Invalsi e ripresa della scuola

Invalsi e ripresa della scuola

Di Marco Pappalardo

 

Neanche il tempo di concludere gli esami di maturità ed entrare tutti in vacanza, che già c’erano polemiche sulla scuola a causa dei dati “scadenti” rilevati dalle prove Invalsi, affrontate dagli studenti durante l’anno.
Mentre si era alla ricerca di un colpevole, ci si preoccupava a diversi livelli, si è giunti alla ripresa del nuovo anno scolastico, ed ora che succederà?

Niente di grave e per rasserenare propongo alcuni motivi (non scuse!) per i quali non si debba dare troppo peso a questi dati.

 

Uno: gli alunni svolgono queste prove con poco interesse visto che gli esiti non contano per la loro carriera scolastica; se ci fosse un voto di mezzo, andrebbero decisamente meglio!

Due: quanto si trovano ad affrontare nelle diverse discipline è per lo più diverso nella modalità e nella forma da ciò che affrontano in classe, dunque è possibile trovarsi in difficoltà dinanzi alla novità. Si può obiettare che nella vita si troveranno davanti a problemi sempre diversi da risolvere; è vero, ma le prove Invalsi non sono la vita!

Tre: per quanto la statistica sia una scienza, i numeri non tornano nel paragone/divario tra Nord e Sud (ma pure in altri casi) se il numero di scuole non è lo stesso; se valuto 1000 da un lato e li paragono a 500 dall’altro, il risultato non può essere equilibrato.

Quattro: questi test sono strutturati su modelli europei, ma in Europa il sistema scolastico è diverso per ogni Paese; considerato che in Italia riteniamo migliori sempre i modelli degli altri, costruiamo prove adatte agli altri studenti, non ai nostri.

Cinque: posto che le periferie e le scuole di periferia o in contesti difficili si trovano in tutto lo Stivale, purtroppo dobbiamo ammettere che al Sud ve ne sono di più; l’Invalsi non ne tiene certo conto, soprattutto non considera (cosa gravissima!) l’impegno della scuola in questi contesti non per raggiungere standard nazionali o europei, bensì quelli necessari per la vita ordinaria, per accedere al ciclo di studi successivo, per non finire nelle grinfie della malavita organizzata, per diventare onesti cittadini.

Sei: ma siamo proprio sicuri che se i risultati delle prove sono così preoccupanti, non ci si debba preoccupare che siano le prove poco adatte? In tanti anni di valutazioni, di solito con tali esiti, cosa si è fatto?

Sette: si parla spesso di enorme “fuga di cervelli” dall’Italia in Europa e all’estero; per “cervelli” intendiamo giovani in gamba, ben dotati intellettualmente, creativi e competenti, giusto? Ma se l’Invalsi ci dice da anni che la nostra scuola sforna giovani poco preparati, qualcuno mi sa dire quali “cervelli” mandiamo fuori dal Paese?

Otto: possiamo valutare solo alcune discipline (Italiano, Matematica ed Inglese) e pensare che questo dica tutto della scuola italiana e degli studenti? E tutte le altre? Sarebbe meglio non farle e studiare solo quelle tre, così almeno non ci strappiamo i capelli quando escono i dati!

Nove: il nome per esteso dell’Invalsi è “Istituto Nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e formazione”; quand’è che viene considerata nelle prove la questione “educativa”? Non certo con gli attuali test.

Dieci: i docenti hanno qualche responsabilità? Magari un giorno l’Invalsi proporrà delle prove pure per noi: risulteremo i peggiori in Europa, però nel frattempo un nostro ex studente (tra l’altro di una scuola del Sud!) è il comandante della Stazione Spaziale Internazionale!

Sul colloquio orale

Sul colloquio orale

Di Marco Pappalardo

Archiviati gli scritti degli esami di maturità, è tempo degli orali che si presentano ancor più rinnovati della prima e della seconda prova.

Si è discusso molto sulla preparazione e sulla scelta di una delle tre buste chiuse, contenente un testo o un’immagine, dalla quale lo studente inizierà per poi collegare i contenuti delle discipline; poi si passerà a descrivere il percorso dell’Alternanza Scuola-Lavoro (che ha cambiato nome) e, prima di vedere le prove scritte corrette, si parlerà di “Cittadinanza e Costituzione”.

