha rivelato che la fine della mia vita è ormai prossima. Perciò, se vuoi trovarmi vivo, vista questa lettera, affrettati a venire a Santa Maria degli Angeli, poiché se non verrai prima di tale giorno, non mi potrai trovare vivo. E porta con te un panno di cilicio in cui tu possa avvolgere il mio corpo e la cera per la sepoltura. Ti prego ancora di portarmi di quei dolci, che eri solita darmi quando mi trovavo ammalato a Roma.”

(lettera a donna Giacomina – 253-254-255)

Prima di morire, Francesco chiede di poter gustare ancora quei dolci, i mostaccioli, fatti di mandorle e miele, che solo donna Jacopa sapeva confezionare così buoni.

Peccato di gola? No, in fin di vita non chiedi qualcosa di banale, tanto più se sei San Francesco, ma chiedi qualcosa che ti permetta di avvicinarti a Dio. E l’uomo di Assisi lo fa con dei biscotti, perché per lui tutte le cose create sono emanazione diretta del Suo amore, per questo in esse bisogna immergersi, di esse gioire, da esse lasciarsi pervadere.

Mi piace leggere Montale e pensare che le “piccole gioie della vita” siano per tutti, gratis, regalate da Dio anche al poeta che non riesce ad andare oltre il segno, che non riesce a vedere Colui che esse indicano.

[…]
La pioggia stanca la terra, di poi; s’affolta
il tedio dell’inverno sulle case,
la luce si fa avara – amara l’anima.
Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo dei cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d’oro della solarità.

Eugenio Montale, I limoni

 

Splendido questo suo prestare “attenzione” alla realtà, questa sua attitudine a volgere l’animo e la mente agli oggetti che gli si fanno incontro. E tenace e onesta la sua ricerca dell’Oltre che i limoni portano in sé e che lui non riesce a vedere.

 

Ci insegna l’attenzione, Montale. E oggi ne abbiamo un grande bisogno, perché la distrazione può rubarci le “piccole gioie della vita” e fare in modo che esse ci attraversino senza che riusciamo a sentirne il sapore. E le cose “sanno di Dio”.

 

E allora, come dice Franco Arminio:

Abbiamo bisogno di contadini,
di poeti, gente che sa fare il pane,
che ama gli alberi e riconosce il vento.
Più che l’anno della crescita,
ci vorrebbe l’anno dell’attenzione.
Attenzione a chi cade, al sole che nasce
e che muore, ai ragazzi che crescono,
attenzione anche a un semplice lampione,
a un muro scrostato.
Oggi essere rivoluzionari significa togliere
più che aggiungere, rallentare più che accelerare,
significa dare valore al silenzio, alla luce,
alla fragilità, alla dolcezza.

 

Che sia l’anno dell’attenzione.

 

Riusciremo così non solo a sentire il sapore del vino eccellente di Cana, ma anche a riconoscere in esso il segno che ci indica che il Dio di Gesù è il Dio della gioia, quella gioia che Lo disvela anche nelle piccole cose.

2^ domenica del Tempo Ordinario

2^ domenica del Tempo Ordinario

2^ domenica del Tempo Ordinario

19 gennaio 2020 – Anno A

 

Vangelo di Giovanni 1, 29-34

Commento di suor Cristina Merli, FMA

 

E ancora una volta, come sempre, prima che noi riusciamo a muovere un passo verso di Lui, è Dio che ci viene incontro, ci cerca, desidera incontrarci.

“Il giorno dopo, vedendo Gesù venire verso di lui…”.

Non sono gli sforzi di volontà, gli alti propositi, le decisioni ferree di essere più buoni a farci sentire il desiderio di vivere una vita più degna, più bella, più vera, ma solo il suo chinarsi su di noi, il suo rimanere piegato su di noi.

Giovanni Battista riconosce Gesù al di là delle sue connotazioni fisiche e anagrafiche e, cosa sorprendente, lo mostra come “l’Agnello Dio”.

Ma come, lui che aveva speso la vita a preparare la strada a un Dio che stava per arrivare con la “scure” e con il “ventilabro”, riconosce in Gesù colui che viene non con il volto del giustiziere, ma con quello di un “agnello”?

