2^ domenica Avvento Romano

2^ domenica Avvento Romano

Redazione FMA Lombardia

8 dicembre 2019 – Anno A
 “NULLA E’ IMPOSSIBILE A DIO”

Vangelo di Luca 1,37

 Commento di suor Patrizia Colombo, FMA

Un brano ricco di nomi: l’angelo Gabriele, la città della Galilea chiamata Nazareth, un uomo della casa di Davide di nome Giuseppe, la vergine si chiama Maria… E ancora: “Avrai un figlio e lo chiamerai Gesù, sarà chiamato Figlio dell’Altissimo… sarà santo e chiamato Figlio di Dio…”. Nomi e chiamate.

Per il popolo ebraico il nome indica non solo un’identità, non solo dice chi si è, non solo serve per distinguere una persona dall’altra; il nome dice anche a chi si appartiene, dice una storia, dei legami, una parentela e parla anche del futuro di chi porta quel nome, della sua vocazione, di ciò a cui è chiamato. Spesso, nella Bibbia, il cambio del nome indica che è avvenuto un incontro particolare con Dio.

Ed ecco che Maria allora, dopo l’annuncio dell’angelo Gabriele, pronuncia il suo nome nuovo: “Sono la serva del Signore”. La serva, colei cioè che si pone a servizio, colei che mette al primo posto la volontà di Dio, sebbene incomprensibile ed anche “pericolosa”, ma pure affascinante per quel poco che è dato di intravvedere. Maria ascolta, accoglie, acconsente e fa sua la parola dell’angelo, la chiamata del Signore diventa la sua nuova identità, il suo nome nuovo. Lei sarà madre perché è serva, perché è al servizio, perché si fida dell’impossibile e dice di sì. Lei è al servizio, e questo, al contrario di quanto le parole possano portare a pensare, è la sua grandezza, la sua alta dignità.

È al servizio, quasi a dire, un po’ sottovoce, che Dio ha bisogno di lei per realizzare il suo progetto d’amore, come se, senza il suo consenso, il progetto non potrebbe essere lo stesso.

Del resto Maria ci rivela un aspetto originale di questo nostro Dio che ama, cioè “aver bisogno degli uomini”; lui, a cui nulla è impossibile, decide di non fare a meno di noi e chiede a Maria di collaborare a questa sua folle ed inedita idea di farsi uomo! E perché comprendiamo bene questo stile divino di umiltà e semplicità, decide di farsi bambino, la creatura che più di ogni altra deve dipendere dalle cure di una madre e di un padre. E chiede la disponibilità di una donna umile e semplice, di una profondità e fiducia disarmanti! Una donna dal cuore puro, immacolato.

Festeggiamo Maria Immacolata e per farlo la liturgia ci propone un brano della Scrittura che parla della vocazione di Maria e della sua maternità. Ancora una volta, in un altro modo, è come se ci venisse ripetuta l’idea che Maria è madre nella sua identità, che tutto il suo essere è stato pensato perché fosse madre, ma che nessuno, neppure Dio, può agire senza che lei accetti questa sua vocazione, senza che lei aderisca a ciò per cui da sempre è stata pensata.

Festeggiamo Maria concepita senza peccato originale e non possiamo disgiungere Maria dal suo essere madre, non possiamo pensare Maria senza Gesù, perché è lui che dà pienezza al suo essere. Identità e missione, indivisibili.

“Tante volte, nella vita, perdiamo tempo a domandarci: “Ma chi sono io?”. Tu puoi domandarti chi sei tu e fare tutta una vita cercando chi sei tu. Ma domandati: “Per chi sono io?”. (Papa Francesco, 8 aprile 2017)

“Nulla è impossibile a Dio”.

Quante volte Maria si sarà ripetuta questa frase dell’angelo! Quante volte questa frase sarà risuonata nel suo cuore, quando i tempi non facevano intravvedere che Dio era all’opera.
Perché i tempi nei libri, anche nei libri sacri, sembrano sempre così ravvicinati: è arrivato l’angelo, Maria ha acconsentito, è rimasta incinta, Giuseppe ha capito tutto in sogno e, insieme, sono andati da Elisabetta, incuranti di tutto il vociare dei parenti e dell’intero villaggio di Nazareth; sono rimasti lì tre mesi circa e poi sono rientrati a Nazareth per ripartire e andare a Betlemme per il censimento. Quindi i pastori, i Magi, la fuga in Egitto, la morte di Erode e il ritorno a Nazareth. Tutto molto concentrato, tanto che a volte rischiamo di pensare che tutto sia stato da subito molto chiaro e definito. Ma quanto si sarà ripetuta, Maria, che nulla è impossibile a Dio!

