Giornata dei Diritti Umani

Giornata dei Diritti Umani

Educatori e docenti

10 Dicembre. Festeggiamo la Giornata Internazionale dei Diritti Umani

 

Di sr MariaGrazia Caputo, FMA

“Dio ha fatto l’uomo a sua immagine e somiglianza” è la scritta in bassorilievo che accompagna l’immagine della creazione sulla porta d’ingresso della Sala del Disarmo (un tempo Camera del Consiglio) a Palais des Nations di Ginevra. È la realtà della Dignità dell’uomo fatto a immagine di Dio che è il fondamento e la base dei diritti umani. La centralità dei diritti umani è sempre stato un tema centrale nella Dottrina Sociale della Chiesa e negli interventi di Giovanni XXIII, Paolo VI, Benedetto XVI, Giovanni Paolo II e Papa Francesco: l’impegno sociale è una dimensione imprescindibile per un cristiano. Il linguaggio globalizzato dei diritti umani, comune a tutte le persone di buona volontà, costituisce per noi una magnifica occasione per condividere come comunità educative la ricchezza del Sistema Preventivo.

Il 10 dicembre si festeggia una ricorrenza che segna una tappa storica dell’umanità: la Giornata Internazionale dei Diritti Umani.

Nel 1948 le Nazioni Unite presentarono al mondo[1] una Dichiarazione (30 articoli) che riconosceva come tutti (uomini e donne) hanno gli stessi diritti che garantiscono ad ogni essere umano di poter vivere una vita degna di essere vissuta. Era la prima volta che i diritti umani assumevano il titolo di “universali”. Si trattava di una risposta istituzionalizzata e riconosciuta alle atrocità commesse nel ventesimo secolo.[2] Il sogno era di avere a disposizione un documento che aiutasse gli Stati a proteggere e a riconoscere i diritti di ognuno, garantendo allo stesso tempo le condizioni necessarie per poterne usufruire. La Commissione che elaborò il Documento era composta da un gruppo di personalità che, pur appartenendo a culture diverse, lavorò con la convinzione di poter arrivare a realizzare insieme un documento unitario, utilizzando un vocabolario comune.
I rappresentanti dei 17 stati che formavano la Commissione erano per lo più giuristi e anche filosofi come Jacques Maritain[3] e René Cassin[4]. Furono eletti come presidente Eleanor Roosevelt[5], che molto contribuirà a creare un clima di confronto e di comprensione reciproca, Vice Presidente Peng Chun Chang, capo della delegazione cinese all’ONU, attento a incorporare nella Dichiarazione principi e valori delle civiltà asiatiche, il libanese Charles H. Malik come relatore e venne pure invitato il canadese John P. Humphrey, capo della Divisione diritti umani nel Segretariato generale delle Nazioni Unite.

Fu Charles H. Malik., cristiano libanese di confessione greco-ortodossa, che pose sin dal principio la questione essenziale sul «che cos’è l’uomo?». Il filosofo era ben consapevole dei molti problemi di ordine politico e culturale che implicava l’elaborazione di una Carta sui diritti riguardanti l’essere umano che potessero essere universalmente accettati come inviolabili e inalienabili. Sulla stessa linea fu il cinese Chang che propose di anteporre alla Dichiarazione un Preambolo centrato sulla dignità umana[6] come valore fondante di tutti i diritti, al di sopra della sovranità degli Stati.

Queste nozioni (dignità umana e diritti umani) entrate ormai nel nostro vocabolario (e nella nostra cultura) non erano altrettanto facili da comprendere e da accettare in un’epoca che, oltre ad aver sofferto le conseguenze di una guerra mondiale e le discriminazioni derivanti da differenze di religione, etnie, lingue, culture, gruppi minoritari, viveva ancora le conseguenze dell’apartheid in Sud Africa e il dispotismo militare di molti Stati dell’America Latina (Cile, Argentina, Paraguay, Brasile…).

Nonostante il fatto che la Dichiarazione non avesse valore giuridicamente vincolante (come verrà poi realizzato attraverso i Trattati o Convenzioni o Patti) il suo valore era e rimane quello di proclamare i più rilevanti principi dei diritti umani:

  • uguaglianza di diritti tra uomini e donne,
  • importanza della famiglia come cellula fondamentale della società,
  • la libertà di opinione e di espressione, di religione,
  • i diritti alla salute, all’educazione e alla cultura.