Il Battista, che ha trascorso la vita a preparare la strada ad un giudice, ora vede oltre, vede Altro, vede il Vero.

Vede che, al posto di pretendere dall’uomo sacrifici propiziatori, Dio sacrifica se stesso; al posto di chiedere la vita, offre la sua; al posto di mostrarsi onnipotente, si mostra bisognoso come un agnello a cui serve il latte di una madre e la mano di un pastore.

Ci vuole certamente una grande capacità di visione per cambiare prospettiva su Dio in così poco tempo.

Ma da dove gli arriva questa intelligenza?

Credo derivi dall’attitudine acquisita, giorno dopo giorno, a guardare il mondo “per quello che è” e non “secondo me è”, ad abitare la realtà con un’attenzione totale alle persone e alle cose, al frammento in cui abita misteriosamente l’Eterno.

E per riuscirci deve decentrarsi.

Ed è proprio ciò che il Battista ha fatto.

Io non sono la Parola, sono la voce che pronuncia la Parola.
Io non sono lo Sposo, sono l’amico dello Sposo.
Io non sono quello che dovete seguire, sono il dito che indica chi dovete seguire.
Io vi battezzo con acqua, ma viene uno che è più forte di me,
che vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco.

 

Ecco cosa ha fatto Giovanni: ha messo al centro Gesù e non se stesso. E allora ha potuto riconoscerlo per quello che è: il Figlio di Dio venuto per portare la tenerezza, per farci conoscere l’Amore, disposto a dare la vita pur di ricongiungere l’uomo all’unica Fonte di felicità.

Spostarci dal centro è possibile a partire dalle cose più semplici e quotidiane.

Forse proprio per questo è complicatissimo.

Quando uno lamenta un suo acciacco e l’altro incalza con un dolore più grande, è una gara a chi sta peggio, pur di stare al centro.

Decentrarsi è ascoltare l’altro in silenzio, cercando solo di capire il suo disagio.

Quando a scuola, a catechismo, in casa un ragazzo risponde male, farsi da parte è, prima di rispondere, cercare di capire perché ha risposto così.

Quando a tavola c’è qualcosa di buono e comincia la rincorsa ad accaparrarselo, mettere al centro gli altri commensali è aspettare ad alzarsi e vedere se qualcun altro ne vuole.

Quando la nonna o la sorella anziana raccontano per l’ennesima volta la stessa storia accaduta cent’anni fa, decentrarsi è sorridere dentro e fare finta di non averla mai sentita.

Quando un avversario viene elogiato per una buona impresa e nasce la tentazione di trovare quella piccola frase che possa screditarlo, farsi da parte è guardare all’oggettività del bene fatto e, se proprio non si riesce ad applaudire, almeno tacere.

Ce lo insegna Giovanni: togliersi dal centro non è la strada della rinuncia, è la strada che libera, è la strada della gioia!

“Io ho visto ed ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio” che è disposto a tutto pur di sapermi felice.

The Gift: il percorso di Johnny Cash

The Gift: il percorso di Johnny Cash

The Gift: il percorso di Johnny Cash

Il film sul doppio viaggio dell’Uomo in nero

 

Di Lorenzo Randazzo per ilsussidiario

Su Youtube è disponibile gratuitamente un documentario (sottotitolato) di un’ora e mezza diretto da Thom Zimny sulla vita di Johnny Cash

“Il Signore ha messo la sua mano su di te, non dimenticare mai il Dono”. Johnny Cash rievoca le parole della madre quando lo sente cantare per la prima volta con quella voce incredibile. La Voce come Dono: “È la prima volta che lo ha chiamato così. Cantare, comporre canzoni per la mia voce, questo è il Dono”. 

