Cosa significa educare?

Cosa significa educare?

Cosa significa educare?

Educare vuol dire esporsi al mistero dell’altro

 

di Simonetta Grementieri per il Giornalino della Fraternità di Romena

 

Johnny Dotti vive in una comunità di famiglie nella campagna del bergamasco insieme alla moglie e ai suoi quattro figli. Negli oltre trent’anni di vita comunitaria vissuta racconta di aver avuto circa una sessantina di figli. Oltre a quelli ‘biologici’ ne ha infatti avuti tanti ‘di cuore’. Alla luce di queste esperienze oggi sente di poter affermare che «educare è impossibile ma, esattamente perché è impossibile, è umano».

 

L’educazione non aiuta a funzionare, ma ad esistere.

Dotti inizia il suo intervento a Romena rompendo subito gli argini della parola educazione, mostrando con chiarezza quanto ci coinvolga e ci riguardi:

«Educare è una delle questioni rimaste alla libertà dell’uomo e in questo senso è oggi urgente e importante. Perché sperare, oggi, significa educare ed educare significa sperare. Tutto il mondo dell’educazione è diventato un grande baraccone di tecnica: il grande baraccone della scuola, delle terapie, dei servizi, delle competenze, dei progetti; tutte cose interessanti nate con l’intenzione di dare importanza alla questione umana, ma che oggi sono diventate dei ‘dispositivi’ che si muovono da sé. Quando si entra nella scuola, ad esempio, si entra in un sistema tecno-burocratico molto più grande di noi, dove l’educazione si confonde con l’istruzione (educare non è istruire), con la formazione (educare non è formare), con l’apprendere (educare non è apprendere).

Educare invece è ‘accompagnare il venire al mondo del mistero dell’altro’; in questo senso è cosa profondamente umana che ha a che fare radicalmente con l’invisibile e l’impossi- bile.

Purtroppo però tutto il ‘grande sistema’ che abbiamo montato ha rimosso quasi totalmente la questione umana, riducendo quest’epoca ad un periodo tecno-gnostico la cui unica ossessione è quella di ‘funzionare’. L’educazione non aiuta a funzionare, aiuta ad esistere. Le macchine funzionano, noi invece siamo strutturalmente disabili, strutturalmente fragili, feriti, mortali.
La grande rimozione dell’esistenziale ha portato l’educazione dentro un rapporto specialistico, facendoci credere che si deve fare un corso per imparare a educare, un corso per diventare mamma e papà. Ma non è così: la vita richiede un’esposizione costante al rischio.

Occorre attraversare il rischio dell’educazione, che è un rischio misterioso perché è l’esposizione all’enigma dell’altro; non all’identità dell’altro, non a ciò che io desidero dell’altro, non a mettere l’altro dentro una cosa che io ho pensato prima, ma esposizione al far venire al mondo il mistero dell’altro. Questo richiede che rivieni al mondo anche tu diventi padre nel far venire al mondo il mistero del figlio».

 

L’educazione si nutre di esperienze.

In tutte le società la speranza è una virtù che accompagna l’immaginario giovanile, ma oggi come facciamo a sperare avendo pochi giovani (a breve gli over 65 supereranno gli under 25) costretti in un sistema rigido, sia nelle forme scolastiche che lavorative, con una richiesta di performance che comincia esporsi al mistero dell’altro fin da piccolissimi? Qual è lo spazio dell’educare, oggi?

Per Dotti non c’è dubbio: «Quello dell’esperienza che è sempre un’esposizione mortale alla realtà. Recuperare uno spazio di libertà e di responsabilità, immaginare di fare più cose con i giovani che per i giovani, dove anche loro possano recuperare uno spazio reale di responsabilità, uscendo dall’idea di montare servizi ‘per’ loro, cercando piuttosto di costruire esperienze ‘con’ loro.

Questo alimenta la fiducia nell’altro. La sicurezza umana è sempre il rischio di una relazione con l’altro e passa dalla fiducia: nessun sistema tecnico ci renderà sicuri. Questo richiede a noi adulti la capacità di fare un passo indietro per rigenerare uno spazio entro cui i giovani possano giocare il ‘rischio’ della vita, nell’accezione più nobile del termine.