Si sottolinea la decisa condanna del razzismo e della discriminazione, della tortura e di ogni altra pena che possa umiliare la persona.

Nella Dichiarazione viene pure sottolineato che i diritti si accompagnano con dei doveri[7]. Emerge una realtà di cui ogni individuo deve essere consapevole: i diritti sono innati, nessuno te li regala e nessuno te li può togliere, quindi sono inviolabili e inalienabili. Tutti i diritti umani – civili, politici, economici, sociali, culturali – sono interdipendenti e indivisibili e in particolare oggi si riconosce che il rispetto e la promozione dei diritti umani sono la chiave per realizzare un futuro migliore per tutti. Le Nazioni Unite, nel riconoscere che i pilastri della pace, sviluppo e sicurezza debbono avere come base i diritti umani, hanno messo in atto il funzionamento di strutture come il Consiglio dei Diritti Umani[8], gli Organi dei Trattati e l’utilizzazione di strumenti per la loro difesa e protezione come la Revisione Periodica Universale[9] e le Procedure Speciali[10]. Centrale resta l’importanza dell’educazione ai diritti umani che dovrebbe raggiungere ogni ambiente e ogni categoria sociale per il riconoscimento e la promozione della dignità della persona.

Vale la pena ricordare un discorso pronunciato da Eleanor Roosevelt che diventerà l’asse portante dei diritti umani:

«Dove iniziano i diritti umani universali? In piccoli posti vicino casa, così vicini e così piccoli che essi non possono essere visti su nessuna mappa del mondo. Ma essi sono il mondo di ogni singola persona; il quartiere dove si vive, la scuola frequentata, la fabbrica, fattoria o ufficio dove si lavora. Questi sono i posti in cui ogni uomo, donna o bambino cerca uguale giustizia, uguali opportunità, uguale dignità senza discriminazioni. Se questi diritti non hanno significato lì, hanno poco significato da altre parti. In assenza di interventi organizzati di cittadini per sostenere chi è vicino alla loro casa, guarderemo invano al progresso nel mondo più vasto. Quindi noi crediamo che il destino dei diritti umani è nelle mani di tutti i cittadini in tutte le nostre comunità».

 

[1] L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite si svolse a Parigi nel Palais de Chaillot.
[2] Come lo ricorda Javier Perez de Cuéllar (segretario generale delle Nazioni Unite dal 1982 al 1991) “è dall’universalità della sofferenza umana che viene l’universalità anche dei diritti umani Quando nel mondo soffre un essere umano è tutta l’umanità che soffre con lui”.
[3] Filosofo francese, convertito al cattolicesimo, rappresentante del neotomismo
[4] Giurista, magistrato e diplomatico francese riceverà il NOBEL per l pace nel 1968.
[5] First Lady di Franklin Delano Roosevelt, presidente degli Stati Uniti
[6]Considerato che il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo…”
[7] Interessante il contributo apportato dal Mahatma Gandhi a questo aspetto dei diritti-doveri in un incontro dell’UNESCO
[8] Il Consiglio dei diritti umani ha sostituito nel 2006 la Commissione dei Diritti umani.
[9] Esame ogni quattro anni della situazione dei diritti umani in tutti gli stati membri delle Nazioni Unite (UPR)
[10] Le Procedure Speciali sono meccanismi istituiti dal Consiglio Diritti Umani per affrontare specifiche questioni legate alla tutela dei diritti umani, sia in relazione a determinate categorie di diritti sia in relazione a singoli paesi. 

Oggi in classe ho detto Amore

Oggi in classe ho detto Amore

Educatori e docenti

Di Emanuele Fant

 

Oggi in classe ho detto Amore, e tutti si sono zittiti, come se avessi esagerato, come se li stessi provocando con un termine inadatto alla mia posizione.
Ho pensato: “Io non sono proprio esperto di Sacre Scritture, ma l’unica cosa che non passerà, non era mica l’amore? E allora, com’è che la verità esiste, ma io non la posso pronunciare?”.