Per chi ha conosciuto e amato Johnny Cash grazie alle sue canzoni, tramite i video dei suoi celebri concerti nelle prigioni o anche solo grazie al film Quando l’amore brucia l’anima – Walk the line in cui il ruolo Johnny è interpretato dall’ottimo Joaquin “Joker” Phoenix, non può perdersi la visione di The Gift: The Journey of Johnny Cash. Si tratta di un documentario di un’ora e trenta del regista Thom Zimny (Western StarsSpringsteen on Broadway) disponibile gratuitamente e in esclusiva su YouTube che percorre la vita del Man in Black tramite foto e filmati originali con la voce narrante dello stesso Cash, dei suoi figli Rosanne Cash e John Carter Cash e di artisti del calibro di Graham Nash, Jackson Browne e Emmylou Harris.

Nel documentario ci sono parecchi brani della produzione di Cash (su Spotify è disponibile l’intera playlist) e l’apertura è con il classico Folsom Prison Blues (Hello, I’m Johnny Cash!!!) in cui scorrono diverse immagini del famoso concerto nel carcere di Folsom. La colonna sonora originale del film, in cui le parole di Cash sono parte integrante, è invece opera di Mike McCready, chitarrista dei Pearl Jam, che accompagna il viaggio umano e artistico dell’Uomo in Nero dalla nascita nell’Arkansas rurale nel 1932 fino alla sua scomparsa a Nashville nel 2003.

Nei giorni nostri si sente spesso parlare del Green New Deal che innoverà la produzione industriale mondiale e che rivoluzionerà la società con una nuova impronta verde.

Nel 1935 il “New Deal” del presidente Roosevelt ha invece come obiettivo di promuovere lo sviluppo agricolo della Nazione consegnando un appezzamento di terra, una casa, un fienile e un mulo a centinaia di famiglie… il padre di Johnny è uno dei fortunati vincitori. Johnny cresce quindi in un contesto umile di provincia e di duro lavoro nei campi e dopo una breve parentesi in fabbrica alla Pontiac, si arruola nell’Air Force dapprima in Texas, dove conosce la prima moglie Vivian Liberto, e poi in Germania dove viene impiegato nel reparto radio a decifrare i codici russi.

Chi meglio di lui ha orecchio per “comprendere come le parole si combinano e come i versi e i ritmi riescono a combaciare e a stare bene insieme”, racconta il figlio John Carter Cash. Il ritorno e quindi la decisione di intraprendere una carriera musicale sono l’inizio del mito di Johnny Cash.

Bruce Springsteen contribuisce nel filmato con una riflessione sulla musica Country: “Peccato e Salvezza. La musica country è tutta sul sabato sera e la domenica mattina. Pentirsi, pentirsi la domenica per quello che hai fatto la sera prima”. Saturday Night e Sunday Mornings, questo è il Country e questa è stata la vita di Johnny Cash. Le droghe, l’alcol e le medicine, anche prescritte dai medici, servono per sostenere la vita estenuante in Tour e le performance dal vivo cariche di energia. “La vita è una questione di scelte”, si ricorda nel film, come quella di privilegiare la musica con la Columbia (anziché continuare con la piccola Sun Records), che comporta lunghi tour promozionali, piuttosto che dedicare tempo alla moglie e alle 4 figlie.

Quindi l’incontro con June Carter che si unisce ai suoi concerti nel ’62 per non lasciarlo più: si sposa in seconde nozze e rimarrà la sua compagnia per il resto dei suoi giorni.

Tra i passaggi chiave della sua vita, la morte da ragazzino dell’amato fratello Jack per via di un incidente in segheria e il suicidio di Glen Sherley carcerato di Folsom e autore di “Greystone Chapel” che Johnny aveva coinvolto nei suoi show musicali. Johnny Cash continuerà a fare del bene al prossimo, ma questi due eventi drammatici lo aiuteranno a comprendere meglio che la vita degli altri e la loro salvezza non dipendono direttamente dalle sue azioni. Fervente cristiano e amante della Bibbia, Johnny Cash ha sempre tirato dritto per la sua strada, I walk the line.

Il cantautore Claudio Chieffo, attento conoscitore dell’animo umano, cantava in Favola: “Non arrenderti al buio che le cose divora, ora è notte ma il giorno verrà ancora”. Johnny Cash ha camminato più volte nel buio, ma poi ha sempre ritrovato la luce. Loss and Salvation, dolore e luce: la religione e la spiritualità hanno determinato la personalità e hanno sempre guidato la vita artistica di Johnny.