Che Dio poteva fare in modo di prendere carne in lei, che Dio avrebbe trovato il modo di non farla lapidare nonostante le rigide leggi, che avrebbe aiutato Giuseppe a comprendere, che lei avrebbe potuto affrontare un viaggio lungo e pericoloso fino ad arrivare, il prima possibile, da Elisabetta, che Dio davvero poteva permettere alla cugina di essere madre nonostante l’età e la sterilità di anni.

Maria Immacolata ci parla dell’attesa, della sospensione del tempo, della costante fiducia che quell’annuncio dell’angelo era davvero una promessa della fedeltà e dell’onnipotente amore di Dio, era verità che si andava facendo nella quotidianità della storia, nonostante “l’angelo partì da lei”. E quante volte anche a noi è chiesta questa fiducia che attraversa i silenzi, le attese e le notti! Quante volte anche a noi è chiesto di rimanere fedeli a un’intuizione del cuore che capiamo essere volontà di Dio! E quante volte anche a noi è chiesto di scoprire e accogliere passo passo il nome che Dio ci dà e che fa di noi una persona unita e felice, è chiesto un cuore puro che vede le mosse di Dio pur nelle pieghe, a volte un po’ strette e contorte, della storia.

Maria Immacolata, giovane donna di Nazareth, ripeta anche a noi e per noi che “nulla è impossibile a Dio”, lo ripeta ai giovani, lo ripeta a chi è nella fatica, lo ripeta a chi desidera che Dio nasca nella sua vita.

Hiroshima e Nagasaki

Hiroshima e Nagasaki

Redazione FMA Lombardia

Nessuno può fare a meno di pregare

 

Di Cristiana Caricato per ilSussidiario.net

 

La campana di Hiroshima torna a risuonare. I rintocchi si infrangono contro ciò che resta del Genbaku Dome, la cupola ondulata che si specchiava sulla riva del fiume Motoyasu. Prima che tutto venisse risucchiato dal fungo bianco. È una notte dolce e profonda quella che avvolge il memoriale della Pace ad Hiroshima. Il silenzio tutto venne divorato da un buco nero di distruzione e morte. Un bagliore e poi il nulla di vite e sogni, affetti e speranze.

Francesco conclude la sua via crucis tra le due città martiri di Nagasaki e Hiroshima, nel suo secondo giorno giapponese, e fa risuonare dall’abisso di silenzio il grido di coloro che non ci sono più. Gli 80mila scomparsi con lo sgancio di Little boy, l’atomica all’uranio e i 140mila la cui agonia si è protratta per mesi. Leader di diverse fedi e sopravvissuti sono accanto al pontefice a ricordare l’ora tremenda che segnò per sempre la vita del Giappone e dell’umanità. Soffi di vita come l’esile Yoshiko, anziana minuscola e bellissima che con controllo straordinario racconta gli incubi della sua insperata vecchiaia, i cadaveri che marcivano e che non riesce a dimenticare, il fumo bianco, le rovine in fiamme, la follia e la disperazione di chi era stato risparmiato, gli zombi dai corpi arrostiti, i capelli dritti, le labbra e la pelle penzolanti.

Francesco si inchina di fronte alla dignità di chi ha lottato con la morte per conservare la sua vitalità. Abbraccia, ascolta, accarezza. Asciuga lacrime, come fa chi sa che la consolazione è la più grande prova d’amore. Poi ribadisce che l’uso dell’energia atomica per fini di guerra è un crimine ed è immorale. Non solo, anche il semplice possesso di armi atomiche lo è. Sogna un mondo di pace Francesco, ma sa che deve fondarsi sulla Verità e la Giustizia. E non sulle armi che generano cattivi sogni. E infine il grido: mai più la guerra, mai più il boato delle armi, mai più tanta sofferenza.