Dubbi da parte dei docenti: si potranno fare domande sul programma svolto?

Dubbi da parte degli studenti: mi potranno fare domande sul programma svolto?

Sulle incertezze tutti d’accordo! Visto che ormai ci siamo, la partita si giocherà tutta sul campo e, oltre alle direttive ministeriali, si spera che prevalga il buon senso: i commissari, dinanzi alle novità, considereranno certamente le eventuali difficoltà in cui lo studente si troverà e avranno una maggiore comprensione; lo studente che ha fatto il proprio dovere, stia sereno e dia il meglio di sé.

Messe da parte le questioni generali, a me questo genere di colloquio sembra una bella occasione per tutti.

Il contenuto della busta scelta lo immagino come il punto di partenza di un viaggio le cui tappe successive dipenderanno dalla capacità dello studente di camminare sulle proprie conoscenze, di correre sulle ruote del senso critico, di volare sulla scia degli approfondimenti. Ma quando viene data una simile opportunità a ciascuno a scuola? E questo è uno di quei limiti che la commissione è chiamata ad accogliere serenamente qualora il maturando abbia qualche tentennamento o incertezza.

Sul racconto della “vecchia” Alternanza Scuola-Lavoro, per quanto sia pure una novità, non ci devono essere scuse, visto che è un percorso vissuto, certificato, da preparare a casa; da commissario mi aspetterei il meglio possibile in fatto di sicurezza nell’esposizione, dovizia di contenuti, originalità. La parte su “Cittadinanza e Costituzione” è un esercizio da equilibristi: da un lato le esperienze inerenti vissute durante l’anno scolastico ed i contenuti affrontati, dall’altro le lecite domande che esse susciteranno nei prof

A me, per esempio, piacerebbe ascoltare dagli studenti quanto contatto e dimestichezza hanno con l’attualità, con gli eventi mondiali, con i grandi temi sociali, con il tempo che vivono; e non per controbattere, creare questioni partitiche o giudicare poi le idee, ma perché la maturità scolastica è la sintesi, a vari livelli, tra quella della persona nella sua globalità e quella della persona come studente.

Naturalmente questa “maturità” vale anche per il docente e il riconoscerlo con umiltà non è offensivo o squalificante, al contrario è un elogio ed una gratifica. Alla fine, di solito, il Presidente chiede all’esaminando quali studi intraprenderà; alcune risposte saranno decise, altre meno, qualcuna non vera, e non è neanche detto che tutti debbano frequentare l’università.

Io chiederei invece “chi sono i tuoi modelli? a chi ti ispiri ogni giorno?” e poi “che persona vuoi essere domani?”.

Lettera per la fine dell'anno scolastico

Giunto alla fine di un altro anno scolastico, che cosa ho imparato e che cosa ho capito?

Ho imparato che rimandare sempre lo studio giornaliero all’indomani è più leggero sul momento, ma pesa enormemente alla resa dei conti, e di solito il risultato è appena sufficiente; ho capito che la voglia di studiare non viene miracolosamente dall’alto, ma dall’alto del mio corpo sì, cioè dal cervello. Ho imparato che le materie che non mi piacciono hanno la capacità di fermare l’orologio in aula quando il prof. spiega, ma di lasciarlo correre più velocemente al momento della verifica scritta; ho capito che solo passando più tempo su quegli argomenti mi permette di renderli più familiari, come quando si diventa più amici frequentandosi molto. Ho imparato che è dura alzarsi presto ogni mattina per più di 200 giorni quando non hai un buon motivo e passi la notte con le maratone delle serie on line; ho capito che devo aggrapparmi a qualcosa che non siano le coperte o il cuscino per iniziare bene la giornata scolastica, come il piacere di rivedere i miei compagni, mentre – visto che il pomeriggio studio poco – potrei pure anticipare la maratona!