“Quale vantaggio ha un uomo che guadagna il mondo intero ma perde se stesso”?

Ottenuto un successo clamoroso, in cui l’apice viene raggiunto con lo spettacolo televisivo Johnny Cash Show in cui diventa la “Voce d’America”, Cash decide di cambiare rotta artistica e di dedicarsi alla musica gospel e alla difesa di più deboli: “Le vendite dei miei dischi precipitarono quando dichiarai la mia fede”. Per quanto negli anni ’70 le vendite sono scarse a Johnny importa poco, come dice il figlio John Carter Cash in quegli anni il padre: “Individuò uno scopo, chi era e dove era diretto. Da allora visse con gioia la vita”.

Eppure negli anni ’80 Johnny ricade nuovamente con la dipendenza agli stupefacenti e ancora la sua carriera sembra giungere al termine. Nel 1992 ci vuole l’intuizione di quel genio di Rick Rubin che con gli American Recordings riesce a trovare una nuova dimensione all’arte e al talento di Johnny Cash.

In tutto il film emerge la profonda spiritualità che caratterizza non solo la sua produzione musicale, ma anche il suo modo di affrontare la vita. Successo, fallimento, redenzione e rinascita questa è la parabola umana di Johnny Cash che si è ripetuta più volte. Il film si conclude con la musica di Spiritual di Josh Haden degli Spain incisa da Cash per l’album Unchained. Le parole sono quelle di un peccatore che invoca la salvezza prima di morire: “Jesus, oh Jesus I don’t want to die alone, Jesus if you hear my last breath, don’t leave me here, left to die a lonely death”. Johnny certo di quello che ha incontrato in vita si affida completamente al Mistero “Ora tutto quello che ho sei tu”.

 

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Propositi ambiziosi per il 2020

Propositi ambiziosi per il 2020

Propositi ambiziosi per il 2020

di Costanza Miriano

 

Per questo 2020 che inizia ho un proposito molto ambizioso, che però credo si infrangerà sullo scoglio della mia umanità verso mezzanotte e quaranta, a meno che non riesca ad andare a letto prima, nel qual caso potrà resistere fino a domattina sul tardi, perché non parlo mai prima di avere preso due caffè. Vorrei imparare a controllare le mie parole. Come dice la lettera di Giacomo non è vero che quello che pensiamo condiziona quello che diciamo.

Molto spesso è vero anche il contrario. Spesso lasciamo che le parole partano senza troppo pensare – un pensiero solido organizzato, serio e non emotivo è una rarità – e lasciamo che vadano dietro al nostro mondo emotivo, e così diciamo con leggerezza cattiverie a volte anche inutili, spesso ingiuste, a volte anche giuste ma non necessarie. E piano piano le nostre parole modificano ciò che sentiamo, ciò che pensiamo, e infine come viviamo. Sembra un cambiamento da poco, ma è una leva potentissima per la nostra conversione. Non per niente abbiamo due barriere, i denti e le labbra, per cercare di frenare la voce. E non per niente abbiamo due orecchie, mentre di bocca una sola, perché dovremmo ascoltare più che parlare. Il silenzio, più spesso possibile.

Un silenzio che ascolta davvero gli altri: quante volte nelle conversazioni ci è capitato di notare di non essere ascoltati?

E quante volte anche noi forse parlando con qualcuno non avremo ascoltato. Io ho diverse amiche molto capiscione, come le chiamo io, cioè capaci di ascoltare davvero e di capire, ma sono una rarità, e non sono neppure sicura di essere capace di fare altrettanto per loro. Sembra un cambiamento da poco, ma non lo è. Una volta a un’omelia di un matrimonio il sacerdote si è raccomandato di non commentare la festa che sarebbe seguita: se i camerieri saranno in ritardo, se il riso sarà freddo, se l’invitata seduta vicino a noi antipatica. Non dite niente. Zero. Io lì per lì mi sono chiesta che senso avesse. Cioè, non parlare male dell’invitata posso anche capirlo.


