Papa ai giovani del Madagascar

Papa ai giovani del Madagascar

Attraverso di voi il futuro entra nel Madagascar e nella Chiesa. Così il Papa agli oltre 100mila giovani malgasci durante la veglia al campo Soamandrakizay. Poi il monito: mai isolarsi, mai cedere alle voci che cercano di addormentarvi e farvi tacere, con Gesù ci sono sempre nuovi orizzonti possibili.

 

E’ il Campo diocesano di Soamandrakizay, nella periferia di Antananarivo, realizzato su un terreno di circa 30 ettari, per metà di proprietà della diocesi e per metà appartenente ad un magnate musulmano, ad ospitare il caloroso e atteso incontro di Francesco con la gioventù del Madagascar che brilla di una fede viva. Le danze tradizionali, i cori, le musiche sature di percussioni, i colori di questa isola meravigliosa muovono di felicità gli occhi del Papa. “Non si sbagliavano quelli che mi hanno detto che avete una gioia e un entusiasmo straordinari”, esordisce il Vescovo di Roma, che poi ascolta coinvolto le testimonianze di due giovani.

Contenuto non disponibile
Consenti i cookie cliccando su "Accetta" nel banner"

 

Rova Sitraka, uno dei due invitati a dare la loro testimonianza sul palco, parla di come la missione verso i carcerati, l’abbia completamente trasformato e arricchito, cambiando soprattutto il suo modo di vedere e giudicare gli altri per quanto questo suo impegno non fosse visto di buon occhio dalla famiglia. “Hai imparato a conoscere non solo le qualità ma anche le storie che si nascondono dietro ogni volto – gli dice il Pontefice, ringraziandolo – hai messo da parte la critica veloce e facile, che sempre paralizza. Ti sei reso conto che, in molte persone che sono in prigione, non c’era il male, ma solo delle cattive scelte”.

 

Dio non ci chiama col nome dei nostri peccati

D’altronde, ripete Francesco, questo è l’atteggiamento di Dio verso di noi. Egli non giudica, non ci affibbia aggettivi, non ci condanna per aver sbagliato strada anzi sempre ci ricorda quanto siamo preziosi ai suoi occhi.

Lui non ci chiama col nostro peccato, coi nostri errori, i nostri sbagli, i nostri limiti, ma lo fa con il nostro nome; ognuno di noi è prezioso ai suoi occhi. Il diavolo, invece, pur conoscendo i nostri nomi, preferisce chiamarci e richiamarci continuamente coi nostri peccati e i nostri errori; e in questo modo ci fa sentire che, qualunque cosa facciamo, nulla può cambiare, tutto rimarrà uguale.

 

Non correre dietro alle illusioni

Il Papa insiste nel chiedere ai ragazzi di essere sempre in cammino, sempre alla ricerca di quella felicità che nessuno può togliere, certi che Gesù Risorto rimane con noi e non se ne va mai, ci chiama, ci aspetta per affidarci una missione importante.

Sappiamo tutti, anche per esperienza personale, che ci si può smarrire e correre dietro a illusioni che ci fanno promesse e ci incantano con una gioia appariscente, rapida, facile e immediata, ma che alla fine lasciano il cuore, lo sguardo e l’anima a metà strada. Quelle illusioni che, quando siamo giovani, ci seducono con promesse che ci anestetizzano, ci tolgono la vitalità, la gioia, ci rendono dipendenti e ci chiudono in un circolo apparentemente senza uscita e pieno di amarezza.

 

Rifuggire l’amarezza

Evitare il contagio delle illusioni e dell’amarezza, il pensare che le cose non cambieranno mai, è l’esortazione del Pontefice ai suoi giovani. Amarezza pericolosa, aggiunge, che prende il sopravvento “quando non si dispone del minimo necessario per combattere giorno per giorno; quando le effettive opportunità di studiare non sono sufficienti”, quando manca il lavoro che blocca il futuro, quando prevalgono ingiustizia e precarietà.