In treno ho messo in fila qualche riflessione:

  1. Ogni parola coniata per parlare del trascendete è nata per essere comprensibile in un certo tempo e in un preciso contesto sociale. Un ipotetico linguaggio perfetto e universale non potrebbe entrare nelle orecchie limitate degli esseri umani, immersi nella contingenza.
  1. Le parole che oggi usiamo per dire Dio sono ereditate e, quasi sempre, usurate; pure se alla loro origine erano buone. Per esempio, lodare Cristo come “re” risulta incomprensibile a un essere umano attuale, perché la monarchia richiama cieco assolutismo, o Emanuele Filiberto conduttore di Pechino Express. Diverso era qualche secolo fa.
  1. Chi ci ascolta da fuori (penso ai ragazzi, perché lavoro con loro), può scambiare il contenitore per il contenuto, ed attribuire ad un messaggio ancora perfettamente vitale le colpe che invece dovrebbe scontare la forma esausta dei termini con cui lo vorremmo riferire. Anche una parola di un certo lignaggio come “amore”, vampirizzata da decenni di Sanremo e di cartelloni negli oratori, può risultare stridente e inattuale.
  1. L’usura irrimediabile di tutti i termini che dicevano qualcosa di immortale, è la vera emergenza che dobbiamo affrontare, più dell’Amazzonia, più dell’obesità, più della fame. Fare piazza pulita del linguaggio stantio è il dovere di chi crede che davvero esista un Discorso in grado di varcare le epoche. Chi non è sicuro, si protegge con parole morte e rassicuranti. Sapendo bene di tradire.

 

Superata la stazione di Bovisa, ho steso sul mio taccuino un piano per il futuro.

Per rinnovare il linguaggio è necessario:

  1. Tornare al nucleo della Proposta e capirne intimamente il significato vitale, spogliandola con coraggio di tutti i termini che di recente l’hanno definita e ora non sanno più parlare.
  2. Inventare a briglia sciolta, senza sensi di colpa, un frasario nuovo e luccicante, che accenda di nuovo l’intuizione, evitando con accuratezza ogni parola che circoscrive ereditata passivamente dalla tradizione, che maldispone.

 

Ai collezionisti e ai glossatori, dico che, se una persona ha un tumore, si asporta l’arto malato, di certo con dispiacere; ma in nome della salvezza del tutto, il sacrificio si può accettare. Il corpo è l’intramontabile messaggio cristiano. L’arto che era buono, ma adesso ha un grave male, è il linguaggio usurato da secoli di catechesi e di prontuari per l’anima.
La prova che il tumore si sta prendendo il corpo sono i miei alunni quando smettono di ascoltarmi se pronuncio le parole “fede”, “vita eterna”, “comunione” (figuriamoci peccato, contrizione, sacralità).
Non è colpa loro! Non possono scontare con una vita senza Verità il nostro rifiuto di accompagnare all’uscita termini con la barba e il bastone, che una volta splendevano di senso, e che il tempo ha ridotto a larve senza seduzione.

I ragazzi meritano un linguaggio coraggioso, mai immaginato, all’altezza della loro potente percezione. Per ridire, con l’urto necessario, quella insopprimibile Verità, tanto grande da far scoppiare le parole.

La credibilità è data dalla coerenza

La credibilità è data dalla coerenza

Educatori e docenti

Di Marco Pappalardo

 

Gli attacchi nei confronti di Papa Francesco, per le sue parole e per i suoi gesti, sono sempre dietro l’angolo e spesso sono interi “eserciti” a scagliarsi contro con documenti, lettere e raccolte di firme.

Attaccare in massa una sola persona è segno di viltà, che si definiscano pure cattolici sa di beffa, che si ergano a studiosi li rende saccenti, che vedano sempre il male e non riconoscano il bene quando è palese, è prova di faziosità. Infatti, se di recente ben cento tra questi lo hanno accusato di “atti sacrileghi e superstiziosi” in occasione del Sinodo sull’Amazzonia, gli stessi cento non sembra abbiamo avuto la stessa lena per elogiare e sottoscrivere le parole ed i gesti del Papa nei confronti dei poveri.
Delle due l’una: o il Vangelo non ha più a che fare con i poveri o questi oppositori hanno letto un altro vangelo, ma non quello di Cristo!

C’è di più: la credibilità è data dalla coerenza ed in questo Francesco è inattaccabile, mentre al contrario loro vedono il buio anche dove la luce è brillante, guardano il dito e non la luna indicata, negano l’evidenza del bene per non andare contro sé stessi. Facendo un po’ il verso alle favole antiche dell’agnello e del lupo o della volpe e dell’uva, gli oppositori ritengono di aver sempre ragione e l’ultima parola, giustificando così la pochezza delle loro opinioni e la bassezza dei loro attacchi. Eppure ogni cristiano dovrebbe gioire e commuoversi per un Papa che vuole un “mini-ospedale” temporaneo nel colonnato di San Pietro, che pranza con i poveri della città, che dono un palazzo vaticano per l’accoglienza di chi non ha dimora!