Ho imparato che in ogni libro c’è almeno una pagina che mi piace e mi appassiona, e non è la copertina; ho capito, però, che è necessario sfogliarlo per trovarla e la ricerca può diventare una scoperta interessante. Ho imparato che “sui banchi di scuola si cominciano a vincere le battaglie del domani”; ho capito che non si tratta delle battaglie navali con il mio compagno di banco, bensì di ciò che sono e sarò, di ciò che desidero e progetto sin da piccolo. Ho imparato che, quando dico “a che mi serve studiare questa materia nella vita”, non solo non saprò i contenuti della materia, ma neanche della vita; ho capito che ciò che non studio non mi servirà mai, solamente perché non ho consapevolezza dell’utilità. Ho imparato che “tanto recupero quando voglio, c’è tempo” è una formula che funziona per i miei compagni e non piace ai proff.; ho capito che la partita della scuola non va vinta nei minuti di recupero tra maggio e inizio giugno o ai supplementari di settembre, anche perché eventualmente non esistono i calci di rigore! Ho imparato che la paura iniziale di non essere all’altezza diventa reale soltanto se glielo permetto, facendomi sopraffare dalla noia e dal disinteresse; ho capito che dandomi da fare supero la noia e, conoscendo di più, tutto diventa interessante.

Ho imparato che “i compagni di classe te li ritrovi, non li scegli” come gli amici; ho capito che diventare amici è una scelta e che, in tutti i momenti importanti e meno, i compagni poi te li ritrovi amici. Ho imparato che “se non ho un sogno, che ci sto a fare a scuola?”; ho capito che non si tratta di dormire sul banco, quanto invece di immaginare concretamente nel presente, a partire da ciò che studio e vivo, quell’Infinito necessario per diventare chi sono chiamato ad essere!

Ho imparato questo in tanti anni scolastici e non perché sono stato bocciato più volte, ma poiché sono un prof.; ho capito che ogni anno è unico e diverso dai precedenti, ogni classe è tipica ed originale, ogni giorno è un’occasione da guadagnare e non da perdere, ogni collega è una risorsa non un rivale, ogni pagina è la stessa e nuova al contempo, ogni studente è l’alfa e l’omega della nostra professione!

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A scuola si può fare politica?

A scuola si può fare politica?

Di Marco Pappalardo

A scuola si può fare politica? La vicenda della docente di Palermo sospesa per diversi giorni ha aperto tanti fronti di discussione.

Ora è tornata tra i suoi studenti e colleghi, ma resta la questione. Tra i commenti ai diversi articoli di quei giorni, oltre i moltissimi di sostegno ve ne erano tanti di biasimo con la motivazione che un professore non deve fare politica! Giusto o sbagliato? La politica che deve restare fuori dalle aule è quella partitica, quella della militanza di destra, centro, sinistra, con i relativi estremi di qua o di là, tranne che non si dibatta sulla cronaca, a partire dai giornali, da un evento particolarmente significativo, e sempre mostrando tutte le sfaccettature.

Non si può e non si dovrebbe fare a meno, invece, della politica come ‘ricerca del bene comune’ o come ‘la più alta forma di carità’.

È proprio la scuola in tal senso un laboratorio politico e di politica, una palestra in cui si impara nella libertà e con responsabilità ad essere onesti cittadini e buoni costruttori della società! Di questo abbiamo tanto bisogno e forse in una scuola con tale prospettiva dovrebbero ritornare per qualche tempo un bel po’ di politici! Però, tornando sui banchi, per quanti vogliono al contrario una totale asetticità e distanza dalla politica nelle classi, non ci si dimentichi che ci sono pagine e pagine di Storia dedicate, capitoli di Geografia, ore di Cittadinanza e Costituzione, dibattiti e teorie della Filosofia.

E come parlare di Dante senza toccare il tema politico? Come trattare Machiavelli, Foscolo, Alfieri, Manzoni? E andando indietro, possiamo forse eliminare tutte le tragedie greche sul tema o alcune commedie di Aristofane? Oppure c’è modo di conoscere davvero Cicerone senza? E che dire delle elezioni dei rappresentanti di classe e di istituto degli alunni, con quella verve tipica, le liste, persino le promesse. Potremmo continuare, ma ci fermiamo sulla necessità di usare le parole riempiendole del giusto significato, adattando il vero contenuto che esprimono al contesto, senza generalizzare.

Si studia non certo per il ‘quanto basta’, per la ‘meno peggio’, per il ‘politically correct’, per sopravvivere e prendersi un pezzo di carta, bensì per capire e scoprire, per discernere e giudicare, per comprendere e desiderare di saperne di più, per sbagliare e rialzarsi, per sapere che cosa sono le “leggi razziali” e per evitare che si ripetano.