Il Signore è il primo a dire: no, non è questa la via… Ci chiama per nome e ci dice: “Seguimi!”. Non per farci correre dietro a delle illusioni, ma per trasformare ognuno di noi in discepoli-missionari qui e ora. È il primo a confutare tutte le voci che cercano di addormentarvi, di addomesticarvi, di anestetizzarvi o farvi tacere perché non cerchiate nuovi orizzonti. Con Gesù, ci sono sempre nuovi orizzonti. Vuole trasformarci tutti e fare della nostra vita una missione.

 

Costruttori di futuro

Gesù chiama – prosegue Francesco – ma chiede anche di non avere paura di sporcarci le mani, superando l’apatia e trovando piuttosto, come ha fatto Rova, risposte cristiane ai problemi quotidiani. Chiede di avere fiducia e di credere nelle proprie competenze e capacità. D’altra parte se il discepolo vuole crescere nell’amicizia con Cristo, non deve rimanere immobile né lamentarsi, ma muoversi e agire.

Attraverso di voi, il futuro entra nel Madagascar e nella Chiesa… E’ il Signore che vi invita ad essere costruttori del futuro, voi sarete costruttori del futuro… Ti chiedo e ti invito a chiederti: il Signore può contare su di te? Il tuo popolo malgascio può contare su di te? La tua patria, il Madagascar può contare su di te?

 

No alla tentazione di isolarsi

Importante però è non andare mai da soli, perché Dio non vuole “avventurieri solitari” e l’isolamento è una delle peggiori tentazioni in cui possiamo cadere. E’ la testimonianza di un’altra giovane, Vavy Elyssa, di 21 anni, ad offrire al Pontefice lo spunto per questa riflessione e in particolare la via scelta dai suoi genitori, che pur appartenendo a tribù profondamente diverse per usi e costumi, hanno superato tutte le prove e le differenze grazie all’amore reciproco.

E’ impossibile essere un discepolo missionario da solo: abbiamo bisogno degli altri per vivere e condividere l’amore e la fiducia che il Signore ci dà. L’incontro personale con Gesù è insostituibile, non in maniera solitaria ma in comunità. Sicuramente, ognuno di noi può fare grandi cose, sì; ma insieme possiamo sognare e impegnarci per cose inimmaginabili!… Mai isolarsi o voler fare da soli! E’ una delle peggiori tentazioni che possiamo avere.

 

Non spegnere la luce della speranza

Il Papa incoraggia i legami familiari di fraternità e solidarietà, ripete che nessuno può dire “non ho bisogno di te”, incoraggia la vita comunitaria, grazie alla quale possiamo imparare a riconoscere i piccoli miracoli quotidiani. Esorta i giovani a dire sì, senza giri di parole, come ha fatto Maria per poter ricevere la luce della speranza e “rendere il Madagascar sempre di più la terra che il Signore ha sognato”.

È il “sì” di coloro che vogliono impegnarsi e che sono disposti a rischiare, che vogliono scommettere tutto, senza altra sicurezza che la certezza di sapere che sono portatori di una promessa. Quella ragazza oggi è la Madre che veglia sui suoi figli che camminano nella vita spesso stanchi, bisognosi, ma che desiderano che la luce della speranza non si spenga. Questo è ciò che vogliamo per il Madagascar, per ciascuno di voi e per i vostri amici: che la luce della speranza non si spenga!

 

La veglia termina con una danza di alcuni giovani eseguita davanti al Papa, poi il Padre Nostro in lingua malgascia e la preghiera di affidamento alla Madonna, che Francesco poco prima aveva citato come la protettrice del Madagascar.

 

Fonte: https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2019-09/papa-francesco-viaggio-apostolico-madagascar-veglia-giovani.html#play

La fragile felicità delle nuove generazioni

La fragile felicità delle nuove generazioni

Di Alessandro Rosina

L’estate è un periodo di lunga vacanza per i ragazzi italiani. 