Ma che male c’è a dire che il riso è freddo? Eppure è vero, è proprio cambiare lo sguardo, adottare un altro paradigma, cominciare a ringraziare per quello che c’è: c’è una festa, sono stata invitata, c’è del cibo e anche oggi posso mangiare, ho degli occhi per vederlo e le mani per portarlo alla bocca.
Quando cominci a spegnere le mormorazioni e ad accendere questo sguardo – azionare l’App Occhi, marchioregistrato – cambia anche il cuore. Mi è capitato anche di notare che quando con un’amica ti lasci andare alle critiche a qualcuno (ovviamente per il suo bene, per carità), le critiche si autoalimentano. Ne trovi sempre di nuove, e altre persone a cui destinarle. Sparlare è uno sport di resistenza, e più sei allenato più ti riesce.

Il silenzio poi ci permette di ascoltare la voce di Dio. Silenzio dalle parole ascoltate, dette e scritte, come ha detto ieri il Papa, invitandoci a spegnere i telefonini (il problema per me è ricordare dove nascondo quelli dei miei figli, attendo un Angelus con consigli in merito). 

Il silenzio dunque non è un valore in sé, io non sono buddista: il silenzio che cerco è per far parlare Dio. Spazio per lui. Spazio per ricordare la Sua Parola, ricordarla nel senso proprio etimologico di riportarla al cuore, osservarla, custodirla (che poi è stato il tema del capitolo generale del monastero Wi-Fi, e vorrei dire grazie a Dio per questa cosa meravigliosa che si è inventato in questo 2019 che finisce, con la complicità di una delle sue bionde preferite, Monica, e di tutta la squadra delle amiche, figli spintaneamente arruolati compresi).

 

Se riuscirò a fare un po’ di silenzio, il mio manifesto per il 2020 è: imparare il Padre Nostro. Non nel senso del testo, ovviamente, non sono ancora a quel punto anche se dimentico chiavi e auto parcheggiate e compleanni, e sto entrando in quella fase della vita in cui parlo sorridente con delle persone di cui ignoro totalmente l’identità (di solito mamme di compagni di classe, medici e vicini di casa, mentre con i confratelli del monastero wi-fi ho una grazia speciale, e memorizzo non so come vicende umane e nomi di figli e malattie). Comunque di solito me la cavo anche abbastanza bene, se non compare qualcuno che conosco e a cui dovrei presentare quella simpatica bionda con cui sto parlando da quattro minuti senza avere la minima idea di chi sia.

 

Il Padre Nostro lo voglio imparare nel senso di piantarmelo dentro al cuore, perché sono le uniche parole che Gesù ci ha raccomandato di dire, invitandoci a non sprecarne altre, inutili. Proprio mentre riflettevo su questo mi sono imbattuta in due libretti (etti per dimensioni) preziosi, di Santo Marcianò. Il primo ha un titolo folgorante, Signore, insegnaci a parlareed è una raccolta di meditazioni proprio sul Padre Nostro come vocabolario della preghiera e dell’amore.

Penso che se proviamo a fare nostra una parola per volta abbiamo da lavorare per tutto l’anno, a essere ottimisti. Forse per tutta la vita, se consideriamo che a volte san Francesco non riusciva ad andare oltre la prima parola, Padre, tanto lo commuoveva la scoperta di essere figlio di Dio. Quanto al nostro, quindi la comunione, come spiega il libro, ci sarebbe da lavorare davvero una vita.

E il cuore del Padre Nostro è quel “sia fatta la tua volontà” così difficile da dire a volte, ma così pacificante. E così davvero ribelle e coraggioso, così liberante come scrive monsignor Marcianò. Ma per dire davvero, ma davvero sia fatta la tua volontà ti devi convertire sul serio. A pagina 62:

“Che tutto diventi cielo! Traduce così un antico autore, Origene, il significato di questa domanda del padre Nostro. E aggiunge: La volontà di Dio si compia perché, per così dire, tutto si incieli e un giorno non ci sia terra, ma tutto sia cielo”.

E così, aggiungo io, diventa cielo quella moglie nervosa, quel marito musone, quei figli egoisti, quel cattivo umore che neanche noi sappiamo perché, quel lavoro che oggi piuttosto ti spareresti, quella torta da preparare. Sia fatta la tua volontà rende il cuore docile come quello di un infante, a cui tutti scelgono tutto, e lui si lascia fare certo dell’amore di quelle mani.