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Grembiule e divisa

Grembiule e divisa

Le recenti discussioni sul grembiule a scuola mi hanno fatto tornare in mente che io non lo amavo proprio e, guardando le mie foto in divisa di quei tempi, si capisce immediatamente.

Uno era nero con il fiocco rosa a pallini bianchi e la sola descrizione lascia già senza parole; l’altro era bianco, quello classico, che io indossavo ostinatamente come un camice da medico in corsia per sopportarlo più facilmente. Il fatto che si dovesse abbottonare da dietro dava il senso della camicia di forza, dell’impossibilità di potersene liberare autonomamente, di dover continuamente trattenere il respiro, per non parlare della difficoltà al momento di andare in bagno. C’era pure il problema di tenerlo pulito il più possibile (quello nero dava più soddisfazioni in tal senso!), sia per una questione di decoro, sia perché, dovendolo indossare ogni giorno, non si trovava sempre il tempo di lavarlo o il clima giusto per farlo asciugare per l’indomani; ricordo ancora la sensazione mattutina delle estremità delle maniche e del colletto umidicci.

L’alternativa per qualche periodo fu la tuta, per la cui scelta le mamme si accapigliavano davanti alla scuola, e fortunatamente non esistevano i gruppi sui social e le telefonate si pagavano care a scatti. Alla fine ci trovavamo sempre con quelle dai colori improponibili e dagli accoppiamenti non esistenti in natura, però rigorosamente con il colletto e i polsini bianchi, proprio dove ci si sporca di più; e che dire delle toppe che si stratificavano settimana per settimana, come medaglie ottenute per le ripetute cadute?

A quei tempi, tra tute e grembiule, non mi sentivo uguale ai miei compagni, mi sentivo scomodo, impacciato e persino un po’ frustrato man mano che cresceva in me quel pizzico di gusto artistico autonomo e di creatività, ma non potevo vestirmi come desideravo. Non volevo essere migliore degli altri, non avevo i mezzi economici per essere all’ultima moda o griffato, ma credo cercassi già allora di essere me stesso, così come la mia famiglia mi aveva saggiamente ispirato.

Oggi è interessante e mi fa sorridere sentir discutere animatamente sull’obbligatorietà o meno del grembiule o di una divisa a scuola, come sull’idea che ciò possa salvaguardare dalle discriminazioni.

Finito il tempo dell’amarcord, la questione è ancora una volta educativa ed affrontarla esteticamente non serve a risolvere le disuguaglianze.

Avere una divisa uguale per tutti non garantisce che tutti possano partecipare alle gite o ai viaggi d’istruzione a seconda dei costi; non garantisce il superamento dei giudizi o dei pregiudizi per i quali, ad esempio, c’è sempre qualcuno che non viene invitato alle feste ed isolato per motivi di classe sociale o del quartiere in cui vive; non nasconde lo zaino o le scarpe alla moda, il diario e l’astuccio marcati, veri e propri simboli di una certa possibilità economica; e che dire dello smartphone e di altre tecnologie portatili già in mano ai più piccoli e chiaramente non accessibili a tutti?

In quegli anni a scuola, tra elementari e medie, grazie ai miei genitori e agli insegnanti (poi all’oratorio), ho imparato a guardare gli occhi dei miei compagni e non le scarpe, ad invitare tutti a casa per una festa, ad aiutare in classe chi aveva maggiori difficoltà, e non sempre era meno abbiente; li ho visti aiutare chi non poteva pagare la quota della gita o comprare la merenda, sí, la merenda sempre abbondante nel mio zaino per poterla dividere con qualcun altro.

Non è una storia da libro “Cuore”, né un’autoincensazione, poiché sono sicuro che nell’io di questa pagina di diario ci si ritrovano in tanti che ancora credono che attraverso l’educazione e la testimonianza di adulti credibili si formano persone migliori a prescindere dall’abbigliamento che, al massimo, se condiviso, può essere significativo per il senso di appartenenza.

Se c’è un grembiule o una divisa da scegliere per la scuola, è quello di chi lo indossa per servire e non per essere servito.

 

 

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