In modo crescente tale periodo è utilizzato per fare esperienze di volontariato di vario tipo.
Le offerte stesse di impegno (sociale, civile, ambientale), sono in continua evoluzione, con proposte mirate da organizzazioni e associazioni (Legambiente, Libera, Amnesty International, Fai, Aiesec, Arci, Acli, Caritas, Misericorde d’Italia, tanto per citarne alcune).
Si tratta di una conferma del fatto che la felicità per i giovani non sta nel tempo sprecato o nel tempo spensierato, ma nel tempo riempito di esperienze positive che producono valore nel fare con gli altri. I dati del Rapporto giovani dell’Istituto Toniolo mostrano come i più felici siano proprio i giovani che oltre a studiare, lavorano e ancor più fanno attività di volontariato. Mentre, al contrario, i meno felici sono I NEET, i giovani che non studiano e non lavorano.
Quest’ultima condizione produce un effetto corrosivo, come evidenziano i dati dell’Osservatorio giovani dell’Istituto Toniolo: al «non» studio e lavoro tendono ad associarsi anche altri «non» sul versante delle scelte di autonomia, di formazione di una famiglia, di partecipazione civica, di piena cittadinanza.

È crescente la consapevolezza dell’importanza di aiutare i giovani ad immettersi, concretamente, all’interno di un circuito virtuoso in cui “imparare” e “fare” si stimolano e sostengono a vicenda, con al centro il miglioramento continuo delle competenze (non solo tecniche, ma anche sociali, che aiutano a rispondere in modo versatile ed efficace alle sfide del lavoro e della vita).  Tutto questo come parte più generale del processo di comprensione della realtà che cambia e della capacità di agire con successo al suo interno. I Neet sono i giovani che non riescono ad inserirsi in tale circuito virtuoso.
Di fronte alle grandi trasformazioni demografiche, alle sfide poste dalla globalizzazione e dall’innovazione tecnologica – destinate a produrre un grande impatto sulle vite dei singoli, sull’organizzazione sociale, sulla crescita economica – è cruciale, anzi vitale, aiutare le nuove generazioni a produrre nuove mappe della realtà che muta e individuare i percorsi più promettenti per raggiungere obiettivi condivisi. Il rischio è altrimenti quello per i giovani di perdersi e per la collettività di impoverirsi e veder aumentare diseguaglianze e tensioni sociali.

I giovani chiedono a chi guida il paese di impegnarsi maggiormente a migliorare le condizioni dei cittadini e del contesto sociale e ambientale in cui vivono. Ma è crescente la convinzione che serva anche una spinta dal basso, che nessun vero miglioramento sia possibile senza un protagonismo attivo dei cittadini e in particolare dei giovani stessi. Da varie ricerche emerge come la maggioranza dei giovani non si senta inclusa nei processi decisionali e politici e ritenga che le nuove generazioni dovrebbero essere maggiormente coinvolte. È però anche vero che le modalità di partecipazione tradizionali funzionano sempre meno. I giovani di questo secolo, in particolare, tendono a prediligere una partecipazione meno guidata da ideologie, più orientata al risultato direttamente riscontrabile e associata a una propria esperienza positiva di arricchimento personale. Ciò che li ingaggia maggiormente è poter fare un’esperienza condivisa in cui si esercita la propria capacità di esprimere un protagonismo positivo nel migliorare il contesto di riferimento. Sempre i dati del “Rapporto giovani” mostrano come la partecipazione sociale risulti più bassa rispetto ai coetanei degli altri grandi Paesi europei, ma più alta è la domanda potenziale espressa. Il che significa che anche sul volontariato e sull’impegno civile stiamo sottoutilizzando la voglia di essere e fare delle nuove generazioni italiane.

Questo vale ancor più sul tema dell’ambiente. Più che nelle generazioni precedenti c’è l’idea di un pianeta inteso come casa comune e del patrimonio naturale come bene comune. C’è poi la volontà di uscire dalla gabbia del presente e di reagire al rischio di essere una generazione che subisce passivamente le trasformazioni del proprio tempo, per passare a una idea positiva di futuro da realizzare con il proprio impegno e in coerenza con proprie aspettative e sensibilità.