Sono le parole trattenute un giorno, da quando in mattinata aveva incontrato il dolore e l’orrore, indicibile, di Nagasaki. Nell’Hypocenter dove è ancora visibile il cratere scavato dalla bomba atomica del 9 agosto 1945, Francesco aveva condannato con altri accenti un mondo dove la corsa agli armamenti non tiene conto dei milioni di poveri che vivono in condizioni disumane. Un attentato continuo che grida al cielo, che al sogno di un mondo libero da armi nucleari preferisce la diffidenza reciproca, le dinamiche che attentano all’architettura di controllo internazionale degli armamenti.

Nella mattinata battuta dalla pioggia scrosciante il Papa si era rivolto ai leader politici per incoraggiare il disarmo e la non proliferazione delle armi nucleari, denunciando il loro impatto catastrofico su umanità e ambiente, invitando a non rafforzare il clima di paura e ostilità fomentato dalle dottrine nucleari. Un discorso più freddo e lucido forse, ma ugualmente mirato a garantire alleanze per il bene di tutti. “Nessuno può essere indifferente davanti al dolore di milioni di uomini e donne – aveva detto – che ancora oggi continua a colpire le nostre coscienze. Nessuno può essere sordo al grido del fratello che chiama dalla sua ferita”.

E nessuno, di fronte al disastro dell’umano, può fare a meno di pregare. Così Francesco ha fatto recitare a tutti, credenti e non credenti, la preghiera per la pace del poverello di Assisi.

Anna dei miracoli

Anna dei miracoli

Redazione FMA Lombardia

Ovvero della difficile comunicazione tra genitori e figli

 

di Sara De Carli per Vita

 

Ha debuttato il 23 novembre al teatro La Nuova Fenice di Osimo la pièce teatrale Anna dei Miracoli, prodotto dal Teatro Franco Parenti per la Lega del Filo d’Oro. Al centro, la storia di Helen Keller che – come l’italiana Sabina Santilli, fondatrice della “Lega” – perse vista e udito da bambina ma nonostante ciò riuscì a comunicare con il mondo e a diventare protagonista della propria vita.

L’opera (con Mascia Musy e Fabrizio Coniglio, Anna Mallamaci, Laura Nardi, regia di Emanuela Giordano) è ispirata alla storia vera di Helen Keller, divenuta sordocieca attorno ai due anni di età, grazie all’intervento della sua insegnante Anne Sullivan riuscirà ad imparare a parlare, leggere, studiare e avere una vita autonoma.

La vicenda è la stessa già resa famosa dal film The Miracle Worker del 1962, ma questa nuova Anna dei Miracoli – «liberata dalle trine e dai merletti dell’epoca che si trovano nel potente testo di Gibson», come dice la regista Emanuela Giordano – ha scelto un’ambientazione senza tempo e focalizzata su soli quattro personaggi: Anna, Helen e i suoi genitori.

In questo modo ci porta con sferzante attualità a confrontarci con due temi universali: da un lato cosa succede quando in una famiglia arriva il figlio “diverso”, quello che si pensa possa nascere solo in casa d’altri, dall’altro quello della comunicazione, che ci rende liberi ed è il primo passo per l’autonomia.

«Anna dei miracoli è una storia vera e racconta in modo emblematico la storia di tutte quelle famiglie che arrivano da noi dopo essersi sentite dire tante volte che non c’era nulla da fare con i loro figli, del loro senso iniziale di sconfitta e di impotenza e di quella fiducia che ripongono nella Lega del Filo d’Oro che passo, passo oltre ad assistere i figli, dà un supporto e un metodo anche alle famiglie per gestire e comunicare con i propri ragazzi», afferma Rossano Bartoli, presidente della Lega del Filo d’Oro. Sabina Santilli, la fondatrice della Lega del Filo d’Oro, ha una biografia per molti tratti analoga: è la Helen Keller italiana, meno famosa.

Diventò sordocieca a 7 anni a causa di una meningite, imparò il Braille e il Malossi, 5 lingue e riuscì ad essere indipendente in ogni attività quotidiana: con la sua caparbia lungimiranza riuscì ad accendere un faro su quelli che allora erano «i grandi sconosciuti», creando un’associazione non tanto e non solo “per” i sordociechi, ma “dei” sordociechi.

