I domenica Avvento Ambrosiano

I domenica Avvento Ambrosiano

Redazione FMA Lombardia

17 novembre 2019 – Prima domenica di AVVENTO AMBROSIANO – Anno A

 

COMMENTO di suor Armida Spada, FMA

 “Verso la tua Parola, guida il mio cuore”

Una giovane mamma attende un figlio: quanti sogni, progetti, attenzioni, cure, preoccupazioni; tutto questo perché l’attesa raggiunga il suo compimento nella nascita di una nuova vita.

È l’attesa di una “presenza”, che riempie il nostro sogno d’amore. È l’attesa di Dio, presente tra le pieghe delle nostre trafficate giornate, che chiede di essere riconosciuto, incontrato, annunciato. Sì, perché il Signore viene, “viene il nostro Dio, viene e si manifesta”.

Allora vivere l’attesa è meditare la vita nei suoi incontri, nelle sue situazioni, nelle sue provocazioni e contemplarla alla luce della Verità di Cristo perché le scelte concrete siano animate da un cuore sponsale e da un amore generativo.

Viviamo così l’attesa nelle rivelazioni di ogni giorno: nell’incontro con quella mamma che ti confida le fatiche di educare una figlia adolescente o con quell’altra che ti condivide le soddisfazioni e delusioni nell’accompagnare il cammino accidentato del figlio universitario o con il padre cinquantenne, vedovo e disoccupato, che deve pensare al futuro della figlia quattordicenne.

Vivere l’attesa è accogliere e amare tutte le situazioni della contemporaneità con cuore “semplice”, che in tutto cerca solo Dio e la serenità dei fratelli.

Spesso diceva Don Bosco: “Questo solo io desidero: vedervi felici nel tempo e nell’eternità”.

Allora, come Maria, sapremo vivere l’attesa accogliendo anche l’incomprensibilità di Dio, sostenerla e crescere proprio in essa con l’atteggiamento della fede che “persevera nell’inafferrabile, attendendo finché da Dio venga la luce”. (R. Guardini)

E nella relazione con il Dio ineffabile ci lasciamo trasformare divenendo, piano piano, “icone di umanità” per i nostri fratelli e “a coloro che hanno fame sapremo offrire senza limiti il pane e il vino della presenza divina e il cuore del fratello umano, offerto in nutrimento puro”. (F. Dostoevskij)

In questo cammino guardiamo a Maria, icona della bellezza divina, perché “certamente è nella bellezza che il mondo sarà salvato; ma salverà il mondo quella bellezza che si concretizzerà come spazio di manifestazione dell’Invisibile e come ricostruzione della verità dell’uomo”.
(
P. N. EvdoKìmov)

Alda Merini

Alda Merini

Redazione FMA Lombardia

«PER ME LA VITA È STATA BELLA PERCHÉ L’HO PAGATA CARA»

 “La pazza della porta accanto” che intingeva il calamaio nel cielo.


A dieci anni dalla morte, ritratto della poetessa milanese. I versi, la malattia, la potenza della vita.


E «il primo bacio di Gesù»

di Silvia Guidi  per Tracce 

 «Composizione / atroce: la mia mente che / è andata / a pezzi / sul mio parabrezza infinito».

I versi di Alda Merini, scomparsa il primo novembre di dieci anni fa, vengono copiati, postati e condivisi sui social network. La pazza della porta accanto, l’habitué del caffè Chimera, come definiva se stessa, è sempre più conosciuta, sempre più citata, anche nel mondo digitale.
Google le ha dedicato un doodle il giorno del suo 85esimo compleanno: Alda tiene tra le braccia uno dei suoi libri e ha alle spalle un ponte stilizzato, che idealmente richiama quelli dei Navigli di Milano, zona in cui ha abitato per anni. «Sono nata il ventuno a primavera ma non sapevo che nascere folle, aprire le zolle potesse scatenar tempesta», dice di se stessa.

Ma la follia, dimensione a cui viene associata, per Alda Merini non è solo una metafora letteraria. È anche un’esperienza concreta, quotidiana, penosa, un pozzo di angoscia da cui risorgere ogni volta più ferita ma più forte, più consapevole del valore del dono ricevuto, la grazia di parole viventi a cui può attingere a piene mani. E far attingere anche gli altri. Si tratta di una vera morte, seguita da autentiche, concrete resurrezioni, una sequenza di guarigioni e ricadute che dalla clinica psichiatrica la riportano nel mondo dei “normali”, e viceversa.

Alda inizia a scrivere molto giovane; non ha ancora sedici anni quando l’amica Silvana Rovelli, cugina di Ada Negri, mostra alcune sue poesie allo scrittore Angelo Romanò, che a sua volta le fa leggere al critico Giacinto Spagnoletti.