La felicità non è qualcosa da trovare nel futuro (come un tesoro in un’isola sperduta chissà dove) ma sta nel sentirsi oggi parte attiva e riconosciuta di un processo di costruzione collettiva di un domani migliore del presente. È prendere in mano la propria vita e accettare la sfida di renderla qualcosa di valore, di bello, di unico. Come scrivo nel mio libro Il futuro non invecchia, questo richiede un nuovo approccio soprattutto nei confronti del presente, superando la propensione a farne il tempo delle scelte a difesa del benessere raggiunto, per renderlo il tempo dell’investimento sul benessere futuro. Tutto ciò che consente ai giovani di fare oggi esperienze positive, che aiutano a sperimentarsi nell’essere e nel fare con gli altri, inserendole in un percorso di arricchimento di senso e valore, aumenta nel presente la felicità dei singoli e rafforza la capacità collettiva di generare benessere futuro.

Fonte: http://rivista.vitaepensiero.it//news-vp-plus-la-fragile-felicita-delle-nuove-generazioni-5162.html

Ora corri

Ora corri

Messaggio dell’Arcivescovo Mario Delpini per la Festa di apertura degli oratori 2019

Perché hai preso le scarpe?

Ci sono anche quelli che comprano le scarpe solo perché ci sono i saldi e le offerte speciali.
Hanno le scarpe per la montagna, perché erano quasi gratis, ma non sono mai andati in montagna. Hanno le scarpe con i tacchetti per il calcio, perché c’è stata una svendita, ma non hanno ancora deciso se iscriversi a calcio. Hanno le scarpe per la danza classica, ma con i balletti si annoiano. Hanno una scarpiera piena di scarpe nuove.

Ci sono, invece, quelli che prendono le scarpe perché hanno ricevuto una promessa, una specie di chiamata e si affrettano a procurarsi quello che serve per non perdere l’occasione: è stata organizzata la conquista di una vetta e sanno di essere attesi; sono stati convocati per una partita e vogliono far parte della squadra.

L’oratorio rivolge un invito a mettersi in cammino. Fai parte di una squadra, sei atteso e apprezzato. Procurati le scarpe. Cioè non perdere l’occasione per essere dei nostri: una impresa affascinante ci aspetta.

Dov’è la meta?

Ci sono anche quelli che corrono per tenersi in esercizio: non vanno da nessuna parte. Però ogni giorno dedicano del tempo a correre. Più o meno sempre lo stesso percorso, più o meno lo stesso tempo. Più o meno la stessa gente. Poi, a un certo punto si stancano e lasciano perdere: perché poi dovrei fare tutti i giorni questa fatica?

Ci sono quelli che corrono per allenarsi. Fanno esercizi e movimenti talora un po’ bizzarri. Si stancano, talora si innervosiscono perché l’allenatore ha pretese e non risparmia rimproveri. Accettano però la fatica. Si preparano alla partita o alla corsa o al concorso. Ma, se dopo tanto allenamento non sono convocati, si arrabbiano e hanno l’impressione di aver perso tempo: l’allenamento non è servito a niente!

Ci sono quelli che corrono perché hanno una meta, un luogo in cui sanno di essere attesi, non vogliono arrivare tardi alla festa. La meta non è un risultato; la meta non è un successo; la meta è dove è bello stare, l’amicizia che merita di essere coltivata, la vita che merita di essere vissuta, il bene di cui si può essere fieri, la salvezza desiderata, dove si può riposare, vivere felici.

Chi ci crede?

Mi capita di incontrare adulti (genitori, educatori, preti e consacrate) che con i loro discorsi sembrano scoraggiati e inducono allo scoraggiamento. Sembra che l’impresa di educare sia un investimento fallimentare: i ragazzi d’oggi sono distratti, irrequieti e non ascoltano; le famiglie d’oggi sono indaffarate in una vita frenetica e non hanno tempo né energie per educare i figli; il mondo d’oggi è insidioso, invadente, prepotente e dispone di mezzi enormi per attrarre i giovani: noi siamo così pochi e così sprovveduti di risorse che non abbiamo speranza.