E che dire dell’omelia nella recente Giornata Mondiale dei Poveri?
Quando afferma: «I poveri sono preziosi agli occhi di Dio perché non parlano la lingua dell’io: non si sostengono da soli, con le proprie forze, hanno bisogno di chi li prenda per mano. Ci ricordano che il Vangelo si vive così, come mendicanti protesi verso Dio. La presenza dei poveri ci riporta al clima del Vangelo, dove sono beati i poveri in spirito (cfr Mt 5,3). Allora, anziché provare fastidio quando li sentiamo bussare alle nostre porte, possiamo accogliere il loro grido di aiuto come una chiamata a uscire dal nostro io, ad accoglierli con lo stesso sguardo di amore che Dio ha per loro. Che bello se i poveri occupassero nel nostro cuore il posto che hanno nel cuore di Dio! Stando con i poveri, servendo i poveri, impariamo i gusti di Gesù, comprendiamo che cosa resta e che cosa passa».

Sono forse “atti sacrileghi e superstiziosi” anche questi?

A quanto pare per tutto questo non ci sono firme e lettere di gruppo, e allora chi sa solo denunciare, recriminare, rinfacciare e mai elogiare, scusarsi, ringraziare, davvero non è degno di credibilità. Soprattutto ci illumina ancora Francesco con un altro passaggio dell’omelia: «Cerchiamo risposte nelle parole di Gesù. Egli oggi ci dice che quasi tutto passerà. Quasi tutto, ma non tutto. Egli spiega che a crollare, a passare sono le cose penultime, non quelle ultime: il tempio, non Dio; i regni e le vicende dell’umanità, non l’uomo. Passano le cose penultime, che spesso sembrano definitive, ma non lo sono. Sono realtà grandiose, come i nostri templi, e terrificanti, come terremoti, segni nel cielo e guerre sulla terra: a noi sembrano fatti da prima pagina, ma il Signore li mette in seconda pagina. In prima rimane quello che non passerà mai: il Dio vivo, infinitamente più grande di ogni tempio che gli costruiamo, e l’uomo, il nostro prossimo, che vale più di tutte le cronache del mondo».

Children’s Global Summit

Children’s Global Summit

Educatori e docenti

Dal 27 al 30 novembre 2019 si terrà a Roma il Children’s Global Summit, l’evento internazionale che si inserisce all’interno del progetto “Io Posso”, ispirato all’Enciclica Laudato si’ di Papa Francesco, che sperimenta l’adozione dell’approccio metodologico student – centered “design for change”.

Promosso a livello mondiale dalla Congregazione per l’Educazione Cattolica della Santa Sede insieme all’OIEC (Ufficio Internazionale dell’Educazione Cattolica) e con la FIDAE (Federazione istituti e attività educative, che associa le scuole cattoliche in Italia), si tratta di un meeting che avrà il suo momento clou nell’incontro con Papa Francesco, che sostiene e supervisiona in prima persona la metodologia “Design For Change” applicata all’enciclica “Laudato si'”.

“Design for Change” nasce in India nel 2009 da un’idea di Kiran Bir Sethi ed è un movimento internazionale che introduce l’innovazione in classe, dando ai bambini l’opportunità di mettere in pratica le proprie idee per cambiare il mondo, a partire dal loro ambiente. In India, il progetto ha ispirato bambini in tutto il paese per cambiare un aspetto della loro vita all’interno della comunità di appartenenza, per farli sentire protagonisti di questo cambiamento. Dal “Posso farlo?” si è passati al messaggio “Io Posso”.

L’evento, al quale parteciperanno oltre 4.000 persone tra bambini e ragazzi (6-16 anni), accompagnatori e genitori provenienti da oltre 60 Paesi, prevede una serie di attività, fra cui la presentazione di alcuni dei progetti selezionati.

Le Figlie di Maria Ausiliatrice hanno aderito a questo progetto come risposta al documento Laudato si’ e per il fatto che nelle diverse fasi di ciascun progetto o storia di cambiamento “Io posso – Noi possiamo” si percepisce una sintonia con il Sistema Preventivo e con le quattro competenze fondamentali che sono tipicamente salesiane: il pensiero critico, la creatività, lo spirito di collaborazione e la comunicazione.