 

Se riesco a mantenere il proposito un po’ oltre la mattina del 1 gennaio, un altro effetto collaterale potrebbe essere quello di riscoprire il vero senso delle parole, e di questo si occupa l’altro libretto di cui parlavo, pensato per i giovani che a volte si vedono consegnate parole impoverite di senso, (penso per esempio a “love is love”): Parole sempre giovani cerca invece di riscoprire il senso di parole di uso comune, come per esempio amore, appunto.

È insomma un dizionario italiano italiano, per mettere alcuni punti fermi necessari come non mai (ogni volta che mi trovo a parlare con i ragazzi nelle scuole mi rendo conto della confusione che c’è sui fondamentali).

 

Ecco, dire meno parole, dire se possibile solo quelle buone (vale sempre la regola del mio amico Pippo Corigliano: se non puoi lodare, taci), ridare il senso alle parole, ascoltare Dio, osservare la Sua Parola, ascoltare di più chi mi è consegnato come compagno di cammino ogni giorno (con mio marito è facile, dice una parola al mese), imparare a pregare seriamente il Padre Nostro.

Io direi che fino al 2070 sto a posto. Ma solo perché nel caso avrei 100 anni. Più probabilmente sarò morta e allora magari starò zitta (così spera mio marito).

Fonte: costanzamiriano.com

Locanda Centimetro Zero

Locanda Centimetro Zero

Locanda Centimetro Zero

L’impresa sociale che sta dietro alla sedia citata da Mattarella

 

Di Stefano Arduini per Vita

 

Il Presidente della Repubblica l’ultimo dell’anno ha richiamato la straordinaria esperienza della Locanda Centimetro Zero, nata in provincia di Ascoli Piceno grazie anche al supporto della fondazione Carisap. Ecco chi sono e cosa fanno.

“Una associazione di disabili mi ha donato per Natale una sedia. Molto semplice ma che conserverò con cura perché reca questa scritta: «Quando perdiamo il diritto di essere differenti, perdiamo il privilegio di essere liberi». Esprime appieno il vero senso della convivenza”.

L’associazione citata dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel messaggio di fine anno è quella che ha dato vita alla locanda Centimetro Zero che abbiamo raccontato nel distretto sociale del Piceno (il ristorante si trova a metà strada fra la riviera delle Palme di San Benedetto del Tronto e Ascoli Piceno nel comune di Spinetoli). Si tratta di un’esperienza straordinaria di impresa sociale promossa grazie alla fondazione Carisap e alla Bottega del Terzo settore. Per il secondo anno di fila la locanda ha ottenuto il prestigioso inserimento nella guida Slow Food. Non solo. Se provate a digitare Centimetro Zero su Tripadvisor scoprire che è la prima in classifica quanto a recensioni digitali.

Scrive Marco A5892: «Abbattuta ogni barriera di spazio e sociale. Non mangi per gratificarti solidalmente, semplicemente mangi “veramente bene” aggiungendo plusvalore alla tua cena».
Eh, sì. Perché non bastano la buona cucina, ottimi per varietà di scelta e qualità gli antipasti, mentre fra i primi in questa stagione vanno per la maggiore i ravioli verdi pistacchio e limone, gli spaghettoni al pesto al cavolo nero e le zuppe di zucca, porro o castagne e non bastano nemmeno i prezzi alla portata di tutti (si mangia mediamente con 25 euro a testa).

«A fare la differenza sono loro, se non ci fossero loro in fondo saremmo un buon ristorante come tanti altri», racconta la responsabile del progetto Roberta D’Emidio. Loro sono 15 ragazzi in borsa lavoro, tutti dai 20 ai 40 anni, con disabilità intellettive, più o meno gravi, sindrome di down, autismo. Martina, Veronica, Giulia, Francesca, Clarissa, Davide, Fabio, Daniele, Marino, Gabriele, Costantino, Riccardo, Emidio, Alessio e Lorenzo si prendono cura dell’orto e degli arredi, della cucina e della sala, dei clienti. Lavorano 20 ore a settimana, tre giorni su sette.