Ammiro invece coloro che ci credono: credono che il Signore continui ad attrarre tutti; credono che l’oratorio e la proposta educativa cristiana abbiano delle risorse straordinarie; credono che i ragazzi d’oggi, come quelli di ieri, siamo come un terreno promettente che attende un seminatore per produrre molto frutto.

Il Messaggio per la Festa di apertura degli oratori di quest’anno, nel pieno dell’operazione Oratorio 2020, chiama i ragazzi a considerare la bellezza della meta e a procurarsi scarpe adatte all’impresa e chiede agli adulti di credere nel Signore e di aver fiducia nei ragazzi e nelle ragazze che, in verità, sono chiamati alla pienezza della gioia, la gioia di Dio.

La Chiesa di Milano lancia questo messaggio per i ragazzi, le ragazze e per i loro genitori: «C’è la meta, sei attrezzato, c’è chi ti sta accanto e ti incoraggia: ora corri!».

 

PREGHIERA PER L’ORATORIO

Padre, come possiamo condividere la gioia di chiamarti “Padre”?
Donaci la grazia di ritrovarci in oratorio
per imparare a pregare, a sognare, a servire
nel tuo nome:
Padre, sia santificato il tuo nome!

Padre, che cosa possiamo sperare?
Donaci la grazia di vivere in oratorio
amicizie, feste, solidarietà con chi soffre ed è solo,
per coltivare i segni del tuo regno:
Padre, venga il tuo regno!

Padre, che senso ha la nostra vita?
Donaci la grazia di trovare in oratorio
la tua parola vivente, le buone ragioni per aver stima di noi stessi,
la presenza di giovani e adulti, uomini e donne di fede,
perché ci aiutino a riconoscere
che tu ci chiami alla pienezza della gioia:
Padre, sia fatta la tua volontà!

 + Mario Delpini, Arcivescovo di Milano

 

 

Fonte: https://www.chiesadimilano.it/pgfom/oratorio-e-ragazzi/messaggio-per-la-festa-di-apertura-degli-oratori-5-42743.html

 

Strenna 2020: Buoni cristiani e onesti cittadini

Strenna 2020: Buoni cristiani e onesti cittadini

Il Rettor Maggiore, Don Ángel Fernández Artime, ha lanciato ufficialmente il tema della Strenna 2020.

Una Strenna in ascolto delle circostanze storiche che si presentano oggi, attesa per la sua attualità e la validità pastorale di un messaggio che viene dal Successore di Don Bosco: “Sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra” (Mt 6,10). “BUONI CRISTIANI E ONESTI CITTADINI”.

Alcuni si chiederanno le ragioni del tema e della riflessione per il 2020. Lo stesso Rettor Maggiore ci ha detto in proposito: “Dopo aver ascoltato la Consulta della Famiglia Salesiana nel mese di maggio, ho scelto questo tema perché abbiamo accompagnato i passi della Chiesa con le famiglie, abbiamo visto la realtà dei giovani nel Sinodo e ci siamo aperti ad una bella sfida che abbiamo come Famiglia Salesiana: continuare ad essere veri Evangelizzatori-Educatori alla fede dei giovani”.

D’altra parte, il Rettor Maggiore sottolinea nella Strenna 2020 che “come Famiglia Salesiana dobbiamo essere attenti alle grandi sfide umane del nostro mondo, come l’onestà come persone, il vivere una cittadinanza impegnata che cerca il bene, il rendere presente la Dottrina sociale della Chiesa nella vita quotidiana, l’opzione per i più svantaggiati, il fare in modo che i cristiani e i nostri giovani siano al servizio della gente, attraverso il servizio della politica, l’attenzione particolare all’enciclica Laudato Si’, l’attenzione ai cambiamenti climatici e la cura del creato e, naturalmente; la ferma difesa che la Famiglia Salesiana deve avere per quel che riguarda i diritti umani e, in particolare, i diritti dei minori che tendono ad essere i più fragili. Con questi approcci vogliamo proporre i due grandi pilastri dell’educazione di Don Bosco e renderli attuali”.