Insieme alle Comunità Educanti e agli Educatori, le suore credono che i giovani possano cambiare l’ambiente in cui viviamo. Per questo molte comunità, di vari Paesi in cui c’è una presenza FMA, stanno sviluppando i progetti per questa iniziativa.
Dei tanti portati avanti, 5 progetti dalle scuole di tre Paesi – Brasile, Cile e Colombia – parteciperanno a questo grande incontro mondiale, dove i bambini e i ragazzi avranno l’opportunità di presentare i propri progetti e di incontrare Papa Francesco.

Questo il programma di massima dell’evento:

– 27 novembre 2019 Accoglienza, condivisione e conoscenza, visita della città di Roma

– 28 e 29 novembre Presentazione dei progetti realizzati, in differenti sedi, per gruppi linguistici

– 30 novembre Udienza con Papa Francesco in aula Paolo VI

Le comunità FMA di Roma accoglieranno i bambini, i giovani e gli insegnanti di più di 60 nazioni. Anche dall’Italia ci saranno molti partecipanti dalle scuole. L’Ambito della Pastorale seguirà l’evento.

 

Per maggiori informazioni:
https://ioposso.fidae.it/
http://oiecinternational.com/es/yo-puedo/

 

Fonte: cgfmanet.org

Gli italiani e la povertà educativa

Gli italiani e la povertà educativa

Educatori e docenti

L’indagine Demopolis

Due terzi degli italiani dichiara di aver sentito parlare di povertà educativa minorile. Nella percezione dei cittadini, è la disattenzione dei genitori (76%) la principale causa di povertà educativa dei minori. Per 9 italiani su 10 è un fenomeno grave, per l’83% degli intervistati le azioni di contrasto sono importanti per lo sviluppo del Paese. La scuola da sola non basta più, la responsabilità della crescita dei minori è di tutta la comunità (46%).

Questi tra i dati significativi emersi dall’indagine demoscopica realizzata da Demopolis per l’impresa sociale Con i Bambini nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, in vista della Giornata internazionale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza del 20 novembre.

Per l’opinione pubblica è la disattenzione dei genitori (76%) la principale causa del fenomeno.

Due intervistati su tre citano le condizioni di disagio sociale (67%), di svantaggio economico (64%), di conflittualità familiare (62%). Il 59% segnala il degrado dei quartieri di residenza fra le cause della povertà educativa. Inoltre, circa uno su due segnala la frequenza scolastica irregolare, gli stimoli inadeguati, le scarse occasioni culturali e del tempo libero, l’uso eccessivo dei social network. Tutte dimensioni rappresentate anche nei progetti di contrasto realizzati con il Fondo.

L’indagine demoscopica è stata presentata a Roma presso la sede di Acri.

La povertà educativa è strettamente legata a quella economica, come viene percepito anche dal 64% dei cittadini, ma il fenomeno ha una portata più ampia. Il Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile rappresenta una forte innovazione per il Paese, per dare un futuro a minori e famiglie – ha dichiarato il vice ministro Stefano Buffagni, Presidente del Comitato di Indirizzo Strategico del Fondo – E’ inaccettabile che un milione e 200 mila minori siano costretti a vivere sotto la soglia di povertà e che in numero ancora maggiore abbiano negate le opportunità di costruire un domani migliore. Stiamo lavorando come Governo per permettere alle tante famiglie di uscire fuori da questa condizione con interventi concreti sul territorio rafforzando il ruolo delle comunità educanti. Come Mise anche attraverso il rilancio delle imprese per garantire lavoro e sviluppo. Il punto però, e qui scatta la complementarietà, è che non si può attendere che i genitori abbiano trovato lavoro per garantire l’educazione e il futuro ai propri figli”.

Il 68% degli italiani dichiara di aver sentito parlare di povertà educativa minorile, anche se il 25% degli intervistati ammette di non sapere effettivamente di che cosa si tratti.

Appena un quarto degli intervistati cita tra i fattori di causa il mancato accesso agli asili nido ed ai servizi per l’infanzia. Le apprensioni dei cittadini si focalizzano sull’evoluzione emergenziale del fenomeno, sui casi estremi in cui gli esiti della povertà educativa, negli anni dell’adolescenza, si manifestano in fenomeni di violenza, dipendenze o fallimenti.