Dal 1964 la Lega del Filo d’Oro in Italia è il punto di riferimento per chi non vede e non sente e per le loro famiglie, spinta dalla certezza che nessuna condizione è così grave da non poter migliorare con un’educazione adeguata.

La prima ad innamorarsi di Anna dei Miracoli è stata Mascia Musy, che in scena da questa sera sarà Anne Sullivan: «Avevo sentito parlare del film, ma quando – per caso – mi è capitato di leggere il testo di William Gibson l’ho trovato straordinario, perché racconta una grandissima storia d’amore, lo sento come l’amore più grande possibile, di chi si prende cura del più debole.

Ho bloccato i diritti e ho cercato persone con cui realizzarlo. Il primo vero passo è stato quello con la Lega del Filo d’Oro, ho pensato che era un’occasione importante non solo dal punto di vista teatrale – è una storia bella, con bellissimi ruoli – ma un’occasione sociale. Coinvolgere chi fa questo tutti i giorni era importante, faceva di questa operazione un evento diverso, un incontro fra teatro e solidarietà, con questo valore aggiunto, di convegni dibattiti, incontri, raccolta fondi…», ricorda.

L’attrice così è salita su un treno ed è andata a Osimo: «quelle poche ore passate con loro prima di metterci a ragionare su progetto teatrale mi sono veramente rimaste impresse. Sono situazioni che se non le vedi non le puoi capire, mi sono convinta ancora di più che la strada era quella giusta e che lì c’erano persone che avevano molto da insegnare.

Il teatro diventava un’occasione per raccontare anche come ci si può relazionare con chi non vede, non sente, apparentemente non ha modo di comunicare. E la gioia che si può provare a mettersi in contato con loro». È quello che fanno i professionisti della Lega del Filo d’Oro: come Anne Sullivan con Helen cercano la strada per entrare in contatto con chi sembra (ma in realtà non è mai) impossibile da raggiungere.

«Abbiamo trascorso qualche giorno insieme alle persone ospitate a Osimo… Si è capito che lì i genitori arrivano con tante persone che gli hanno detto che i loro figli sono come una cassaforte vuota, mentre le persone straordinarie che lavorano alla Lega del Filo rimettono in discussione questo “nulla” e cominciano a lavorare affinché si possa aprire la cassaforte e scoprire cosa c’è entro. A volte c’è un tesoro», afferma Musy.

Emanuela Giordano, la regista, mette l’accento sulla modernità del testo nell’affrontare i ruoli paterno e materno, la solitudine e l’incapacità dinanzi alle contraddizioni familiari «perché ciascuno di noi non nasce imparato». Una delle scene più forti – anticipa – è quella in cui Anne quasi “investe” i genitori di Helen e la loro borghese soddisfazione per i progressi fatti dalla figlia: «sembra quasi normale», dicono loro. «E questo vi basta?», chiede lei. «Per Anna l’educazione non è il semplice “comportarsi a modo”, bensì il grimaldello per schiudere quel mondo che chi non vede e non sente ha dentro di sé, come un tesoro chiuso in uno scrigno», sottolinea Giordano. E poi c’è «quell’amore confuso, che rende Helen fortemente despota perché non le sono state regole, i genitori agiscono con un’arrendevolezza pietosa che la rende quasi una selvaggia, la madre ammetterà la verità, “noi abbiamo paura di lei”: lo ritroviamo nelle famiglie tout court, nella difficoltà a fare uscire i figli dall’adolescenza in modo sano, consapevole, con confini che i figli magari scavalcano… ma sapendo che quello era un confine».

Nel ruolo di Helen c’è Anna Mallamaci, «bravissima, durante le prove ha ficcato un dito nell’occhio alla madre…», racconta Giordano. «Alla Lega del Filo d’Oro ha provato a mangiare bendata, è riuscita a percepire cosa significhi vivere con odorato e tatto, con le vibrazioni…

L’idea è di non essere troppo precisa nel movimento, come nella scrittura così anche nei gesti ognuno fa una interpretazione, l’importante è il contatto fra la testa e la pancia, non ci deve essere mai solo pancia e mai solo testa, abbiamo lavorato molto sul fatto che tutto sta nel momento in cui si fa ed è difficile per per un’attrice lavorare sull’onestà e su una concretezza spoglia, priva di svolazzi e di enfasi. La sfida sarà non perdere questa cosa strada facendo».