La Strenna 2020 offre l’opportunità di ricostruire quello che Don Bosco pensava e quello che fu il suo modo di fare e di agire in mezzo ai suoi giovani.

Presentazione del tema   Fonte: donboscoitalia.it]]>

Un Sinodo sull’Amazzonia

Un Sinodo sull’Amazzonia

Colombia: assemblea pre-sinodale sull’Amazzonia. La voce degli indigeni: “Sinodo apre una porta importante”

Trecento delegati tra vescovi, sacerdoti, operatori di pastorale sociale, Caritas, leader indigeni e amazzonici si sono riuniti a Bogotá tre giorni (13-15 agosto), convocati dalla Conferenza episcopale della Colombia (Cec) per l’assemblea pre-sinodale.

Molti leader indigeni e campesinos sono stati amareggiati e delusi per il mancato dialogo con il presidente Duque, che è intervenuto brevemente ma non si è fermato ad ascoltare l’assemblea, in un contesto delicato dove sono stati denunciati ben 200 omicidi di leader ambientalisti e dei diritti umani. Duque ha ammesso “non possiamo essere miopi, la Colombia ha una grande responsabilità nella agenda globale. Dopo il Brasile, è lo Stato con maggior biodiversità nel mondo, ma la comunità internazionale non finanzia, manca molto per proteggere il polmone della terra, tutto ciò implica un senso di protezione etica permanente che spero faccia parte del prossimo dibattito al Sinodo”. Riferendosi al discorso di Duque, il gesuita padre Alfredo Ferro, coordinatore del Servizio gesuita per la Panamazzonia, ha fatto notare che il presidente “non ha menzionato i popoli amazzonici e i popoli indigeni e si tratta di un’importante omissione, visto il tipo di evento. In secondo luogo, dopo il suo intervento se n’è andato, evitando di ascoltare i popoli amazzonici e i popoli indigeni”. Tuttavia, padre Ferro ha riconosciuto che è stato interessante “conoscere le proposte del Governo e alcuni progressi avuti nel settore della tutela ambientale”.

Il gesuita ha aggiunto che “proteggere i popoli indigeni e i loro territori è un’esigenza fondamentale e un impegno di principio per il rispetto dei diritti umani”.

Non sono mancate al convegno le voci degli indigeni, come Anitalia Pijache Kuyuedo, leader di etnia okaina witoto, che ha riconosciuto l’importanza della Chiesa nell’educazione dei suoi genitori e vede nel Sinodo “una porta importante attraverso la quale si può rendere visibile la parola dei miei popoli perché partecipare alla preparazione al Sinodo mi ha obbligato a sedermi con gli altri per poter comprendere il dialogo che è possibile avere con la Chiesa”. Fanny Cuiro, indigena huitoto, delegata dell’Organizzazione nazionale dei popoli indigeni dell’Amazzonia colombiana (Opiac), ha spiegato che a riempire di speranza i popoli indigeni è il fatto che “facciamo parte dell’agenda di Papa Francesco”.

Al tempo stesso la leader indigena ha chiesto ai vescovi colombiani di essere la voce dei popoli indigeni, “affinché il mondo comprenda che abbiamo diritto a esistere e a essere differenti”, e ha detto di aspettarsi che il Sinodo non si esaurisca “in documenti e riunioni”.

Fonte: AgenSir

Per maggiori informazioni e per scaricare il documento pre-sinodale:

www.sinododoamazonico.va

Ti informiamo che, per migliorare la tua esperienza di navigazione su questo sito, utilizziamo diversi tipi di cookies, tra cui cookies a scopo di profilazione che ci consentono di accedere a dati personali raccolti durante la navigazione. Alla pagina informativa estesa è possibile negare il consenso all'installazione di qualunque cookie. Cliccando su “Accetto” o continuando la navigazione saranno attivati tutti i cookies specificati in dettaglio nella informativa estesa ai sensi dell’art. 13 del Regolamento UE 2016/679. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi