Il vento contro

Il vento contro

“La prima dedica non può che essere alle mie retine che, smettendo di funzionare, mi hanno costretto prima, e permesso poi, di conoscermi meglio”.

Con un umorismo spiazzante e una straordinaria plasticità, Daniele Cassioli inizia così il racconto della sua esperienza di vita che lo ha portato a diventare campione paralimpico di sci nautico, ma soprattutto un ragazzo felice, perché ha imparato ad andare contro vento.

Infatti: “Il vento contro è proprio quella condizione ideale che ti fa venire voglia di volare”.

Daniele si lascia letteralmente andare nei racconti che portano con sé profumi, odori, gusti – talvolta amari perché sanno di sconfitta o di perdita di un affetto, ma pur sempre preziosi nel proprio bagaglio di vita – che accompagnano le sue esperienze di esplorazione del mondo, come quella di distinguere una città dall’altra per gli odori o per i rumori.

Come ha fatto a diventare campione in uno sport incredibile come lo sci nautico? E perché proprio quello fra tutti gli sport paralimpico? Lo scoprirete leggendo il libro, ma certo la risposta ha a che fare con i suoi genitori che non l’hanno tenuto sotto una campana di vetro, ma l’hanno sempre mandato a giocare con gli altri bambini; con la sensazione di massima libertà che prova solo sugli sci d’acqua; con la fiducia cieca nel suo allenatore – cieca sì,  come lo dice lui stesso: “Fidarsi ciecamente, un modo di dire che nel mio caso è letterale. … la mia vita si fonda sulla fiducia: di me stesso e degli altri.

Un libro che si legge in un fiato… e si diventa subito amici di Daniele, che ti porta con sé nel suo mondo, che forse non sarà fatto di immagini, ma che è proprio come il nostro, con le gioie e le paure, le conquiste e le delusioni, i sogni e le speranze.

Le prime trasgressioni, la prima cotta, la scelta dei vestiti abbinati con i colori giusti: tutto narrato con estrema naturalezza e quel tocco di humour che rende la lettura davvero piacevole!

La cosa bella, andando a conoscerlo di persona in uno dei suoi incontri con i ragazzi delle scuole, è che i suoi consigli sono “inclusivi”, cioè rivolti a tutti i giovani: “non rinchiudetevi a giocare con i videogames, fino a non essere più capaci di muovervi, ma fate come me che non ho avuto paura di scendere in cortile a giocare a nascondino anche se… naturalmente perdevo sempre!”. Questo è diventato ormai anche il suo impegno con i bambini non vedenti: lo sport è la strada per uscire di casa e misurarsi con la vita.

“Amo lo sport, perché mi ha insegnato a conoscermi, a capire i miei limiti e a imparare come superarli, partendo da ciò che ho e non da quello che mi manca. Mi ha inoltre permesso di comunicare che la vita è godibile, qualunque sia la condizione che siamo costretti a vivere. Insomma, lo sport mi insegna tutti i giorni a diventare migliore”.

Insomma, un libro consigliato per l’estate dall’autore stesso, che sulla sua pagina Facebook scrive:

Un libro per le vacanze estive? “Il vento contro” è il top! Non perché l’ho scritto io eh! Però se diamo da leggere ai ragazzi dei mattonazzi paurosi è normale che poi si dica: “ecco, i giovani non leggono più…”. E dopo che l’avete letto vengo a scuola a trovarvi! Con l’inizio del nuovo anno accademico! Per rendervi la vita facile è scritto grande! E poi fa ridere e un po’ riflettere! Ve li firmo tutti con la mitica penna a 4 colori così potete scegliere quello che preferite!