Lo spettacolo sarà in scena per la prima volta al Teatro La Nuova Fenice di Osimo, dove la Lega del Filo d’Oro ha la sua sede nazionale, il 23 novembre e in replica il giorno seguente. Proseguirà la tournee il 13 dicembre al Teatro Auditorium di Rho (MI), 14 e 15 dicembre al Teatro Due S. Grande di Parma, dal 17 al 22 dicembre al Teatro Biondo di Palermo, il 4 e il 5 gennaio al Teatro Pirandello di Agrigento, dal 9 al 12 gennaio al Teatro Duse di Genova, il 15 gennaio all’Auditorium S. Chiara di Trento, il 16 gennaio al Teatro Comunale di Tione, il 18 gennaio al Teatro Goldoni di Corinaldo (AN), il 19 gennaio al Teatro dei Marsi di Avezzano, il 23 gennaio al Teatro il Maggiore di Verbania, il 24 gennaio al Teatro G. Pasta di Saronno, il 26 gennaio al Teatro Comunale Mercato di San Severino.

Il sito www.legadelfilodoro.it darà notizia dei teatri che ospiteranno la pièce e delle iniziative di sensibilizzazione che la affiancheranno.

Branduardi e S. Ildegarda

Branduardi e S. Ildegarda

Redazione FMA Lombardia

Angelo Branduardi ridà voce, musica e anima a Ildegarda di Bingen

 

Di Annalisa Teggi per Aleteia

 

A 6 anni dall’ultimo album è uscito lo scorso 4 ottobre “Il cammino dell’anima” frutto musicale intenso, compiuto con un lavoro appassionato e filologico sulle parole e le note originali della mistica medievale che Benedetto XVI proclamò santa e dottore della Chiesa.

 

Lo si appella maestro o menestrello, titoli tutt’altro che snob per descrivere il suo viaggio nella musica lungo sentieri ritenuti di nicchia ma, alla prova dei fatti, apprezzati da una platea vastissima di pubblico non solo erudito. È Angelo Branduardi, settant’anni il prossimo anno e quarantacinque di carriera festeggiati nel 2019. Il regalo più bello che si è concesso è stato quello di tuffarsi nel mondo visionario e universale del medioevo di Ildegarda di Bingen. Lo scorso 4 ottobre è uscito Il Cammino dell’anima il nuovo album, che arriva a sei anni di distanza dal precedente.

Non è un’opera singolare, ma plurale sia nella creazione sia nell’ascolto. Qualcuno ha già detto, a buona ragione, che potrebbe diventare un’opera teatrale; infatti partecipano alla sinfonia generale, oltre alla voce dell’anima, quella di un profeta, del diavolo e delle virtù. Uno dei versi cantati che ha immediatamente catturato la mia attenzione recita:

Io vorrei godere senza mai recare offesa.

Così dirompente s’intromette la voce di Ildegarda sul cammino zoppicante dell’uomo del XXI secolo. L’azzardo della sua proposta sacra e umana è alla nostra altezza? Branduardi e sua moglie Luisa scommettono di sì.

 

Filologia coniugale

Intervistato da Vatican news, il cantautore della celeberrima Fiera dell’Est ha dichiarato:

Io non sono un conoscitore profondo di Ildegarda, perché l’ho incontrata per caso e mi ha coinvolto la sua musica.
È la sua musica che parla, sono le sue parole che parlano. […] La sua musica è incredibilmente vicina a noi, io ci ho lavorato con estrema correttezza e senza dilungarmi più di tanto.
Ho solo appoggiato degli accordi perché ai suoi tempi la musica verticale non c’era, c’era solo quella orizzontale.
(da Vatican News)

 

Ildegarda fu una figura dai talenti spalancati all’universale, fu mistica e poeta, musicista, filologa ed erborista; il tentativo (riuscitissimo!) di Branduardi è un atto filologico di lode al senso di sacro, pace e meraviglia che trabocca dalla musica e dalle visioni della Santa di Bingen. Lui, Angelo, si è dedicato a studiare gli spartiti musicali composti da Ildegarda e a tradurli in una versione più consona al nostro orecchio, toccando e modificando pochissimo. La signora Branduardi, cioé Luisa Zappa, si è occupata dei testi della Santa: Ildegarda aveva visioni che le procuravano una prostrazione fisica terribile, un frate si occupava di trascrivere ciò che lei vedeva. E cosa vedeva? Il libro dell’universo come capolavoro di Dio, verrebbe da riassumere: squarci di Assoluto, cavalcate nella pura meraviglia dell’essere, affondi nella follia d’amore di Dio.