Del resto, le maggiori preoccupazioni avvertite dagli italiani, con riferimento ai minori, sono fenomeni per lo più adolescenziali: la dipendenza da smartphone e tablet (66%); bullismo o violenza (61%); la crescente diffusione della droga (56%), l’aggressività nei comportamenti (52%).

In un contesto in cui le disuguaglianze sociali ed economiche continuano ad aumentare, per il 63% degli italiani intervistati da Demopolis le probabilità di un ragazzo nato da una famiglia a basso reddito di avere successo sono oggi più basse rispetto a 20 o 30 anni fa.

Neanche la scuola basta più da sola. Del resto, secondo l’indagine, solo l’11% degli intervistati concorda sull’assunto che la scuola sia l’unica istituzione deputata alla crescita dei ragazzi, mentre emerge una nuova consapevolezza, in seno all’opinione pubblica, almeno in termini di dichiarazione di principio: la responsabilità della crescita dei minori è di tutta la comunità (46%).

I dati dell’indagine di Demopolis confermano che tra gli italiani è largamente diffusa la consapevolezza che il contrasto alla povertà educativa minorile è cruciale per lo sviluppo del Paese – ha commentato Francesco Profumo, Presidente di Acri – Questa è una delle idee alla base dell’avvio del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, promosso da Fondazioni di origine bancaria, Governo e Forum Nazionale del Terzo settore, che proprio su questo fronte ha stabilito di intervenire. Perché lo sviluppo sostenibile passa dall’intreccio di dinamiche economiche, sociali e ambientali. Offrire ai giovani opportunità concrete per formarsi e crescere liberi, coinvolgendo le comunità, è la chiave su cui puntare per contribuire a contrastare la povertà”.

Per far crescere bene gli attori del futuro, servirebbe maggiore protagonismo: dal genitore al cittadino senza figli che può animare e tutelare un quartiere, passando per la scuola, le associazioni, le interazioni amicali, tutto incide sulla crescita dei bambini.

Accanto alla popolazione italiana nel suo complesso e ad un target importante di insegnanti e di rappresentanti istituzionali e del Terzo Settore impegnati nel contrasto alla povertà educativa, è stato intervistato anche un segmento significativo di genitori italiani con figli minorenni.

Una delle questioni più gravi che riguardano bambini e ragazzi di oggi è la mancanza di pari opportunità nell’accesso ai servizi– ha commentato Claudia FiaschiPortavoce del Forum Nazionale del Terzo Settore- I numeri sulla povertà educativa minorile nel nostro Paese sono allarmanti ed in forte crescita. Nel 2005 era assolutamente povero il 3,9% dei minori di 18 anni, un decennio dopo la percentuale di bambini e adolescenti in povertà è triplicata, e attualmente supera il 12% (dati Openpolis- Con i Bambini) .Il Terzo settore ha un ruolo di primo piano nel rifondare una cultura educativa che accompagni l’inserimento delle nuove generazioni nelle comunità, offrendo loro un miglioramento delle condizioni di vita ed una prospettiva di futuro.

L’approfondimento di indagine ha confermato i limiti effettivi che bambini ed adolescenti scontano in Italia nell’accesso alle più compiute esperienze di crescita.

L’unica dimensione di apprendimento non curriculare dichiarata dalla maggioranza degli intervistati (60%) è lo sport. Solo metà dei ragazzi, negli ultimi 12 mesi, ha partecipato a spettacoli, presso cinema o teatri. Il 58% dichiara che i figli, nell’ultimo anno, non hanno letto libri. Il 72% non ha potuto fruire del tempo pieno a scuola.

Meno di un quinto, infine, ha frequentato l’asilo nido: un servizio di primaria importanza per il funzionamento delle dinamiche familiari e per la compensazione delle disuguaglianze anagrafiche.

Abbiamo promosso questa indagine- ha spiegato Carlo Borgomeo presidente di Con i Bambini per confrontarci non solo con ii dati rilevati dal nostro Osservatorio e con la domanda che arriva prepotentemente dai territori, ma anche con la percezione del fenomeno nell’opinione pubblica. Il fatto che per la quasi totalità degli intervistati la povertà educativa minorile sia un fenomeno grave e che incide direttamente sullo sviluppo del Paese ci fa capire che, anche se con alcune sfumature, il livello di preoccupazione sulla dimensione del problema è ampiamente diffuso e sentito. Credere però che sia un fenomeno che riguarda solo il Sud (63%) o gli adolescenti (56%) è un errore prospettico: la povertà educativa, seppur marcata in molte aree meridionali e tra i giovanissimi, come dimostrano i tanti progetti avviati sul territorio nazionale, anche se con diversa gravità riguarda tutto il Paese e intacca il futuro dei ragazzi già dalla prima infanzia. E’ proprio da qui che dovremmo affrontare e che affrontiamo il fenomeno”.

Il Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile nasce da un’intesa tra le Fondazioni di origine bancaria rappresentate da Acri, il Forum Nazionale del Terzo Settore e il Governo. Sostiene interventi finalizzati a rimuovere gli ostacoli di natura economica, sociale e culturale che impediscono la piena fruizione dei processi educativi da parte dei minori. Per attuare i programmi del Fondo, a giugno 2016 è nata l’impresa sociale Con i Bambini, organizzazione senza scopo di lucro interamente partecipata dalla Fondazione CON IL SUD.

In tre anni, grazie al Fondo sono stati avviati 355 progetti in tutta Italia con un contribuito complessivo di circa 281 milioni di euro. Gli interventi interessano oltre 480.000 bambini e ragazzi, insieme alle loro famiglie, che vivono in condizione di disagio, coinvolgendo direttamente circa 8.000 organizzazioni, tra Terzo settore, scuole, enti pubblici e privati.

Con i Bambini inoltre ha promosso con openpolis l’Osservatorio sulla povertà educativa minorile, per qualificare il dibattito e fornire ai decisori dati e informazioni importanti sul fenomeno in Italia.

 

Fonte: Vita.it

 

Non è stato l’ennesimo convegno

Non è stato l’ennesimo convegno

Educatori e docenti

QUINDI ORA COSA SI FA?
Si legge, si condivide, in una costante azione culturale

Di sr Anna Monia Alfieri, suora Marcellina

Autonomia, parità e libertà di scelta educativa in Italia e in Europa è il titolo di un importante seminario sulla scuola paritaria, organizzato dall’Unione superiore maggiori d’Italia (Usmi) e dalla Conferenza italiana dei superiori maggiori (Cism), giovedì 14 novembre a Roma.

L’obiettivo era, ancora una volta, affrontare il problema – anche ai massimi livelli – dell’esistente discriminazione economica tra scuole statali e paritarie, riconosciute queste ultime come parte integrante del servizio di istruzione pubblica del Paese dalla legge 62/2000 (a vent’anni dalla promulgazione della legge), ma non accessibili alle Famiglie a basso reddito.

Si potrebbe pensare: ecco l’ennesimo convegno, i soliti, improbabili principi di massima condivisi solo tra sognatori… Eppure ancora oggi, in Italia, i genitori che scelgono le scuole pubbliche non statali sono costretti a pagare due volte l’istruzione per i loro figli: prima con le tasse, poi con una retta.

La situazione sembra apparentemente bloccata. Eppure i Relatori del 14 u.s. rivelano che si stanno compiendo passi decisivi nel percorso di diritto che archivia qualsiasi strumentalizzazione ideologica. Non si chiede alcun privilegio, nessun favore dalla politica, ma soltanto il permesso di esistere agli ideologi che studiano poco e parlano molto; si chiede invece alla politica e alle istituzioni di garantire il diritto che è già stato ampiamente riconosciuto.

Sono stato compiuti passaggi di diritto importanti dai quali non si recede. Converrebbe condividere i contenuti e diffonderli presso le scuole pubbliche paritarie, gli studenti, i genitori, i docenti, gli amici e anche presso i detrattori che sono invitati a studiare e ad argomentare il contrario.

Qui è in gioco il pluralismo educativo, che non può essere compromesso e perso perché i nemici lo ostacolano con l’ideologia e gli “amici” con lo scoraggiamento…

Con fermezza si afferma che è un bene di interesse pubblico garantire il diritto di apprendere degli studenti senza discriminazione, dei genitori ad esercitare la propria responsabilità educativa in modo libero, e dei docenti a scegliere se insegnare in una buona scuola pubblica, statale o paritaria.

Certamente in Italia non basta che il diritto venga “riconosciuto”: si necessita di cittadini coraggiosi, audaci, disposti a dare la vita (tempo, dedizione…) perché tale diritto sia anche “garantito”. Cosi è dalla notte dei tempi. Quanto ci rimanda l’evento del 14.11.2019 è che USMI e CISM si sono poste accanto al diritto degli studenti, dei genitori, dei docenti, NON a favore dei contributi alla scuola cattolica come la strumentalizzazione è stata solita dire in questi anni, camuffando l’attacco alla famiglia con un attacco alla scuola (più politically correct). Il re è nudo.