Allora buone vacanze e buona lettura! Ci “vediamo” presto tra i banchi di scuola! (Daniele)

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Alla scoperta del tesoro di Maìn

Alla scoperta del tesoro di Maìn

È  stata presentata il 24 maggio, Solennità di Maria Ausiliatrice, la proposta “Alla scoperta del tesoro di Maìn” delle Figlie di Maria Ausiliatrice, le Salesiane di Don Bosco. Un “per-corso” spirituale sui luoghi di Santa Maria Domenica Mazzarello nei weekend 5-6 ottobre e 9-10 novembre per i giovani dai 19 anni, adulti, genitori, Fma, Sdb, membri della Famiglia Salesiana.

«Siamo molto contenti di poter mostrare il “tesoro” della nostra fondatrice» racconta suor Ivana Milesi, Direttrice della comunità del Collegio Santa Maria Mazzarello di Mornese. «Un tesoro fatto di luoghi da visitare, esperienze da condividere e persone da conoscere e incontrare. Per l’occasione è stato realizzato un sito, www.iltesorodimain.it, che inizialmente servirà a raccogliere le iscrizioni e che diventerà il “forziere” di questo immenso ed inesauribile tesoro».

Ma in cosa consiste questo tesoro? Lo scopriremo con un video che uscirà nelle prossime settimane e che ci mostrerà il contenuto del forziere, che racchiude tutto il carisma di Santa Maria Domenica Mazzarello, fondatrice insieme con San Giovanni Bosco delle Figlie di Maria Ausiliatrice.

L’iniziativa è promossa dalla congregazione delle Figlie di Maria Ausiliatrice e dall’associazione Tgs Valponasca ed in collaborazione con la Diocesi di Acqui, il Comune di Mornese, l’Associazione di Maria Ausiliatrice, l’Oratorio Madre Mazzarello di Mornese, l’Associazione delle Ex allieve di Mornese, la Pro loco di Mornese e l’associazione MornesE20.

Il percorso

È rivolto a tutti coloro che vogliono vivere un’esperienza spirituale sui Luoghi di Madre Mazzarello per immergersi nello “Spirito di Mornese” della prima comunità. Persone che danno la disponibilità a formarsi per accompagnare gruppi sui luoghi della Santa. Al termine del corso sarà rilasciato un attestato di partecipazione che darà la possibilità di accompagnare i diversi pellegrini all’interno dei luoghi salesiani di Mornese.

Durante i due weekend della proposta si vivranno esperienze di vita comunitaria, passeggiate salesiane per fare memoria dello stile salesiano, celebrazioni e vita di preghiera con la comunità. Il tutto si concluderà con un tirocinio guidato per la realizzazione pratica di un percorso sui luoghi di Madre Mazzarello tra la casa natia, la Cascina Valponasca, Mornese, il Collegio e la casa di Nizza Monferrato.

Ecco i moduli tematici che verranno affrontati:

  • Mornese e l’Ottocento
  • Itinerario storico-spirituale di Madre Mazzarello
  • Il Sistema educativo di Madre Mazzarello e della prima comunità
  • La spiritualità salesiana o Spirito di Mornese
  • Animazione e accompagnamento dei gruppi
  • Metodologie e itinerari per destinatari diversi e per fasce d’età

Iscrizioni

È possibile iscriversi sul sito www.iltesorodimain.it oppure via mail a info@iltesorodimain.it entro il 14 luglio 2019 fino a esaurimento dei 90 posti disponibili. Al momento dell’iscrizione saranno inviati il modulo da compilare e il programma dettagliato del percorso. Le iscrizioni saranno accettate mediante invio del modulo compilato e versando la quota d’iscrizione.

Per Informazioni: suor Ivana Milesi 339 68 96 184; Viola Quinson 349 28 98 039

Fonte: Cgfmanet

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Stanlio e Ollio

Sentieri del Cinema

Genere: Biografico, Commedia, Drammatico Voto: Imperdibile Tematiche: amicizia, Lavoro, malattia, spettacolo, vecchiaia Target: Da 14 anni

L’ultima tournée dal vivo dei due comici, al termine della loro carriera cinematografica.