Nel 1947 conosce tre figure fondamentali del mondo letterario: Giorgio Manganelli, Luciano Erba, Maria Corti. In questo stesso anno si manifestano i primi segni della malattia mentale. Spagnoletti inserisce alcuni dei suoi versi nella sua Antologia della poesia italiana 1909-1949, pubblicata da Guanda nel 1950. Altri sono inseriti nella raccolta, curata dall’editore Vanni Scheiwiller, Poetesse del Novecento, del 1951. Il suo primo libro è La presenza di Orfeo (Schwarz, 1953), apprezzato da pesi massimi della letteratura italiana come Montale, Pasolini, Quasimodo, cui seguono altre due raccolte di liriche, Paura di Dio e Nozze romane, entrambe del 1955.

Sei anni più tardi appare Tu sei Pietro, l’opera che chiude il primo periodo della sua produzione.

Segue un lungo intervallo di tempo segnato dalla malattia che la porterà a subire lunghi ricoveri nell’Istituto psichiatrico Paolo Pini di Milano. In ospedale ricomincia sporadicamente a scrivere, anche a scopo terapeutico, ma è a partire dal 1979 che prende avvio la nuova produzione. La riflessione sulla terribile esperienza del manicomio genera le liriche che solo nel 1984 verranno pubblicate da Scheiwiller con il titolo La Terra Santa, che otterrà nel 1993 il Premio Librex Montale.

Dio è onnipresente nei versi di Alda, a volte in modo non esplicito, a volte con i connotati inconfondibili del figlio del falegname di Nazaret, sorgente di continue rinascite e rinnovate creazioni.

Scrive in Corpo d’amore: «Mi ha resa giovane e vecchia / a seconda delle stagioni / mi ha fatto fiorire e morire / un’infinità di volte. / Ma io so che mi ama / e ti dirò, anche se tu non credi / che si preannuncia sempre / con una grande frescura in tutte le membra / come se tu ricominciassi a vivere / e vedessi il mondo per la prima volta. / E questa è la fede, e questo è lui / che ti cerca per ogni dove / anche quando tu ti nascondi / per non farti vedere».

 Alda, nata il 21 marzo, nelle sue opere è la messaggera di una primavera che assomiglia all’aldilà, a un mondo alieno che ha il compito di mettere meglio a fuoco la profondità dell’aldiquà. 

Non a caso all’inizio della sua lunga e sofferta vicenda editoriale c’è una silloge che ha Orfeo nel titolo: il poeta si lancia nell’abisso per cercare gli dèi fuggiti dal mondo, o almeno per riportarne in superficie le tracce, e la musica. I versi della Merini sono, appunto, una discesa nella notte dell’uomo, ma è una notte illuminata da lampi, popolata di anime e di contrasti, altamente vitale.

Un itinerarium mentis in Deum personalissimo, che può diventare esperienza condivisa solo grazie alla visitazione delle parole, una ricognizione per epifanie, deliri, nenie, canzoni, dello spazio in cui irrompe il naturale inferno e la naturale luce dell’essere umano. Il dolore e la malattia in fondo sono solo il reagente che rende visibili entrambi.

«Ogni poeta vende i suoi guai migliori», diceva la Merini con il suo naturale, abituale understatement: «La bellezza non è che il disvelamento di una tenebra caduta e della luce che ne è venuta fuori. Per me la vita è stata bella perché l’ho pagata cara». In fondo, continua Alda, persino Dante fu «un genio miserabile. Il poeta muore spesso».

Ed è questa la chiave per comprendere, chiosava Manganelli, i modi ingegnosi in cui l’altrove si nasconde sotto l’apparenza dell’ovvio: «Di rado è stata più fermamente sperimentata la qualità empirea della parola impegnata nella ricognizione dell’inferno; la felicità dei testi di Alda Merini non è altro che l’incontro con la perfezione del dolore; la salvezza è il battesimo verbale della disperazione».

Profetessa suo malgrado, perennemente in lotta con il suo compito e la sua vocazione di croce e annuncio, delirio e consapevolezza, Alda Merini parla di se stessa sempre con un sorriso dolceamaro: «Comunemente si pensa che si possa scegliere la vita e il genere di vita che più ci compete, ma è difficile per tutti sottrarsi all’impero della nascita, e a quello più urgente del dolore. E del resto dico spesso a tutti che quella croce senza giustizia che è stato il mio manicomio non ha fatto che rivelarmi la grande potenza della vita».

Di tutte le vite, anche di quelle meno “riuscite” secondo i parametri della mentalità mainstream, e ha reso sempre più concreto e più serrato, negli anni, il suo dialogo con Dio. A chi le domandava come si scrive, rispondeva: «Si va vicino a Dio e gli si dice: feconda la mia mente, mettiti nel mio cuore e portami via dagli altri, rapiscimi. Io scrivo sempre intingendo il mio calamaio nel cielo».

Tutta la sua ampia, variegata opera è un diario senza traccia di sentimentalismo, compiacimenti estetizzanti o di facili condanne in cui emergono variazioni sul tema dello “sperdimento”, quel dimenticare se stessi che è effetto collaterale dell’amore, e ha forza trainante delle passioni più elementari. Ma anche la sicurezza di sé e della propria, singolarissima voce in una sorta di innocenza primaria che osserva e trasforma tutto, lacerando l’abitudine, l’indifferenza e la paura del mondo che c’è “fuori”. Senza mai disconoscere la malattia, con il suo carico di pena costante, ma considerandola una prova da attraversare.

Così lontana e così vicina a tutti noi, la poesia della pazza della porta accanto dei Navigli. 

«I pazzi aprono le vie che poi percorrono i savi», scriveva Carlo Dossi a cavallo fra Otto e Novecento. Nel caso della Merini, è successo davvero. «Due giorni prima che morisse», racconta l’amico di sempre Arnoldo Mosca Mondadori, «mi chiese di riscaldarla con un fon.
Poi si tolse la maschera dell’ossigeno e accese una sigaretta. Allora un amico, Silvio Bordoni, le disse: “Ma signora Merini, non è il caso che lei fumi”.
E lei rispose: “Caro Bordoni, oramai mi rimane questa sigaretta e il primo bacio di Gesù”».

 

 

Alda Merini (Milano, 1931-2009) esordisce con il suo primo libro di poesie, La presenza di Orfeo (Schwarz), nel 1953.
Nel 1984 pubblica La Terra Santa (Scheiwiller) che le vale il Premio Librex Montale.
Le sue opere sono raccolte nell’antologia Il suono dell’ombra. Poesie e prose (1953-2009), edita da Oscar Mondadori.

Vi racconto perchè ci credo

Vi racconto perchè ci credo

Redazione FMA Lombardia

Scriviamo tante cose oggi. Post, messaggi, tweet, email.

Io ho deciso di scrivere ai miei figli per raccontare loro la mia fede.

Che ho riscoperto a 45 anni. 

 

Di Gigi Cotichella per Agoformazione

 

Carissimi Simone, Chiara, Francesca, Valentina,

scrivervi mentre voi siete di sotto a giocare forse fa un po’ sorridere. Ma a volte è un buon modo per prendersi del tempo per ordinare i pensieri. E quando  uno scrive in fondo regala lo stesso tempo agli altri: lo scritto rimane lì, pronto per essere letto e riletto finché si vuole.

Perciò vi scrivo. Per dirvi cosa? In realtà per dirvi “Chi”. Vorrei dirvi quel “Chi” che mi hanno presentato da bambino, su cui ha sempre ruotato tutta la mia vita ma che ho conosciuto in profondità solo da poco.

E’ stato un incontro tosto. Perché così Dio va conosciuto, incontrandolo. Solo se c’è un incontro Dio fa davvero la differenza nella vita. Per questo vi auguro di incontrarlo Dio. Ma siccome sono vostro padre vorrei aiutarvi a riconoscer Dio. Perché c’è anche il rischio che vi passi a fianco e voi non lo notiate.

E allora vi dico due caratteristiche così sapete che dove ci sono quelle… beh Dio non è tanto lontano.

Gesù ci ha presentato Dio come Padre, Figlio e Spirito Santo. Inoltre Dio ha tanto amato l’uomo da darci suo Figlio, e Gesù ha preso talmente bene questo impegno che per amarci si è fatto uomo lui stesso. Sono due aspetti meravigliosi su cui ognuno di noi si gioca la felicità di tutti i giorni: relazione e prossimità.

Dio è relazione. E noi siamo fatti a immagine di Dio.

Per questo la chiave di senso si trova nelle relazioni. Nel come trattiamo gli altri.

Perché gli altri sono il termometro della nostra fede.

 

E come dovremmo relazionarci con gli altri?

Gesù è stato molto chiaro: facendo noi il primo passo. Sempre e comunque. Non ci sono dubbi.

Nella parabola del buon samaritano, Gesù ci dice che la felicità non è mai aspettare il prossimo ma farsi prossimi. Ci dice che dobbiamo muoverci verso gli altri. E questo ci fa stare bene. Meglio. Magari ci feriamo, soffriamo… ma stiamo meglio. Gesù stesso ci ha mostrato con la sua vita questa regola: farsi prossimi, amare fino alla fine, amare a qualunque prezzo.

Relazione e prossimità sono le due facce dell’amore. E l’amore è al centro quando parliamo di Dio. Altrimenti non è il Dio che vi auguro di incontrare… oppure non stiamo parlando di amore, ma di qualche surrogato.

Quando incontriamo Dio scopriamo queste due facce. Per quanto ci fossimo sforzati di avvicinarci a lui, se lo incontriamo capiamo che è lui che si è avvicinato a noi. E quando è vicino a noi scopriamo con meraviglia immensa che lui vuole stare con noi. Immaginate il vostro idolo di turno che vi dica che voglia stare con voi… sempre. Ecco adesso moltiplicatelo più o meno all’infinito… questo è il risultato: Dio vuole stare con me.

Con me che scappo, che sbaglio, che rinnego, che tradisco, che sono grezzo, mediocre… vuole stare con me. Ma se lui che è Dio, vuole stare con me… allora io non sono così male… io valgo qualcosa…

Ma questo so bene che si capisce quando se ne fa esperienza diretta. Perciò quello che vi chiedo in attesa di quell’incontro è di cercare di vivere al meglio relazioni e prossimità. Vivendole vi sarà più facile incontrare Dio, perché ogni volta  che ci apriamo all’amore verso l’altro, ogni volta che rendiamo l’altro il centro delle nostre cure, oltre a essere meno nevrotici e psicotici, noi troviamo Dio.

Vi dicono dalla mattina alla sera che dovete trovarvi, trovare voi stessi, scoprire energie e potenzialità… io vi dico di farlo negli altri, o meglio nell’aiutare gli altri. E così facendo più che trovare vi scoprirete “trovati”. Ed è un’esperienza meravigliosa.

Vivete al meglio il rapporto con gli altri. Fate sempre il primo passo verso chi è in difficoltà sulle strade di tutti giorni. E così vivendo relazione e prossimità non potrete che avvicinarvi alla fonte di ogni relazione e di ogni prossimità. E quando sarete vicino, vi accorgerete finalmente che lui era già di fianco a voi in tutto questo tempo. E in un meraviglioso abbraccio vi farete finalmente amare.

Vi voglio bene.

Papà

Amicizia vera

Amicizia vera

Redazione FMA Lombardia

L’amicizia, quella vera, l’ha inventata Dio!

Di Giuseppe Corigliano

Quanto è bello avere amici, amici veri. Per loro siamo disposti a tanto. Ma il modello è Cristo che proprio nell’Ultima Cena “ci ha chiamato amici” e per gli amici ha mostrato l’amore più grande: dare la vita.

Le radici dell’amicizia affondano nel mistero della creazione dell’uomo da parte di Dio: ci parlano della somiglianza fra Dio e l’uomo. La gratuità è una delle caratteristiche dell’amicizia: se è interessata non è più amicizia. La grazia di Dio è gratuita: è l’amicizia che Dio ha per l’uomo; essendo divina sostiene, modifica e migliora la vita dell’uomo.

Gratuite sono le cose più importanti della vita: l’amore dei genitori, l’amore degli innamorati. Per questi motivi è difficile definire con completezza cosa è l’amicizia: lo si capisce vivendo.

Un amico fedele è rifugio sicuro: chi lo trova, trova un tesoro.
Per un amico fedele non c’è prezzo, non c’è misura per il suo valore.
Un amico fedele è medicina che dà vita: lo troveranno quelli che temono il Signore.
Chi teme il Signore sa scegliere gli amici: come è lui, tali saranno i suoi amici.
(La Bibbia, libro del Siracide)

E’ un passo molto conosciuto, veritiero, che stabilisce anche un nesso fra la capacità di amicizia e il rapporto con Dio: solo colui che teme il Signore troverà amici veri e i suoi amici gli assomiglieranno, afferma il Siracide.

Nell’antichità era già noto il valore dell’amicizia anche al di fuori della cultura giudaico-cristiana. Castore e Polluce, Achille e Patroclo, Enea e Pallante… tutti simboli di un’amicizia vera e profonda, propria di un’umanità nobile.

Nel discorso più importante del Vangelo di San Giovanni – quello dell’Ultima Cena – Gesù chiama “amici” gli apostoli, chiarendo che il miglior amico è colui che dà la vita per i suoi amici, com’è il caso di Cristo.

In Gesù si trova una caratteristica che ho riscoperto in San Josemaría Escrivá: l’amicizia che costruisce la Chiesa. Gesù è venuto per tutti ma è particolarmente “amico” degli apostoli, che saranno i pilastri della sua Chiesa, i patriarchi delle nuove tribù del nuovo Israele.

San Josemaría si comportava così. Benevolenza per tutti, ma l’amicizia vera è l’unico apostolato del laico cristiano: è il canale in cui si riversa naturalmente l’amore di Dio. E’ inconcepibile per Escrivá un’amicizia che non sia apostolica. Può essere rispettosa, ma sempre apostolica. Perché noi, se siamo di Dio, parliamo di Lui anche senza accorgercene.

Prima di essere cristiano avevo un solo amico, dopo è stato naturale averne una dozzina – quindicina che seguo strettamente, e poi un insieme di persone a cui voglio bene: parenti e conoscenti. Ho un elenco di persone per cui prego ogni giorno al mattino alla presenza di Dio: la preghiera è sempre efficace e mi suggerisce spunti su cosa posso fare per loro.

L’amicizia è spontanea ma può anche essere cercata e provocata. Da questo punto di vista è simile all’innamoramento. In particolare cerco di coltivare l’amicizia con le persone che ho vicino: far sentire che si accetta l’altro così com’é, stimarlo, ridere insieme.

Da un certo punto di vista l’amicizia è più nobile dell’amore coniugale. L’amicizia, ripeto, accetta l’amico così com’é. La moglie no: ha delle pretese che possono offuscare l’amicizia. L’ideale nel matrimonio è che gli sposi siano amici fra loro: sembra scontato ma non lo è.

L’amicizia è simile all’amore di Dio per noi.

 

Fonte: Aleteia

Lettera dal Cile

Lettera dal Cile

Redazione FMA Lombardia

Sogniamo un Cile migliore

Lettera di don Carlo Lira, Ispettore, alla Famiglia Salesiana

Il Cile sta vivendo un’ondata di proteste che ha avuto inizio la settimana scorsa – dopo che il governo ha annunciato un aumento del costo del biglietto della metropolitana di Santiago – e che ha lasciato sul terreno almeno 19 morti e centinaia di feriti. Questa ondata di proteste risponde alla rabbia di una nazione che da 30 anni vive sotto un modello neoliberale che ha progressivamente esacerbato le profonde differenze economiche tra una minoranza di impresari divenuti più ricchi, e una maggioranza sempre più povera, a cui va aggiunta la crescente corruzione dei politici.

Dopo le forti mobilitazioni per le strade, che hanno portato le autorità a dichiarare lo stato di emergenza e il coprifuoco in diverse zone del Paese, il Presidente Piñera ha ritirato la misura introdotta una settimana fa, ma ciò non è servito a porre fine alle massicce manifestazioni in tutto il Cile.

In questo contesto, l’Ispettore salesiano in Cile, don Carlo Lira, ha scritto una lettera alla Famiglia Salesiana:

“Cara Famiglia Salesiana.
Il momento che stiamo vivendo nella nostra società ci mostra una coscienza sociale viva e risvegliata, realtà che ci permette di discernere adeguatamente e rispondere con prontezza alla volontà di Dio. Le aspirazioni della maggioranza che si manifestano pacificamente nelle strade per un Paese più giusto e solidale, dove la persona è al centro di ogni politica, fanno parte della costruzione del Regno, e perciò ci impegnano tutti come discepoli di Gesù.
Tuttavia, vi invito a non cadere nel trattamento che ha portato giustamente all’indignazione: l’indifferenza di fronte alle proposte dei percorsi che possono emergere, la denigrazione dell’altro, l’annullamento dell’altro come persona. La violenza non è mai una soluzione. Cristo ha dato se stesso per tutti noi.
Voglio che aiutiamo il nostro Paese a sognare una società migliore, un Paese di fratelli, più umano. È tempo di andare avanti, rispettandoci e ascoltandoci con il cuore.
Don Bosco ci insegna che l’amore è la forza che ci rinnova e ci sviluppa. Dobbiamo fare del nostro meglio per contribuire in ciascuno degli ambienti in cui viviamo, per recuperare la convivenza armoniosa, sapendo che l’obiettivo finale non è immediato, ma possibile.
Che Maria Ausiliatrice, la Vergine dei tempi difficili, ci accompagni”.

Dopo 7 giorni di manifestazioni, che hanno mobilitato milioni di persone nelle principali città del Cile, dimostrando una decisione irrevocabile di realizzare un cambiamento sociale, la parola ‘dialogo’ ha preso piede nel dibattito sociale in Cile, ed è vista come l’unica via per collegare i vari attori sociali e raggiungere un accordo nazionale.

 

Fonte: Infoans

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