 

«Non è stato facile formali, per loro è importante avere e riconoscere una guida e lavorare in un ambiente conosciuto, ma presto credo alcuni siano pronti per andare a lavorare in altri ristoranti, magari sotto la nostra supervisione, ma con una buona dose di autonomia», spiega la responsabile. Il suo sogno «è quello di aprire una locanda gemella sul mare, ci sono tanti altri ragazzi e tante altre famiglie che vorrebbe partecipare a questo progetto», conclude D’Emidio.

 

Appuntamenti salesiani 2020

Appuntamenti salesiani 2020

Appuntamenti salesiani 2020

I 10 eventi, tendenze e hashtag da far diventere “trending topic” per il 2020

Il 2020 si presenta come un anno di grandi progetti e aspettative. La FAO ha dichiarato il 2020 “Anno Internazionale della Salute delle Piante”, un’opportunità unica per sensibilizzare l’opinione pubblica mondiale su come la tutela della vegetazione possa contribuire a porre fine alla fame, ridurre la povertà, proteggere l’ambiente e stimolare lo sviluppo economico. Il Papa ha lanciato un evento globale per quest’anno: “Ricostruire il patto educativo globale”. E in questo contesto il Rettor Maggiore, Don Ángel Fernández Artime, ha offerto alla Famiglia Salesiana una riflessione molto attuale attraverso la sua Strenna sul tema: “Buoni cristiani e onesti cittadini”.

“Per i nostri giovani d’oggi, abituati a risultati immediati… educare all’impegno sociale è imprescindibile”, scrive il Rettor Maggiore nella Strenna per il 2020. E in piena sintonia con questa linea, il Papa ha indetto un evento mondiale per il 14 maggio 2020: “Ricostruire il patto educativo globale”, allo scopo di “rilanciare l’impegno per e con le giovani generazioni, rinnovando la passione per un’educazione più aperta e inclusiva, capace di ascolto paziente, di dialogo costruttivo e di comprensione reciproca”.

Il 2020 si apre perciò con grandi prospettive, sogni e speranze per tutta la Famiglia Salesiana. Ma, per unificare criteri, impegni e soprattutto per lanciare lo stesso messaggio a livello globale, proponiamo i 10 eventi di quest’anno, le 10 tendenze da rendere “trending topic” nelle nostre azioni sulle reti sociali e i 10 hashtag che devono inondare i “cortili digitali”:

GENNAIO

16-19

Giornate di Spiritualità della Famiglia Salesiana
Luogo: Torino – Italia
Hashtag: #GSFS

GENNAIO

31

132 anni dalla Nascita al Cielo di Don Bosco
Luogo: Torino – Italia
Hashtag: #DonBosco

FEBBRAIO

6-11

Visita del Rettore Maggiore in Venezuela
Luogo: Caracas – Venezuela
Hashtag: #VenezuelaSalesiana

FEBBRAIO

Visita del Rettor Maggiore e benedizione di una nuova scuola
Luogo: Spagna
Hashtag: #DonBoscoEducatore

FEBBRAIO – APRILE

Dal 16 febbraio al 4 aprile

Capitolo Generale 28° (CG28)
Luogo: Torino, Italia
Hashtag: #CG28

MAGGIO

23

Consulta Mondiale della Famiglia Salesiana
Luogo: Torino, Italia
Hashtag: #ConsultaFS

MAGGIO

24

Festa di Maria Ausiliatrice
Luogo: Torino, Italia
Hashtag: #Ausiliatrice

GIUGNO

24

150 anni di fondazione degli Exallievi di Don Bosco
Luogo: Torino, Italia
Hashtag: #ExallieviDB

SETTEMBRE

18

XXIV Capitolo Generale delle Figlie di Maria Ausiliatrice
Luogo: Roma, Italia
Hashtag: #CG24

SETTEMBRE

27

151a Spedizione Missionaria Salesiana
Luogo: Torino, Italia
Hashtag: #MissionariSalesiani

 

Fonte: InfoAns

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