Con una carriera iniziata ai tempi ruggenti del muto, ricca di decine di corti (le famose “comiche”) e di ben 27 film, il duo Oliver & Hardy (Stanlio e Ollio in Italia) è stato dal 1926 al 1940 un punto fermo della commedia “slapstick”; noto in tutto il mondo al cinema per la netta caratterizzazione dei due personaggi in cappello a bombetta, e i cui costanti passaggi anche in televisione hanno permesso una fama che è arrivata anche ai più giovani ai giorni nostri.

Quando però, a causa di dissidi economici tra Stan Laurel e il loro storico produttore Hal Roach, la loro carriera cinematografica come coppia si interruppe, anche la loro collaborazione sembrò giungere al termine; ma nel 1950, consapevoli della necessità di rinverdire la loro memoria tra il pubblico, accettarono una serie di spettacoli teatrali in Gran Bretagna, che avrebbero dovuto lanciare il loro grande ritorno al cinema con un film su Robin Hood da girarsi nell’isola.

Il film si sofferma sulla partenza in sordina del tour in piccoli teatri semivuoti, con alloggi in modesti alberghetti, che sono l’occasione per i due di ricordare i bei tempi, ma anche i dissidi che li hanno fatti finire: il regista – di cui è ben evidente l’affetto per questi giganti della comicità – tratta le vicende sempre con grande rispetto, senza indulgere in passaggi melodrammatici o toni da reality, ma mostrando grande tatto ed evidenziando come al rapporto lavorativo tra i due non corrispondesse automaticamente un’amicizia, ma comunque un grande rispetto reciproco. Mentre Oliver Hardy aveva un carattere accomodante, più interessato ai piaceri della vita che agli oneri del lavoro, Stan Laurel (mente creativa del duo) era una persona seria e scrupolosa. Autore di tutte le gag e dei testi, Stan prendeva molto seriamente gli impegni, consapevole che la fama e gli agi fossero passeggeri e che bisognasse cercare di strappare ai produttori le migliori condizioni possibili. Poi, quando il tour si avvia a una felice conclusione a Londra e i due sono raggiunti dalle iper protettive consorti, la salute di Oliver Hardy ha un crollo: una svolta che rivela anche la triste realtà sulle aspettative per il film da girare insieme.

L’interpretazione dei due protagonisti, Steve Coogan (Stan Laurel) e John C. Reilly (Oliver Hardy), è intensa e a tratti realmente commovente. Entrati perfettamente anche nei tratti somatici dei due personaggi (grazie anche al trucco, in particolare Reilly che si è sottoposto a lunghe sedute), i protagonisti trovano la chiave giusta per evidenziare i momenti comici che interpretano con precisione e talento (la scena del ballo ne I fanciulli del West, la gag di Ollio nel letto d’ospedale, le tante mimiche di Stanlio). La struttura fisica di Coogan (che tra l’altro è nato nella stessa contea inglese di Stan Laurel) e la mimetizzazione di Reilly, con protesi che gli han dato la stessa struttura fisica di un Oliver Hardy ingrassato e provato anche dall’alcool, fanno sì che dopo pochi istanti chi ha amato i due comici dimentichi totalmente di trovarsi di fronte ad attori che li interpretano (e ben ha fatto il doppiaggio a non cadere nel finto accento con cui in Italia son diventati famosi); ben sostenuti da Nina Arianda e Shirley Henderson, nel ruolo di due donne che rivaleggiano nel difendere e proteggere i rispettivi mariti.

Stanlio e Ollio è anche un apologo sul mestiere dell’attore, di chi preferirebbe morire sul palcoscenico piuttosto che avere una lunga vita lontana dalle scene; di chi, come Stan, dopo la morte del collega e amico, andò avanti ancora fino alla fine a scrivere testi e preparare nuove scene che solo loro due avrebbero potuto interpretare.

Un ultimo gesto di affetto e di omaggio a una delle coppie più memorabili della storia del cinema.

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Agricoltura sociale, una nuova prospettiva educativa

Agricoltura sociale, una nuova prospettiva educativa

di Maria Grazia Tripi

L’agricoltura sociale oggi è una possibilità concreta di sviluppo e di integrazione sociale. Vi raccontiamo una giornata vissuta insieme ad operatori ed utenti.

«Io mi sento parte di questo progetto perché sono io, in primis, a dare il mio contributo». Quando una comunità riesce ad attuare un processo educativo che porta un giovane a sentire suo un progetto, perché responsabile della buona riuscita dello stesso, ha raggiunto il suo scopo più alto. A parlare è Luca, 20 anni, di Roma. Il progetto riguarda l’inserimento professionale e lavorativo attraverso l’agricoltura sociale. La comunità educativa è la cooperativa sociale Kairos.

Quando Luca risponde alle nostre domande è appoggiato a una delle balle di fieno disposte in modo tale da rendere il capannone dove ci troviamo quasi come un anfiteatro. I suoi occhi svegli, scaltri e castani richiamano i colori attorno, il suo sguardo è sereno e soddisfatto. Più che un’intervista sembra uno scambio di esperienze, di sogni e aspirazioni. È trascorsa una giornata di lavoro all’aperto tra la pioggia, il vento e il sole che si alternavano. Ma per Luca e i suoi colleghi questa variazione continua di “stagioni” in un’unica giornata non ha cambiato il programma. Arriva un forte vento e d’improvviso la pioggia intensa.

Ci troviamo vicini alla riva del Lago di Martignano. C’è un’intera area da bonificare e deve essere pronta per il lunedì di Pasquetta, quando arriveranno i clienti dell’azienda agricola per trascorrere una giornata di relax al Casale di Martignano. La zona da raggiungere è in discesa, fino alla riva del lago. Dall’alto lo scenario favorisce la visuale completa del posto e dell’attività di lavoro dei ragazzi. È tutto un fermento, nessuno chiacchera, il clima è sereno, tutti sono impegnati a ripulire ciò che la natura senza controllo umano ha realizzato intorno. Chi con la zappa, chi con la motosega, chi con un attrezzo imbragato a spalla con delle pale sottili di colore verde fosforescenti, che mi hanno spiegato si chiama decespugliatore, chi con pala e carriola a fare da spola tra un mucchio di cespugli e un altro e chi con le mani con indosso dei guanti protettivi.

Perché con le mani? Non ci sono attrezzi per tutti? Mi incuriosisco, mi avvicino a Malina (nome di fantasia), e chiedo: «perché non usi la zappa? Faresti più in fretta».  Malina si ferma e con calma mi spiega che quel tipo d’erba va tolta delicatamente, a mano, perché con la zappa si farebbe un buco profondo e tale che non ricrescerebbe più la vegetazione spontanea. «Lo abbiamo studiato a scuola prima di fare la pratica qui». Sì, perché l’agricoltura è una cosa importante, non si improvvisa, richiede preparazione, conoscenza e pratica. Luca ci ha detto che «l’agricoltura può sembrare una cosa banale, ma non lo è».

Forse, nella società in cui viviamo, dove tutto è pronto e si trova comodamente su uno scaffale, abbiamo perso la percezione dell’importanza fondamentale di uno dei mestieri più antichi del mondo, non soltanto per i prodotti che ne derivano, ma anche per i processi relazionali e di consapevolezza umana che favorisce.

Ma ritorniamo alla pioggia che scende e penetra attraverso le nostre felpe. Noi della redazione ci guardiamo e pensiamo che la giornata si sia conclusa senza poter portare a termine le riprese e le interviste che ci servono per il nostro servizio. Per il resto dei presenti non è cambiato nulla, tutti continuano a lavorare, tutti continuano a fare come se nulla fosse quello che già avevano iniziato.

Un ragazzo, venuto per la prima volta, vuole imparare ad usare il decespugliatore e Luca (non quello dell’intervista), si prende carico del passaggio di competenze, prima per spiegare come si accende e poi per indicare quali sono i movimenti da fare sull’erba e perché farli in un determinato modo e non in un altro. Non è solo questione di metodo, infatti: ogni cosa ha un suo perché ed è da questo perché che ogni ragazzo viene posto nelle condizioni di sperimentare ed esercitare la propria autonomia.

L’educazione, infatti, non è insegnare solo delle cose, ma è anche stimolare domande.

Tutto ciò appare evidente a partire da ogni semplice gesto svolto dal gruppo di lavoro. Matteo, l’educatore presente, che non sta dall’alto a guardare, ma lavora con loro, si avvicina a noi e ci dice: «Ora sotto la pioggia, arriva quel pizzico di magia. Nessuno si è fermato, nessuno ha detto fermi, fino a che qualcuno non chiamerà la pausa e non si troverà in difficoltà, tutta la squadra continuerà a lavorare insieme. Tra di loro, stamattina, quando sono arrivati, nemmeno si conoscevano».

Questa è la “magia” dell’agricoltura sociale e Matteo è un giovane di 28 anni che ha deciso di scommettere la sua vita nell’educazione. È educatore sociale della Cooperativa Sociale Kairos e sta per conseguire la licenza in Pedagogia Sociale all’Università Pontificia Salesiana di Roma. Si percepisce dallo sguardo intenso e allegro, che Matteo è uno che ha la passione per l’attività educativa e come ogni buon educatore ci spiega anche il senso delle cose che vediamo durante la giornata. Ci porta con lui a fare un giro per l’azienda, con noi c’è anche un gruppo di giovani studenti e tirocinanti, che sta svolgendo il Servizio Civile Nazionale presso i Salesiani per il Sociale.

Ad un certo punto della campagna ci fermiamo e ci fa mettere di fronte a una cabina elettrica; ci guarda e ci chiede il perché di quell’interruttore elettrico racchiuso in una piccola casetta di legno. Anche una semplice cabina elettrica in mezzo alla campagna per lui ha un senso educativo, un significato. È il modo attraverso cui spiega ai ragazzi che quella cabina elettrica in aperta campagna racchiude in sé l’importanza della realtà.

L’azienda, che stiamo visitando, non è un luogo turistico, è lavoro e quella cabina serve per proteggere gli allevamenti di maiali dalle aggressioni dei cinghiali. Insomma, l’agricoltura vuole essere un’opportunità concreta anche di lavoro e come tale bisogna essere attenti a ciò che favorisce, nel rispetto della natura, la produzione e il guadagno.

Anche il nome Kairos ha un significato preciso che Matteo ci tiene a ricordare. «La nostra cooperativa si chiama Kairos, che dal greco significa momento giusto perché qualcosa possa avvenire. Quello che vogliamo fare è proprio creare opportunità per i ragazzi e per il territorio». Anche le parole in chiave educativa assumono una coloritura di significato diversa. Tra i tanti progetti di Kairos ce n’è uno destinato ai NEET. Il termine NEET è l’acronimo di “Not engaged in education, employment or training”. Sono una varietà molto eterogenea di giovani dai 15 ai 29 anni, che vivono in una situzione di “blocco” e di scarse prospettive di sviluppo. Per quelli di Kairos NEET sta per “Nuove esperienze educative territoriali”.

Ad accompagnarci lungo quella che chiamano “Giornata di Agricoltura Sociale” c’è anche Paola Sabatini, psicoterapeuta e membro dell’equipe formativa della cooperativa. Anche lei, prima di farci visitare l’azienda agricola, era china a terra con scarponi da campagna e guanti da lavoro, a bonificare il terreno insieme ai ragazzi del progetto NEET. Paola ci spiega che «il progetto si articola in due livelli: da una parte azione specifica sui destinatari, dall’altra animazione socioculturale per i territori. Cerchiamo di costruire, attivare e animare reti integrate fatte di aziende agricole, servizi pubblici e organizzazioni del Terzo settore in modo che il territorio possa farsi carico delle soluzioni e dei problemi e costruire proposte autonome e indipendenti dal nostro progetto». Insomma il bene dei ragazzi è concretizzato attraverso un progetto che accompagna, ma non rende dipendenti dalla struttura. Infatti, continua Paola, «altro elemento chiave è la sostenibilità, nel momento in cui il nostro progetto tra due anni sarà finito, se il territorio si è abituato a cercare soluzioni partecipate e sarà rimasto aggregato continuerà l’intervento anche dopo la nostra azione specifica. Ciò che è fondamentale è lavorare in sinergia tra territorio e ragazzi».

Alla fine di ogni giornata di lavoro i ragazzi e i visitatori dell’azienda agricola si ritrovano insieme per un momento di condivisione sulla giornata. Ci si ferma e ci si siede in cerchio sulle balle di fieno e si fa verifica dell’esperienza. Noi della redazione di young4young abbiamo capito che la cooperativa Kairos cerca di essere una risposta ai bisogni educativi proponendo soprattutto la realizzazione di reti tra le varie presenze nel territorio. «Ci siamo accorti col passare degli anni che i territori in cui abbiamo agito promuovendo partenariato tra profit e non profit e costruendo reti integrate ha mantenuto questo modello perchè piace, funziona e costruisce cambiamento». Questo è quanto ha dichiarato Andrea Zampetti, fondatore di Kairos, in un colloquio prima della visita al Casale di Martignano. «Le difficoltà maggiori sono all’inizio, perché sembra una perdita di tempo impiegare energie per costruire alleanze strategiche trasversali. Noi abbiamo scelto la strategia delle piccole sperimentazioni e azioni per permettere di  vedere il profitto indiretto che ne deriva. Dopo l’azione sperimentale i gruppi restano attivi e coesi. In sintesi, la sfida è quella di mettere insieme istituzioni, organizzazioni territoriali e aziende».

Insomma la strategia dell’insieme, intesa come cooperazione, unita a passione educativa e competenza può essere oggi risposta concreta alle esigenze educative dei giovani in difficoltà. L’educazione e l’agricoltura sono il fondamento della società e insieme sono delle opportunità occupazionali, di sviluppo e integrazione che funzionano.

Fonte: Young4Young
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Brilliant Disguise | Bruce Springsteen

Brilliant Disguise | Bruce Springsteen

Debolezza e nudità. Queste sono le parole che vengono in mente quando ci si approccia a questa canzone. Un amore che non funziona e un uomo che soffre. Questi sono gli ingredienti. Il capolavoro: Brilliant Disguise.

Necessità di leggersi

Brilliant Disguise (Eccezionale Travestimento) è il primo singolo estratto da Tunnel of Love, ottavo album del cantautore statunitense Bruce Springsteen, uscito nel 1987. Canzone introspettiva, diversa dai lavori precedenti del Boss, in cui egli sembra aver necessità di raccontarsi, come se avesse bisogno di fare verità sulla sua vita: “Dopo l’85 ne avevo abbastanza e scavai dentro di me per scrivere di uomini, donne e amore: argomenti che fino ad allora avevo lasciato ai margini del mio lavoro”. Così Springsteen si affronta e, con estrema sincerità, si espone, mostrando un lato insicuro e scomodo che, in qualche modo, parla alla vita di tutti noi.

Ricerca della verità

“I want to know if it’s you I don’t trust, ‘cause I damn sure don’t trust myself” (Voglio sapere se è di te che non mi fido, perché, proprio, non mi fido di me stesso). Questa piccola frase del testo potrebbe descrivere l’intero brano, il quale si presenta come una confessione di paura ed insicurezza. L’uomo a cui ci troviamo davanti si fida così poco di se stesso che sembra avere necessità di un appiglio, di uno scoglio a cui aggrapparsi per non annegare. Questo pensava di averlo trovato nella donna amata, della quale, però, ha iniziato a dubitare. Ne è geloso, confuso e ha paura. Così questa canzone si rivela essere un bisogno di conferme, di verità: “So tell me what I see, when I look in your eyes, is that you, baby, or just a brilliant disguise?” (Quindi dimmi cosa vedo quando ti guardo negli occhi, sei tu oppure è solo un eccezionale travestimento?).