Luisa Zappa ha fedelmente tradotto dal latino alcuni passaggi di questi testi, che sono poi stati cuciti sulla musica per creare un viaggio in 9 tappe, quante le tracce dell’album. L’ascoltatore deve chiudere gli occhi e lasciarsi guidare dall’armonia, s’imbatterà in un preludio corale, in brani puramente melodici e in altri a più voci, veri e propri dialoghi in musica.

Una curiosità: la prima voce che compare nel disco è quella di Cristiano De André. Branduardi ha voluto la sua presenza, perché? «Fa la parte del profeta. Ho scelto lui perché è figlio di un profeta». Altre illustri presenze sono quelle del controtenore Arturo Sorrentino insieme a una orchestra guidata da Stefano Zavattoni.

Il fiato del serpente e il respiro di Gesù

Alla domanda della giornalista di Vatican News su quale fosse la sua frase preferita di Ildegarda, Branduardi confessa la difficoltà di sceglierne una sola ma poi si lancia: “Guardati: dentro di te c’è il cielo e la terra”. Il terrestre e il celeste, ecco la commistione misteriosa e unica che è l’uomo. Dante notò che noi siamo le uniche creature simili alla linea dell’orizzonte, apparteniamo al cielo e alla terra appunto. Shakespeare fece dire ad Amleto che esistono più cose in cielo e in terra di quelle che può costruire l’immaginazione. Mi fermo qui, ma si può davvero dire che lo sguardo di Ildegarda abbia abbracciato, grazie all’unità di Dio, il disegno provvidenziale dell’universo che oggi sembra sempre più un puzzle scomposto.

L’anima che deve mettersi in cammino è la nostra, innanzitutto. Ad un primo ascolto dell’album di Branduardi, lo confesso, ho scambiato la voce del Diavolo per quella di Dio. Mi pareva che queste parole fossero bellissime e provenissero da nostro Padre:

E tu anima, chi sei?
Da dove vieni?
Ti eri avvinghiata e io con me ti ho sollevata.
Ora sono adirato per il tuo tradimento, ma combatterò e di nuovo ti avrò.

 

Sono invece pronunciate dal Diavolo. Forse il mio errore mi ha portato non lontano dal succo della questione, cioé la libertà dell’uomo. Chi vogliamo che sia a pronunciare quella frase? A chi vogliamo appartenere?
L’anima suda sul sentiero arduo del suo destino. Sente il fiato del serpente sul collo, ecco quest’immagine potente è proprio di Ildegarda. Mi ha impressionata questo dettaglio sensoriale del male, il suo fiato. La visione mistica deve essere di una concretezza sublime, lo intuisco solo vagamente.

Altrettanto attonita mi hanno lasciato le parole con cui l’anima si rifugia tra le braccia di Colei che ha schiacciato il serpente:

 

Salve a te, dolcissima Madre.
Il tuo Creatore in te respira.

Ringrazierei il signor Branduardi e sua moglie Luisa anche solo per questo frammento, che ci riporta indietro di mille anni… e cioè al centro esatto di noi: solo una donna straordinaria, intelligente e libera come Ildegarda, poteva portarci in un punto così poco esplorato del legame tra Maria e Gesù, quel tempo di vita intrauterina in cui Dio stesso respirò attraverso il grembo di una donna.

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2^ domenica Avvento Romano

1^ domenica Avvento Romano

Redazione FMA Lombardia

1 dicembre 2019 – Anno A
“VEGLIATE, PERCHE’ NON SAPETE NE’ IL GIORNO NE’ L’ORA…”

 Vangelo di Matteo, 24,37-44

 

Commento di suor Maria Vanda Penna, FMA

Tempo di Avvento: tempo di attesa del Signore che viene. Il nostro è un Dio che sempre viene, che sempre “discende” verso di noi, tra noi, in noi, per assumerci in sé. È un Dio attratto dalla povertà, perché la vuole rivestire di sé, dal nostro niente perché ci vuole trasfigurare, avendoci creati “capaci di Lui” (1Cor 1, 27-29). A noi accogliere la sua iniziativa di amore, il dono gratuito che ci rivela il nostro essere profondo abitato da Lui.