Se guardiamo

  1. alla numerosa e sentita partecipazione all’evento;
  2. alla lucidità degli interventi magistrali nei contenuti e nella profondità culturale della Presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati e del presidente della Cei card. Gualtiero Bassetti;
  3. alla generosa chiarezza delle Presidenze USMI nella persona di sr Nicla Spezzati, CISM nella persona di padre Luigi Gaetani;
  4. al confronto serenounitario e propositivo con i componenti del Consiglio Nazionale della Scuola Cattolica presso la Cei che hanno redatto il documento Autonomia, parità e libertà di scelta educativa nel 2017  (Agesc, Cdo-Foe, Cism, Confap, Fidae e Fism); abbiamo ragione di credere che il processi positivo è partito e non si può più fermare.

 

Tre i punti positivi emersi dal Seminario:

1) una chiara posizione di diritto; 
allo scopo suggerisco di voler leggere e approfondire il magistrale intervento della Presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti CASELLATI.
Per la seconda carica dello Stato, “il diritto all’istruzione” da un lato “realizza il diritto fondamentale di libertà, dignità e autonomia del singolo individuo” e dall’altro “pone in essere le migliori condizioni perché ciascuno di noi contribuisca alla costruzione di una cittadinanza responsabile”. “Attraverso l’istruzione – ha osservato – formiamo le future generazioni, ma riusciamo anche a dare nuova linfa a quel patto sociale su cui si regge l’essenza stessa della nostra società”.

E se “la Costituzione indica la via: sancisce i diritti, prescrive i doveri”, la presidente del Senato ha evidenziato che “è compito delle Istituzioni fare in modo che quei diritti vengano garantiti, che quei doveri siano assolti” (clicca qui per l’intervento)


2) Il valore del pluralismo educativo da garantire e non perdere.
Chiaro l’intervento di Sua
 Em.za Rev.ma il Card. Gualtiero BASSETTI, Presidente dei Vescovi Italiani.
La Chiesa ha un patrimonio di valori educativi che non può disperdersi solo per ragioni economiche. Tuttavia, “nonostante l’impegno profuso dalle realtà ecclesiali nel promuoverle e sostenerle, la vita delle scuole cattoliche non è facile, perché manca in Italia quella vera parità che altri Paesi riescono a garantire tra scuole statali e non statali. Ciò può spiegare, insieme ad altri fattori, il calo progressivo nel numero di scuole cattoliche registrato negli ultimi anni in Italia, e ancor più il calo nel numero degli alunni di queste scuole” (clicca qui per l’intervento).

Apprezzatissima la generosa chiarezza del cardinale Bassetti. Non c’è spazio per i fraintendimenti e la scuola cattolica in sala ha trovato, da un lato, la conferma di essere una presenza al servizio del diritto dei genitori, dall’altro ha sentito con forza il chiaro appello a cercare di fare tutto ciò che è possibile per restare garanzia di pluralismo. Che senso avrebbe la libertà di scelta educativa dei genitori, senza un pluralismo garantito da scuole pubbliche statali e pubbliche paritarie?
Queste ultime si indebitano per restare al servizio della Nazione, e quindi della Famiglia. E’ bene dirlo a quanti pensano che la scuola paritaria abbia altri interessi che non siano quelli di impedire al Paese di cadere nel monopolio educativo.
NON SI CHIEDONO PRIVILEGI, SCONTI, PERMESSI AD ESISTERE. Chi vuole alimentare la confusione si assuma la responsabilità della discriminazione perpetuata verso le persone indicate. E se il soggetto è lo Stato, è grave. Il monopolio è sempre un danno, a maggior ragione quello scolastico. Ne va… ne va la vita delle teste pensanti di uno Stato.

3) La chiara volontà dei presenti tutti a schierarsi a garanzia dei tre diritti;
diritto di apprendere, diritto della libertà di scelta educativa, diritto di insegnamento senza discriminazione economica. 
E’ qui che si colloca il costo standard di sostenibilità come strumento per uscire dalla zona franca che legittima l’inerzia.
Venga declinato dalla politica come vuole…

Ma che si attui!

A parole la politica converge oltre ogni schieramento politico … si attende la riapertura del tavolo  di lavoro indetto dalla Ministra Fedeli.

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