L’insicurezza fa nascere la preghiera

Ciò che colpisce dell’intero brano sono le parole finali: “God have mercy on the man, who doubts what he’s sure of” (Dio, abbi pietà dell’uomo che dubita di ciò di cui è sicuro). Il pezzo si trasforma così in una preghiera intima, come se quest’uomo avesse capito che la sola sicurezza che egli può trovare è l’amore di Dio, unica nostra vera costante.

L’eccezionale travestimento dell’amore

Bruce Springsteen, in questa canzone, rivela di aver cercato la sua sicurezza e la sua felicità nelle braccia di una donna che, per quanto amata, l’ha deluso e non perché cattiva, ma perché umana. Egli, nella moglie, ha cercato qualcuno che lo amasse e che, attraverso la sua presenza, riempisse quel vuoto di cui egli era colmo. Questo capita ad ognuno di noi. Ma noi non amiamo per essere riempiti. Non amiamo per avere qualcosa in cambio. Amiamo perché siamo figli di Dio, fatti a sua immagine e somiglianza. E Dio è amore. Noi amiamo perché l’amore è la nostra natura più profonda e solamente amando noi realizziamo noi stessi.

Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi”. (Gv 15, 11-12). Noi siamo chiamati ad amare come Gesù ci ha amato, ovvero in modo gratuito, senza la pretesa di avere qualcosa in cambio.

Bruce Springsteen è intrappolato in un amore finto, un semplice gioco di ruoli tra lui e la moglie. Il Boss, come molti di noi, sta bruciando in un amore che nasconde la sua vera faccia, rivelandosi così un semplice Brilliant Disguise.

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TESTO TRADOTTO: ECCEZIONALE TRAVESTIMENTO

Ti stringo tra le mie braccia mentre la band suona piccola, cosa sono quelle parole sussurrate mentre ti giri? Ti ho vista la scorsa notte ai margini della città voglio leggere nella tua mente solo per sapere cosa ho ottenuto in questa nuova cosa che ho scoperto. Così dimmi cosa vedo quando guardo nei tuoi occhi sei tu piccola o solo un eccezionale travestimento? Ho sentito qualcuno chiamare il tuo nome da sotto il nostro salice, ho visto qualcosa ripiegato di nascosto sotto il tuo cuscino. Ci ho provato in ogni modo piccola ma proprio non riesco a vedere cosa una donna come te stia combinando con uno come me. E allora dimmi chi vedo quando guardo nei tuoi occhi sei tu piccola o solo un eccezionale travestimento? Adesso guardami piccola, sto facendo di tutto per fare le cose a dovere, e poi tutto cade a pezzi quando si spengono le luci. Resto solo un triste pellegrino, percorro questo mondo nell’abbondanza, voglio sapere se è di te che non mi fido, perché proprio non mi fido di me stesso Adesso tu fai la parte della donna amorevole, io farò quella dell’uomo fedele, ma bada di non guardare troppo da vicino nel palmo della mia mano. Siamo stati davanti all’altare, la zingara ha giurato che il nostro futuro era roseo ma sono arrivate le ore difficili e forse, piccola, la zingara ha mentito. Così quando mi guardi faresti bene a guardarmi attentamente e a farlo due volte sono io, piccola o solo un eccezionale travestimento? Stanotte il nostro letto è freddo mi sono perso nell’oscurità del nostro amore. Dio, abbi pietà dell’uomo che dubita di ciò di cui è sicuro.    ]]>

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