Per questo la Chiesa ci aiuta a ricordare la confortante realtà invitandoci a vivere intensamente, ogni anno, il tempo speciale che nel Natale vede la PAROLA incarnarsi nella nostra storia e salvarla dall’assurdo, dal non senso, dal non amore. Se i nostri occhi sono limpidi e il cuore è pulito, in ogni istante “vediamo” la Sua presenza, perché Lui è nel quotidiano, Lui è qui mentre io scrivo e tu leggi, Lui è la roccia ferma della nostra vita. S. Paolo: “In Lui viviamo, ci muoviamo e siamo” (At 17,28).

Ogni tempo è simile a quello di Noè: chi si dà da fare per preparare l’arca della salvezza e chi mangia, beve, si sposa…, cose peraltro legittime, ma chiuse nell’attimo che fugge, senza sguardo di futuro, senza quel cuore profetico che sa trasformare ogni accadimento in evento di salvezza.

“Uno sarà preso, l’altro lasciato”: parole misteriose, che invitano ad andare a fondo del problema. In sostanza, il futuro si gioca nell’oggi, nel modo di vivere le stesse realtà, il lavoro, le relazioni, gli affetti: liberi e capaci di equilibrio interiore e di discernimento sull’importanza delle cose o perennemente affannati oppure pigri nella ricerca di un di più che non riusciamo a raggiungere e che essenziale non è?
L’essere preoccupati e agitati intorno alle molte cose è l’atteggiamento che Gesù rimprovera a Marta, come ci narra l’evangelista Luca (10,41), mentre è lodata Maria che, seduta ai suoi piedi, ascolta la Parola e in quella trova la risposta all’inquietudine del cuore.
D’altra parte, la Parola ci mette in guardia anche dal non trafficare i talenti ricevuti, dal non fare nulla per rendere il mondo, almeno intorno a noi, un po’ più vivibile (Mt 25, 14-30).
Presi o lasciati? Lo scegliamo ora e qui.

E Gesù viene sempre, ci cerca, ci parla, attende di essere riconosciuto, e spesso ci trova distratti di fronte alla sua Parola che, poiché Lui ama la nostra vita, ci avverte circa il “diluvio”.

Quando verrà? Il nostro tempo è pieno di metaforici diluvi, che con scelte più oculate si potrebbero evitare o rendere meno rovinosi.

E la nostra vita personale? Gli ultimi tempi della storia, a cui allude il Vangelo odierno, per ciascuno di noi saranno la conclusione del nostro vivere qui in terra.
Che significa “vegliare” perché non sappiamo né il giorno né l’ora?
“Vegliare” è proprio della sentinella che nella notte non può concedersi al sonno, perché il “nemico” potrebbe arrivare all’improvviso a rubare e distruggere.
Ascoltiamo Isaia. Un grido: “Sentinella, quanto resta della notte?”. E una risposta, interpretabile: “Viene il mattino, poi anche la notte. Se volete, domandate, domandate, convertitevi, venite!”. (Is. 21,11-12)

È chiaro che la sentinella è il profeta, al quale è stato affidato l’incarico di parlare a nome di Dio. E l’appello di Dio, nel suo venire verso di noi, è alla conversione: dalle cose al desiderio di Lui. Strada della santità, condizione dell’incontro felice con Colui che viene.

Vegliare è dunque l’atteggiamento interiore di chi, giorno dopo giorno, spegne in sé i desideri di cose che nulla hanno a che fare con il Regno di Dio, e lascia emergere invece l’unico vero desiderio degno dell’uomo, quello del Signore Gesù, perché solo Lui può placare la sete di infinito che ci abita e che, per grazia Sua, ci inquieta il cuore.

Vegliare è anche l’atteggiamento di chi nutre la speranza nell’attesa fiduciosa del giorno del Signore. Allora non il timore, ma la gioia intride il nostro cuore. Attendere chi ci ama, con la certezza che verrà, è dare un senso profondo alla nostra vita, è imprimerle una direzione sicura, che né dolore, né tribolazione, né morte possono far deviare.

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