La vita è essenzialmente novità, è venire al mondo di qualcosa che non c’era e quando anche si ripete ciclicamente, come le stagioni, ogni stagione non è mai uguale alla precedente. Un’esperienza, questa, lontana dai giovani di oggi, spesso imprigionati in una struttura tecnica così fortemente determinata in cui l’unica cosa possibile da fare sembra rendersi adeguato ad un sistema pensato da qualcun altro».

 

L’educazione è fatta di mente, di cuore e di mani

“Esporre alle esperienze – prosegue Dotti – vuol dire esporre all’esperienza integrale di sé: la dimensione umana è fatta contemporaneamente di mente, di cuore e di mani. Oggi i giovani vivono questa dimensione nelle tre parti separate; paradossalmente il digitale se viene lasciato a sé colonizzerà una certa forma di intelligenza, certamente non aprirà ad esperienze di corpo e tantomeno ad esperienze emotive e spirituali di cui l’uomo ha costitutivamente bisogno.

L’educazione ha bisogno di corpo, odore, tatto perché il mistero viene sempre fuori nell’incarnazione, non è un algoritmo. Dio lo mangi, l’altro devi mangiarlo se vuoi che venga al mondo il suo mistero.

Oggi nessuno abbraccia più nessuno e senza abbracciare non c’è educazione. Prendiamoci in casa i figli degli altri allora, facciamo noi questo movimento amoroso, semplice, in cui non serve un progetto finanziato, serviamo noi e basta.

Non avremo più servizi, più erogazioni, ma più vita però!

Servono esperienze integrali e integrate, bisogna riportare al lavoro presto i ragazzi; non al posto di lavoro, ma all’esperienza del mettere al mondo, attraverso il proprio corpo, la propria intelligenza, il proprio cuore, qualcosa di utile a sé e agli altri. Bisogna infine portarli a sentire l’altro, a farsi prossimo dell’altro, a sentirlo importante.

L’educazione a cui penso non immagina di rivolgersi a degli utenti a vita. L’educazione non prevede utenti. Prevede le persone che hanno un senso al di là della funzione».

Parlare di guerra

Parlare di guerra

Parlare di guerra

 

di Marco Pappalardo

 

“Prof, non è preoccupato per la terza guerra mondiale?”.

La ripresa della scuola dopo le vacanze natalizie ha presentato in alcune classi questa domanda ricorrente con l’acuirsi delle tensioni tra Stati Uniti ed Iran.

“Prof, ma è vero quanto troviamo sui social, che l’Italia potrebbe essere colpita, io ho paura?”.

In effetti gli studenti non hanno tutti i torti, come far finta di niente dinanzi a questa escalation? Anzi è necessario interessarsi, porsi e porre il problema, affrontarlo insieme depurandolo dalla propaganda, dalla ‘fantageopolitica’ e dalle inevitabili fake news.

“Prof. il web è pieno di post che dicono che ormai non c’è nulla da fare, è una catastrofe, ed io non ho ancora compiuto diciotto anni!”.

Mentre li ascolto, faccio un salto indietro nel tempo a quando ero poco più piccolo di loro ed in Sicilia si temevano seriamente gli attacchi della Libia; un docente tenne una lezione d’attualità sulla cartina geografica e, nonostante fossimo ragazzini, ci aiutò a capire cosa stesse accadendo e quanto fossimo vicini. Di pomeriggio, poi, per più giorni la mamma e la nonna mi portavano in chiesa a pregare il Rosario per la pace; dal un lato mi rasserenava, dall’altro era preoccupante, poiché significava che la guerra sembrava a due passi.

Scampato il pericolo, si è aperto il fronte della Guerra del Golfo e, essendo alle scuole superiori, la consapevolezza era già un’altra; fu allora che presi l’abitudine di non andare a letto senza aver visto l’ultimo Tg della giornata!

Mentre mi sembra di rivedere quelle immagini in notturna a macchie verdi e con bagliori costanti: “Prof. è vero che i droni americani sono partiti dalla base di Sigonella? Dunque siamo a rischio!”.
La paura degli studenti non è infondata, considerato che la nostra scuola si trova a poco più di trenta minuti di auto dalla base militare, ma io li tranquillizzo dicendo che anche questi sono discorsi fatti per creare tensione e timore. “E noi che possiamo fare, Prof!”

Bisogna stare in guardia e tocca a tutti, ciascuno con le proprie possibilità, nel nostro caso seguendo la cronaca, confrontando le notizie, verificando la fonte, ponendo le domande in famiglia ed a scuola, ricercando con lo studio questioni inerenti, soprattutto percorrendo nel piccolo sentieri pacifici; inoltre li invito ad aprire gli occhi su quella terza guerra mondiale frammentata – denunciata da tempo da Papa Francesco – già in atto in diversi Paesi della nostra Terra, fonte di genocidi, causa di migrazioni forzate, un pericolo per quei luoghi e per tutto il pianeta, anche quando non fa il rumore di questi ultimi giorni.

Essere sentinelle per la pace, questo è il nostro compito, con le armi della conoscenza, dello studio, del senso critico, delle capacità mediatiche, dell’impegno per costruire un mondo migliore.

Appuntamenti salesiani 2020

Appuntamenti salesiani 2020

Appuntamenti salesiani 2020

I 10 eventi, tendenze e hashtag da far diventere “trending topic” per il 2020

Il 2020 si presenta come un anno di grandi progetti e aspettative. La FAO ha dichiarato il 2020 “Anno Internazionale della Salute delle Piante”, un’opportunità unica per sensibilizzare l’opinione pubblica mondiale su come la tutela della vegetazione possa contribuire a porre fine alla fame, ridurre la povertà, proteggere l’ambiente e stimolare lo sviluppo economico. Il Papa ha lanciato un evento globale per quest’anno: “Ricostruire il patto educativo globale”. E in questo contesto il Rettor Maggiore, Don Ángel Fernández Artime, ha offerto alla Famiglia Salesiana una riflessione molto attuale attraverso la sua Strenna sul tema: “Buoni cristiani e onesti cittadini”.

“Per i nostri giovani d’oggi, abituati a risultati immediati… educare all’impegno sociale è imprescindibile”, scrive il Rettor Maggiore nella Strenna per il 2020. E in piena sintonia con questa linea, il Papa ha indetto un evento mondiale per il 14 maggio 2020: “Ricostruire il patto educativo globale”, allo scopo di “rilanciare l’impegno per e con le giovani generazioni, rinnovando la passione per un’educazione più aperta e inclusiva, capace di ascolto paziente, di dialogo costruttivo e di comprensione reciproca”.

Il 2020 si apre perciò con grandi prospettive, sogni e speranze per tutta la Famiglia Salesiana. Ma, per unificare criteri, impegni e soprattutto per lanciare lo stesso messaggio a livello globale, proponiamo i 10 eventi di quest’anno, le 10 tendenze da rendere “trending topic” nelle nostre azioni sulle reti sociali e i 10 hashtag che devono inondare i “cortili digitali”:

GENNAIO

16-19

Giornate di Spiritualità della Famiglia Salesiana
Luogo: Torino – Italia
Hashtag: #GSFS

GENNAIO

31

132 anni dalla Nascita al Cielo di Don Bosco
Luogo: Torino – Italia
Hashtag: #DonBosco

FEBBRAIO

6-11

Visita del Rettore Maggiore in Venezuela
Luogo: Caracas – Venezuela
Hashtag: #VenezuelaSalesiana

FEBBRAIO

Visita del Rettor Maggiore e benedizione di una nuova scuola
Luogo: Spagna
Hashtag: #DonBoscoEducatore

FEBBRAIO – APRILE

Dal 16 febbraio al 4 aprile

Capitolo Generale 28° (CG28)
Luogo: Torino, Italia
Hashtag: #CG28

MAGGIO

23

Consulta Mondiale della Famiglia Salesiana
Luogo: Torino, Italia
Hashtag: #ConsultaFS

MAGGIO

24

Festa di Maria Ausiliatrice
Luogo: Torino, Italia
Hashtag: #Ausiliatrice

GIUGNO

24

150 anni di fondazione degli Exallievi di Don Bosco
Luogo: Torino, Italia
Hashtag: #ExallieviDB

SETTEMBRE

18

XXIV Capitolo Generale delle Figlie di Maria Ausiliatrice
Luogo: Roma, Italia
Hashtag: #CG24

SETTEMBRE

27

151a Spedizione Missionaria Salesiana
Luogo: Torino, Italia
Hashtag: #MissionariSalesiani

 

Fonte: InfoAns

Un murale per Don Bosco

Un murale per Don Bosco

Un murale per Don Bosco

Il volto di Don Bosco nelle periferie: un murale di Jorit a Foggia

In una manciata di giorni una parete cieca del rione “Candelaro” di Foggia, nei pressi della locale opera salesiana, ha acquistato tanto significato e valore sociale grazie ai tratti veloci dell’artista di street art “Jorit”. Su iniziativa della Direzione Generale della Congregazione Salesiana è stato infatti realizzato un grande dipinto murale del volto di Don Bosco, che decora e abbellisce un’area periferica della città, e che continua a portare lo sguardo magnetico del Santo dei Giovani ai ragazzi del XXI secolo. Il murale, inoltre, sarà anche il protagonista di una sorpresa destinata ad entrare nella case salesiane di tutto il mondo…

“Se vuoi farti buono pratica queste tre cose e tutto andrà bene: allegria, studio, pietà. È questo il grande programma, il quale praticando, tu potrai vivere felice!”.

Jorit è partito da lì, da questo celebre aforisma di Don Bosco, per la sua rappresentazione di Don Bosco sul muro di Foggia. E non solo nel senso che ha trovato ispirazione in questa frase: come sua abitudine prima di realizzare i murales-ritratti che l’hanno reso famoso, l’artista ha infatti inaugurato la “tela di cemento” riportando sul muro la frase del soggetto che si apprestava a raffigurare, successivamente ricoperta dal disegno.

In questo modo il murale contiene in senso non solo figurato, ma letterale, il messaggio di Don Bosco ai giovani – un messaggio valido in ogni epoca e a tutte le latitudini.

Iniziata nella giornata di venerdì 29 novembre, l’opera è proseguita ad ampi passi nei giorni successivi e già oggi, 3 dicembre, è possibile vedere l’immagine ben delineata del volto di Don Bosco.

Il murale realizzato a Foggia sarà inaugurato ufficialmente nel giorno dell’Immacolata, domenica 8 dicembre, alla presenza del Consigliere Generale per la Comunicazione Sociale della Congregazione, don Filiberto González Plasencia, e dell’Economo Generale, sig. Jean Paul Muller, SDB. Ma già prima, sabato 7, farà da fondale per girare le ultime scene del video della Strenna del Rettor Maggiore per il 2020 – e in questo modo sarà poi visibile a tutta la Famiglia Salesiana del mondo a partire dagli ultimi giorni di dicembre.

Ecco come ha scritto su Facebook una giovane di Foggia, Gessica Borrelli, in riferimento a Don Bosco e al suo murale:

Dove Candelaro s’incrocia con via Lucera,
Io ti vedo…
e tanto basta ad infiammare il cuore.
Nel punto in cui i ragazzi passeggiano e qualche volta marinano la scuola,
Sei lì e ti vedo…
Nello stesso dannato punto in cui i negozi saltano continuamente in aria
sei li!
Sospeso tra il reale e il sogno,
Tra la voglia di cambiare e la tradizione,
Tra uno schiaffo e una carezza,
Tra ragione, religione e amorevolezza,
Tra uno sparo e un bacio rubato dietro l’angolo
Tra odio e amore, generosità e intolleranza,
Ti vedo.
A guardarci.
Dove tutti vedono solo un murales,
Io vedo una speranza,
La leggo negli occhi
I tuoi.
Questo è l’inferno e il paradiso,
Dove Tra lupi e agnelli
Cerchiamo di sopravvivere,
Si lotta per sopravvivere
E tante volte si cade,
Ma quando si cade
Ci insegni che anche la corda più arida in ognuno di noi
Può continuare a vibrare toccata nel punto giusto.
In questa periferia,
Che è CENTRO
dell’anima di molti,
nel posto in cui i problemi di cui tutti parlano,
sono vivi…sono reali!
Ti vedo…e tanto mi basta!
La #periferia è il posto più ricco del mondo”.

Nato a Napoli nel 1990, Jorit Ciro Cerullo, conosciuto semplicemente come “Jorit” è oggi un’artista di street art tra i più affermati al mondo. Artisticamente ha maturato uno stile figurativo e si è specializzato nella rappresentazione di giganteschi ritratti realistici, non privi però di messaggi sociali – contenuti nelle scritte, così come nella scelta stessa dei luoghi in cui vengono collocati: in periferia, all’aperto, fruibili da tutti gratuitamente.

Hanno scritto su di lui le più grandi testate giornalistiche internazionali, come The Guardian, BBC, Middle East Eye, TeleSur, Euronews, ha esposto opere nelle gallerie di Londra, Berlino, Sydney e Roma, e ha realizzato ritratti murali in tutto il mondo, unendo volti noti e meno noti: San Gennaro e Maradona a Napoli, Nelson Mandela a Firenze, Yuri Gagarin tra i palazzoni di Odintsovo, poco distante da Mosca, una giovane palestinese sul muro di separazione israeliano, e poi “scugnizzi”, ragazzi autistici, attivisti, personaggi di film e dell’immaginario collettivo…

 

Fonte: InfoAns

Oggi in classe ho detto Amore

Oggi in classe ho detto Amore

Oggi in classe ho detto Amore

Di Emanuele Fant

 

Oggi in classe ho detto Amore, e tutti si sono zittiti, come se avessi esagerato, come se li stessi provocando con un termine inadatto alla mia posizione.
Ho pensato: “Io non sono proprio esperto di Sacre Scritture, ma l’unica cosa che non passerà, non era mica l’amore? E allora, com’è che la verità esiste, ma io non la posso pronunciare?”.

In treno ho messo in fila qualche riflessione:

  1. Ogni parola coniata per parlare del trascendete è nata per essere comprensibile in un certo tempo e in un preciso contesto sociale. Un ipotetico linguaggio perfetto e universale non potrebbe entrare nelle orecchie limitate degli esseri umani, immersi nella contingenza.
  1. Le parole che oggi usiamo per dire Dio sono ereditate e, quasi sempre, usurate; pure se alla loro origine erano buone. Per esempio, lodare Cristo come “re” risulta incomprensibile a un essere umano attuale, perché la monarchia richiama cieco assolutismo, o Emanuele Filiberto conduttore di Pechino Express. Diverso era qualche secolo fa.
  1. Chi ci ascolta da fuori (penso ai ragazzi, perché lavoro con loro), può scambiare il contenitore per il contenuto, ed attribuire ad un messaggio ancora perfettamente vitale le colpe che invece dovrebbe scontare la forma esausta dei termini con cui lo vorremmo riferire. Anche una parola di un certo lignaggio come “amore”, vampirizzata da decenni di Sanremo e di cartelloni negli oratori, può risultare stridente e inattuale.
  1. L’usura irrimediabile di tutti i termini che dicevano qualcosa di immortale, è la vera emergenza che dobbiamo affrontare, più dell’Amazzonia, più dell’obesità, più della fame. Fare piazza pulita del linguaggio stantio è il dovere di chi crede che davvero esista un Discorso in grado di varcare le epoche. Chi non è sicuro, si protegge con parole morte e rassicuranti. Sapendo bene di tradire.

 

Superata la stazione di Bovisa, ho steso sul mio taccuino un piano per il futuro.

Per rinnovare il linguaggio è necessario:

  1. Tornare al nucleo della Proposta e capirne intimamente il significato vitale, spogliandola con coraggio di tutti i termini che di recente l’hanno definita e ora non sanno più parlare.
  2. Inventare a briglia sciolta, senza sensi di colpa, un frasario nuovo e luccicante, che accenda di nuovo l’intuizione, evitando con accuratezza ogni parola che circoscrive ereditata passivamente dalla tradizione, che maldispone.

 

Ai collezionisti e ai glossatori, dico che, se una persona ha un tumore, si asporta l’arto malato, di certo con dispiacere; ma in nome della salvezza del tutto, il sacrificio si può accettare. Il corpo è l’intramontabile messaggio cristiano. L’arto che era buono, ma adesso ha un grave male, è il linguaggio usurato da secoli di catechesi e di prontuari per l’anima.
La prova che il tumore si sta prendendo il corpo sono i miei alunni quando smettono di ascoltarmi se pronuncio le parole “fede”, “vita eterna”, “comunione” (figuriamoci peccato, contrizione, sacralità).
Non è colpa loro! Non possono scontare con una vita senza Verità il nostro rifiuto di accompagnare all’uscita termini con la barba e il bastone, che una volta splendevano di senso, e che il tempo ha ridotto a larve senza seduzione.

I ragazzi meritano un linguaggio coraggioso, mai immaginato, all’altezza della loro potente percezione. Per ridire, con l’urto necessario, quella insopprimibile Verità, tanto grande da far scoppiare le parole.

Giornata dei Diritti Umani

Giornata dei Diritti Umani

Giornata dei Diritti Umani

10 Dicembre. Festeggiamo la Giornata Internazionale dei Diritti Umani

 

Di sr MariaGrazia Caputo, FMA

“Dio ha fatto l’uomo a sua immagine e somiglianza” è la scritta in bassorilievo che accompagna l’immagine della creazione sulla porta d’ingresso della Sala del Disarmo (un tempo Camera del Consiglio) a Palais des Nations di Ginevra. È la realtà della Dignità dell’uomo fatto a immagine di Dio che è il fondamento e la base dei diritti umani. La centralità dei diritti umani è sempre stato un tema centrale nella Dottrina Sociale della Chiesa e negli interventi di Giovanni XXIII, Paolo VI, Benedetto XVI, Giovanni Paolo II e Papa Francesco: l’impegno sociale è una dimensione imprescindibile per un cristiano. Il linguaggio globalizzato dei diritti umani, comune a tutte le persone di buona volontà, costituisce per noi una magnifica occasione per condividere come comunità educative la ricchezza del Sistema Preventivo.

Il 10 dicembre si festeggia una ricorrenza che segna una tappa storica dell’umanità: la Giornata Internazionale dei Diritti Umani.

Nel 1948 le Nazioni Unite presentarono al mondo[1] una Dichiarazione (30 articoli) che riconosceva come tutti (uomini e donne) hanno gli stessi diritti che garantiscono ad ogni essere umano di poter vivere una vita degna di essere vissuta. Era la prima volta che i diritti umani assumevano il titolo di “universali”. Si trattava di una risposta istituzionalizzata e riconosciuta alle atrocità commesse nel ventesimo secolo.[2] Il sogno era di avere a disposizione un documento che aiutasse gli Stati a proteggere e a riconoscere i diritti di ognuno, garantendo allo stesso tempo le condizioni necessarie per poterne usufruire. La Commissione che elaborò il Documento era composta da un gruppo di personalità che, pur appartenendo a culture diverse, lavorò con la convinzione di poter arrivare a realizzare insieme un documento unitario, utilizzando un vocabolario comune.
I rappresentanti dei 17 stati che formavano la Commissione erano per lo più giuristi e anche filosofi come Jacques Maritain[3] e René Cassin[4]. Furono eletti come presidente Eleanor Roosevelt[5], che molto contribuirà a creare un clima di confronto e di comprensione reciproca, Vice Presidente Peng Chun Chang, capo della delegazione cinese all’ONU, attento a incorporare nella Dichiarazione principi e valori delle civiltà asiatiche, il libanese Charles H. Malik come relatore e venne pure invitato il canadese John P. Humphrey, capo della Divisione diritti umani nel Segretariato generale delle Nazioni Unite.

Fu Charles H. Malik., cristiano libanese di confessione greco-ortodossa, che pose sin dal principio la questione essenziale sul «che cos’è l’uomo?». Il filosofo era ben consapevole dei molti problemi di ordine politico e culturale che implicava l’elaborazione di una Carta sui diritti riguardanti l’essere umano che potessero essere universalmente accettati come inviolabili e inalienabili. Sulla stessa linea fu il cinese Chang che propose di anteporre alla Dichiarazione un Preambolo centrato sulla dignità umana[6] come valore fondante di tutti i diritti, al di sopra della sovranità degli Stati.

Queste nozioni (dignità umana e diritti umani) entrate ormai nel nostro vocabolario (e nella nostra cultura) non erano altrettanto facili da comprendere e da accettare in un’epoca che, oltre ad aver sofferto le conseguenze di una guerra mondiale e le discriminazioni derivanti da differenze di religione, etnie, lingue, culture, gruppi minoritari, viveva ancora le conseguenze dell’apartheid in Sud Africa e il dispotismo militare di molti Stati dell’America Latina (Cile, Argentina, Paraguay, Brasile…).

Nonostante il fatto che la Dichiarazione non avesse valore giuridicamente vincolante (come verrà poi realizzato attraverso i Trattati o Convenzioni o Patti) il suo valore era e rimane quello di proclamare i più rilevanti principi dei diritti umani:

  • uguaglianza di diritti tra uomini e donne,
  • importanza della famiglia come cellula fondamentale della società,
  • la libertà di opinione e di espressione, di religione,
  • i diritti alla salute, all’educazione e alla cultura.

Si sottolinea la decisa condanna del razzismo e della discriminazione, della tortura e di ogni altra pena che possa umiliare la persona.

Nella Dichiarazione viene pure sottolineato che i diritti si accompagnano con dei doveri[7]. Emerge una realtà di cui ogni individuo deve essere consapevole: i diritti sono innati, nessuno te li regala e nessuno te li può togliere, quindi sono inviolabili e inalienabili. Tutti i diritti umani – civili, politici, economici, sociali, culturali – sono interdipendenti e indivisibili e in particolare oggi si riconosce che il rispetto e la promozione dei diritti umani sono la chiave per realizzare un futuro migliore per tutti. Le Nazioni Unite, nel riconoscere che i pilastri della pace, sviluppo e sicurezza debbono avere come base i diritti umani, hanno messo in atto il funzionamento di strutture come il Consiglio dei Diritti Umani[8], gli Organi dei Trattati e l’utilizzazione di strumenti per la loro difesa e protezione come la Revisione Periodica Universale[9] e le Procedure Speciali[10]. Centrale resta l’importanza dell’educazione ai diritti umani che dovrebbe raggiungere ogni ambiente e ogni categoria sociale per il riconoscimento e la promozione della dignità della persona.

Vale la pena ricordare un discorso pronunciato da Eleanor Roosevelt che diventerà l’asse portante dei diritti umani:

«Dove iniziano i diritti umani universali? In piccoli posti vicino casa, così vicini e così piccoli che essi non possono essere visti su nessuna mappa del mondo. Ma essi sono il mondo di ogni singola persona; il quartiere dove si vive, la scuola frequentata, la fabbrica, fattoria o ufficio dove si lavora. Questi sono i posti in cui ogni uomo, donna o bambino cerca uguale giustizia, uguali opportunità, uguale dignità senza discriminazioni. Se questi diritti non hanno significato lì, hanno poco significato da altre parti. In assenza di interventi organizzati di cittadini per sostenere chi è vicino alla loro casa, guarderemo invano al progresso nel mondo più vasto. Quindi noi crediamo che il destino dei diritti umani è nelle mani di tutti i cittadini in tutte le nostre comunità».

 

[1] L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite si svolse a Parigi nel Palais de Chaillot.
[2] Come lo ricorda Javier Perez de Cuéllar (segretario generale delle Nazioni Unite dal 1982 al 1991) “è dall’universalità della sofferenza umana che viene l’universalità anche dei diritti umani Quando nel mondo soffre un essere umano è tutta l’umanità che soffre con lui”.
[3] Filosofo francese, convertito al cattolicesimo, rappresentante del neotomismo
[4] Giurista, magistrato e diplomatico francese riceverà il NOBEL per l pace nel 1968.
[5] First Lady di Franklin Delano Roosevelt, presidente degli Stati Uniti
[6]Considerato che il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo…”
[7] Interessante il contributo apportato dal Mahatma Gandhi a questo aspetto dei diritti-doveri in un incontro dell’UNESCO
[8] Il Consiglio dei diritti umani ha sostituito nel 2006 la Commissione dei Diritti umani.
[9] Esame ogni quattro anni della situazione dei diritti umani in tutti gli stati membri delle Nazioni Unite (UPR)
[10] Le Procedure Speciali sono meccanismi istituiti dal Consiglio Diritti Umani per affrontare specifiche questioni legate alla tutela dei diritti umani, sia in relazione a determinate categorie di diritti sia in relazione a singoli paesi. 

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